BOC day 10: al freeeddo e al geeeeelo di Berat

Sveglia ore 6:00.

Lasciamo Kotor, e proseguiamo nella nostra avventura. Io delle 5 ore di viaggio verso Berat mi ricordo il parcheggio da cui siamo partiti e la prima galleria… Poi la frontiera con l’Albania. Credo di essermi abbioccata giusto per un attimo…

Entriamo in un nuovo Stato, uno dei pochi paesi in cui la nostra carta verde non vale, quindi averla o non averla fa poca differenza. Non voglio sapere il motivo per cui le assicurazioni italiane non coprono l’Albania, ma in compenso ci scampiamo ramanzine, multe, caffè e panettone da “regalare”.

In compenso è obbligatorio fare l’assicurazione locale al confine: 50 euro e via! Ma non chiedetemi cosa copra, questo ci è ignoto. Mentre Paolo svolge le noiose formalità burocratiche, nei miei paraggi accade l’impensabile, fortunatamente non corredato da un reportage fotografico. Ma ricostruiamo i fatti: Paolo si reca ai baracchini per fare l’assicurazione e io già sto pensando che, come la storia insegna, ci avranno propinato quella con il premio più alto e con meno copertura assicurativa possibile.

Rimango a guardia dell’auto, ma colta da un improvviso attacco di fame famelica, vado in cerca di qualcosa da sgranocchiare nel baule. Mentre armeggio, la valigia inizia a vibrare, con tanto di sonoro “brr, brr, brr”. Proprio in quell’istante, passano due ragazzi che mi chiedono se l’assicurazione si può fare qui al confine. Annuisco e inizio a prendere, letteralmente, a ceffoni il borsone di Paolo, cercando di far fermare la vibrazione e, con un inglese molto British, cerco di spiegare la situazione, per togliermi dall’imbarazzo: “this is not a vibrator, it is electric shaver” (non è un vibratore, è un rasoio elettrico)… “weeeell, not for me, for men” (non per me, non mi faccio la barba io, è per uomini).

Se ne vanno verso i baracchini, ridendo, e mentre si allontanano, sempre in perfetto inglese British, esclamano: “anvedi sta pùrcazza cor vibratore in valigia!” Che figura di m****! Anche in Albania hai lasciato il segno Vale… Neanche ad un passo dal confine, questo è un record!

Rientriamo in macchina, ma tutte le energie che avevo guadagnato ronfando bellamente dal parcheggio di Kotor al confine sono svampate in un secondo dopo questa conversazione improbabile, a causa del rasoio di Paolo indemoniato. Così crollo in un letargo profondo praticamente fino all’arrivo. Ogni tanto apro un occhio e vedo Paolo che sembra un personaggio del film “l’esorcista”. Mani sul volante, contachilometri inchiodato a 50 km/h e lui che fissa i poliziotti albanesi (fermi ad ogni svolta, nascosti dietro ad un masso) e li segue con lo sguardo, girando la testa di 180 gradi fino a quando non sono più sul suo raggio d’azione. Bisogna ammettere che questi personaggi sembrano usciti dal film di Clint Eastwood, “l’uomo nel mirino”. Piedi piantati a terra, gambe larghe, sguardo di ghiaccio, bocca a fessura e pistola autovelox fumante in mano.

Noi invece sembriamo i “due nel mirino”… dell’autovelox. Peccato io non sia Goldie Hawn. Ma d’altra parte neanche Paolo è Mel Gibson…

Arriviamo a Berat, la nostra destinazione, e senza multe da pagare. Abbiamo una mezza giornata per scoprire questa città dalle origini antiche, fondata 2.400 anni fa da una tribù illirica. Berat si trova nella valle del fiume Osum, ai piedi del monte Tomor e del monte Shpirag, con una parte dell’abitato in pianura e una parte su due colline. Colpisce subito il colore bianco delle case tradizionali del quartiere di Mangalem, le cui facciate sono ornate da grandi finestre. Non a caso, tra gli
albanesi, tradizionalmente, Berat è appunto chiamata “la città delle mille finestre”… e dai milioni di scalini, aggiungerei io.

Cerchiamo un posto in cui mangiare, anche se abbiamo costantemente alle costole una sciura che ci vuole vendere, a tutti i costi, le sue marmellate di gelso. Saltiamo da uno scalino all’altro, entriamo e usciamo dalle viuzze di questa cittadina, ma lei non molla, ci segue con il suo tutone felpato e le sue ciabattine. È un mastino.

Troviamo l’unico ristorante aperto in tutta Berat, Paolo cede alla tentazione della pizza, salvo poi pentirsene 10 secondi dopo, come in ogni viaggio ed esattamente a metà vacanza.

Rifocillati e in forze decidiamo di raggiungere il colle più alto della città, sul quale svetta ciò che resta del castello di Kala, fortezza Ottomana, al cui interno si trovano i resti di importanti chiese bizantina. Avendo però poche ore di luce a disposizione, scegliamo una sola cosa da vedere: la Chiesa della Santissima Trinità.

Arriviamo alle mura, delle quali rimangono imponenti rovine; all’interno, la cittadella è graziosa e vi vive ancora una piccola parte della popolazione di Berat. Abbiamo quindi buone speranze di trovare un alloggio per la notte, ma ora non ce ne preoccupiamo troppo perché vogliamo scovare la Shen Triades: dopo mezz’ora non abbiamo ancora capito se si trova all’interno o all’esterno delle mura. Appurato che la chiesa si trova dentro le mura, iniziamo a vagare come zombie in cerca di una freccia o di una indicazione. Niente da fare e il nostro istinto non ci aiuta, così continuiamo a salire e scendere scale, scalini e scalinate… I nostri polpacci indolenziti chiedono solo pietà e solamente dopo una lunga agonia cediamo a Google Maps…

Inizia una sorta di via crucis in quel di Berat: la Vale inciampa, Paolo zompa giù da un gradino, i Picanelli sbagliano strada 20 volte, la Vale si accascia, si torna dal via a fare la foto al cartello perché Google Maps è impazzito, poi si scopre che Google non era impazzito ma che avevamo impostato la chiesa sbagliata…

Inizia la seconda via crucis nonostante la foto del cartello sottomano: i Picanelli fanno sosta davanti a tre chiese diverse convinti che siano quella della Santissima Trinità. La Vale cade per la tredicesima volta davanti alla cisterna dell’acqua, ma Paolo si impunta come un mulo: finché non si arriva a destinazione non si fa nessuna tappa; i Picanelli salgono e scendono in continuazione dalle scale come due stambecchi, quando, come una visione mistica, finalmente appare la chiesa!

Parte una conversazione improbabile tra i due…

Vale: “io mi lascio morire qui sulle scalinate!”

Paolo: “dai, che manca poco, sono gli ultimi gradini!”

Vale: “basta scale, sono allergica alle scale. Lasciami qui. E poi mi sono punta con la menta!”

Paolo: “la menta non punge!”

Vale: “Questa menta mente sotto mentite foglie… È un’ortica travestita”.

Parte l’autoscatto di rito per riprendere fiato e ritorna subito l’armonia.

Raggiungiamo la cima, ma la porta è chiusa.

A due passi da lì vediamo anche l’antica cisterna d’acqua. Ma ci siamo passati 5 volte lì davanti?! Quindi c’eravamo quasi?

Il punto più alto è occupato dalla Fortezza Interna, dove scale in rovina conducono ad una cisterna interrata inaspettatamente immensa, che sembra uscita dal libro del Signore degli Anelli.

Nel tragitto di ritorno, ci ferma una guida per farci fare il tour delle tre chiese… Aaaaaa, le abbiamo viste tutte 100 volte, tranne quasi quella che ci interessava. Poi i miei polpacci ora chiedono pietà, stop con gli scalini per oggi… e per la prossima vita.

Siamo a caccia di un alloggio. Ormai è quasi buio. Ne troviamo uno proprio all’interno delle mura del Castello della città vecchia. 20 euro a notte… andata! Presto capiamo che il proprietario non spiccica una parola di inglese, ma ne conosce molto bene una in italiano: dice solo “tù”.

La stanza che numero è? – Tù. La colazione è compresa? – Tù ovviamente!

Il condizionatore ad aria calda non va. – Tù. È rotto? – Tù.

Paolo inizia ad armeggiare con sto telecomando, ma con scarsi risultati.

In realtà è un diesel, aveva bisogno di carburare. La pompa di calore parte e io mi piazzo, fissa, sotto il flebile getto di aria tiepida (anche se avevamo impostato il turbo-mode e la temperatura di 30 gradi).

A tratti si prende pure dei momenti di pausa, la temperatura in stanza è di ben 13 gradi e sto robo credo non abbia mai funzionato tanto in vita sua.

In fondo, bisogna ammetterlo, i matti siamo noi che a dicembre ci avventuriamo nei Balcani! Prendiamo il meglio di questa situazione e ci ridiamo su, vicini vicini, nella gioia e nel dolore, nella salute (fino ad ora) e nella malattia (probabilmente domani, ma speriamo di non alzarci con la febbre a 40).

Restiamo seduti sotto il getto tiepido e bardati da spedizione in Polo Nord, con due coperte super sintetiche che se uno starnutisce prendono fuoco e in più sterminiamo tutto il villaggio di acari (anche questo con le 1.000 finestre) che ci vive sopra.

È ora di cena e la temperatura, solo e rigorosamente sotto l’aggeggio infernale, ha raggiunto ben 19 gradi… Io ho già deciso che questa notte dormo sulla sedia, arrivare fino al letto è a rischio ibernazione! Usciamo nella speranza che al nostro ritorno la situazione sia migliorata.

Caccia al ristorante, niente app e niente mappa della città. Andiamo d’istinto, ma la scelta è facile, è tutto chiuso, tranne il ristorante di fronte al nostro alloggio. Essendo fuori stagione e non vedendo un turista da 3 mesi, crediamo abbia aperto proprio per noi, avendoci visto gironzolare da queste parti per tutto il pomeriggio. Ci accoglie il proprietario, un personaggio strambo, ma molto gentile e simpatico. Ci fa accomodare vicino ad una stufa, vedendoci particolarmente infreddoliti, e noi ci appollaiamo volentieri. Sul menù ci sono le specialità di famiglia: tacchino delle montagne al forno, cucinato con le noci e il loro pane, o galletto con patate.
Io mi butto sul tacchino nostrano, credo sia il tacchino più buono e più calorico che abbia mai mangiato. In più mi ubriaco di tisana calda. Mi dice che è fatta con l’erba delle loro parti, quella che cresce sulle montagne, in alta quota… Questa frase mi fa ricordare quando, in Bolivia, con l’erba Buena ho passato la notte a sognare draghi!
Paolo, che ha già capito l’andazzo, va di acqua gasata, temperatura ambiente… Anzi no, da frigo, che con sto clima è sicuramente meno fredda di quella che sta fuori.

Restiamo un po’ con lui a parlare, ci racconta dei suoi 17 anni in Italia come muratore e delle guerre passate su queste terre tra rivendicazioni e primati di chi afferma si esserci arrivato per primo. Ci dice anche che gli albanesi sono un popolo temprato da anni di difficoltà, ma come le aquile, disegnate anche sulla loro bandiera, vogliono volare in alto e liberi nel cielo.

Ogni tanto butta nel camino qualche piuma di tacchino, che, come noto a molti, non ha questo altissimo potere riscaldate. Ma come si suol dire: del tacchino non si butta via niente… O forse era il maiale?

Il suo nome, Basckim, significa unione; è un nome importante da portare. Soprattutto in perfetta armonia con l’anima di Berat, un crocevia di culture e religioni che da secoli convive pacificamente; qui si festeggiano sia le feste cristiane che quelle musulmane. Questa città è un perfetto esempio di coesistenza tra fedi diverse: dove la voce del muezzin, chiara e forte, si diffonde per tutte le vie del quartiere, mentre un prete ortodosso celebra un matrimonio nella vicinissima cattedrale, a pochi passi dalla moschea.

Ci salutiamo con un bicchierino di grappa, sempre delle montagne, a 41, no 18, anzi 15 gradi. Paolo si immola per me, io passo, visto che ho già in corpo l’erba buona.

Ci tuffiamo nel letto, vestiti di tutto punto, cappello compreso, per avere qualche possibilità di vedere l’alba.

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