BOC day 15: New Born Year

Ormai avrete capito che a noi le cose semplici non piacciono. Decidiamo di passare il confine del Kosovo.

E qui iniziano i casini… Noi siamo in Macedonia, anzi nella Repubblica della Macedonia del Nord (prima che scatta un caso diplomatico con la Grecia, che qui ci mettono poco), e vogliamo vedere sia il Kosovo che la Serbia… E qui i casini si moltiplicano.

Opzione 1: rotta Macedonia – Kosovo – Serbia.

Una volta in Kosovo via Macedonia, potremmo provare a passare direttamente in Serbia. Ma ad un eventuale controllo serbo, banalmente all’uscita dalla Serbia, non avremmo il timbro di ingresso nel Paese, verremmo considerati immigrati clandestini. E in più si incazzerebbero vedendo il timbro del Kosovo. In prigione senza passare dal via. Opzione scartata.

Opzione 2: rotta Macedonia – Serbia – Kosovo – Serbia.

Potremmo entrare in Kosovo passando prima dalla Serbia. In questo caso avremmo il timbro di ingresso in Serbia, nessun timbro Kosovaro. Serbi felici, ma noi no! Il sacro timbro Kosovaro!! Non può mancare sul nostro passaporto. Opzione scartata.

Opzione 3: rotta Macedonia – Kosovo – Macedonia – Serbia.

Questo potrebbe mettere d’accordo tutti, anche se il timbro di ingresso in Kosovo potrebbe comunque creare qualche problema:

  • se ci mettono il timbro, poi la polizia di frontiera serba si incazza perché per loro non esiste il Kosovo;
  • se non ci mettono il timbro ci incazziamo noi, che tutto sto cinema e neanche un timbrino?

Quindi qualcuno si intesisce comunque. Ma ci sembra comunque la soluzione più sensata, anche perché la Farnesina sconsiglia di transitare per il nord del Kosovo, considerata ancora zona calda. Qualche cosa ci inventeremo per il timbro.

Torniamo a bomba… meglio di no… Torniamo a noi… Arriviamo al confine del Kosovo, con il panettone mezzo smozzicato e praticamente finito. Non abbiamo resistito fino alla fine, perciò vorrà dire che da ora in poi si dovranno accontentare solo del caffè.

Come al solito, tiriamo fuori tutte le scartoffie che abbiamo, compresa la bolla papale. Il poliziotto ci dice semplicemente di parcheggiare e di andare a fare l’assicurazione integrativa nel baracchino dietro l’angolo e di portargliela una volta stampata. Tutto qui? Ce la caviamo con 15 euro. Eravamo preparati alla scena madre. Adesso pretendiamo la ramanzina, così facciamo pratica con le nostre doti di attori, che sennò perdiamo l’allenamento e ci serve come esercizio con i temutissimi poliziotti Serbi.

Comunichiamo al nostro amico Kosovaro che poi andremo anche in Serbia. Ahia, si irrigidisce… Anche lui ci conferma che avere sul passaporto il timbro della frontiera kosovara ci potrebbe dare problemi e, scuotendo la testa, ci dice: “no timbro!”

Non scherziamo, come niente timbro? Ma noi lo vogliamo disperatamente, così insistiamo per farcelo fare da qualsiasi altra parte. Il gendarme prende un foglio bianco e, da dietro lo sgabbiotto, sentiamo: “puum! For Paolo!” e lo guarda tutto tronfio. Poi guarda me “puum! For Valentina!” è mi guarda sempre più tronfio.

Ci sorridiamo tutti e tre, lo ringraziamo e lo salutiamo con un bacio accademico (il mio)! Evvai! Superiamo il confine gridando: “WE LOVE KOSOVO”. Lui è felice come una Pasqua, noi ancor di più. Ultimo timbro del 2018!

Prima tappa a Gračanica, un enclave serba in territorio palesemente Kosovaro-Albanese, vista la quantità di bandiere con l’aquila bifronte incontrate lungo la strada. Curiosità: qui i bancomat distribuiscono Dinari Serbi. A differenza di Pristina dove emettono Euro. Giusto per rimarcare le differenze.

A Gračanica si trova un interessante monastero ortodosso. Ci entriamo al seguito di una comitiva di turisti asiatici (che, a quanto abbiamo constatato, contribuiscono in modo importante al PIL della regione in questo periodo dell’anno)

In una giornata che più grigia non si può, al suo interno fasci di luce dorata penetrano l’oscurità, illuminando degli affreschi del 1300. Una visita in Kosovo merita solo per questo capolavoro!

Il monastero fu fatto costruire per volere del re serbo Stefan Uros II Milutin, che compare negli affreschi, anche se con un occhio sguercio.

È un’oasi di pace in questa città del Kosovo centrale.

Notiamo che molti santi hanno gli occhi cancellati, e sul motivo sembrano esserci due teorie: la prima sostiene che gli ottomani, arrivati qui, volessero cancellare le immagini sacre; ma ha poca fondamenta, perché nessun luogo di culto fu mai abbattuto e in più perché i mussulmani riconoscono in Gesù un profeta. La seconda ipotesi, più accreditata, è che, secondo un’antica credenza popolare, l’intonaco, dove sono disegnati gli occhi dei santi, sciolto nell’acqua, potesse creare un intruglio con il potere di far guarire dalle malattie. Una sorta di gratta e vinci medicinale. E giù a sgrattuggiare ad ogni raffreddore.

All’interno le foto sono vietate, noi rispettiamo il divieto, ma prima di uscire al freddo decidiamo di metterci in un angolo a cercare sul cellulare un ristorante vicino. Risultato: luci spente, tre scudisciate a testa, cazziatone epocale davanti a tutti e occhi cancellati pure a noi… perché secondo il guardiano stavamo facendo le foto agli affreschi. Quelle che vedete le abbiamo prese da internet, giuro.

Arriviamo a Pristina dopo pranzo e girovaghiamo per la città senza una precisa meta, così, per sentire l’aria di qui. Non rimaniamo a bocca aperta per la bellezza della città, visto che Pristina si sta sviluppando senza un preciso piano urbanistico. È una città che deve ancora trovare una sua identità… vediamo la Statua della Libertà posizionata sopra ad un hotel e la foto, un po’ sbiadita, di Bill Clinton nella via a lui dedicata.

Bandiere a stelle e strisce vicine a quelle del Kosovo sono visibili su tutte le principali strade e viali della città, nelle piazze, ai mercati, nei parchi. Quasi a ribadire che il Paese conta sull’appoggio totale e incondizionato dell’America nella sua lotta verso l’indipendenza.

Nel cuore della città, il monumento New Born ancora si prende la scena, a simboleggiare lo slancio verso il futuro del paese. Ogni anno, nel giorno in cui il Kosovo proclamò l’indipendenza dalla Serbia, la scritta viene cambiata con colori differenti. Quest’anno, essendo passati 10 anni da quel 17 febbraio 2008, NEW BORN è stato cambiato in NEW10RN.

Fino a non molto tempo fa il Kosovo era un paese immerso in ombre cupe, quando ancora era vivo il ricordo del conflitto e gli edifici bruciati incombevano sul paese. Le tragiche testimonianze del passato più recente sono vive nelle strade, costellate di monumenti alla memoria dei caduti del 1999, anno in cui il conflitto raggiunse il culmine.
Il Kosovo proclamò l’indipendenza unilateralmente il 17 febbraio 2008, dopo che per quasi dieci anni il paese era stato amministrato da un protettorato internazionale delle Nazioni Unite: la
Serbia non l’ha mai riconosciuta e con lei molti altri paesi, tra cui la Russia, la Cina e cinque membri dell’Unione Europea, preoccupati che l’esempio Kosovaro potesse contagiarli: la Spagna, la Slovacchia, la Romania, la Grecia e Cipro. L’Italia riconobbe l’indipendenza del Kosovo nel 2008 e, negli anni, il numero dei paesi è salito a 115.
Nel 2010 la Corte Internazionale di Giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, dichiarò la legittimità dell’indipendenza, nonostante la contrarietà della Serbia.
Il problema del riconoscimento internazionale, però, è solo una delle questioni che il Kosovo deve ancora risolvere.
Le sei stelle che si vedono sulla sua bandiera rappresentano i sei gruppi etnici che lo abitano: albanesi, serbi, turchi, gorani, rom e bosniaci musulmani.

Queste sei stelle sono vicine, ma non unite, infatti spesso nella vita quotidiana questi gruppi etnici conducono esistenze separate; succede anche nelle scuole, divise tra classi per gli studenti di etnia albanese e classi per quelli di etnia serba.
Le divisioni esistenti nel paese hanno una lunga storia e sono accentuate dal fatto che molti dei crimini compiuti prima e durante la guerra del 1999 non sono stati riconosciuti e puniti a livello internazionale. Crimini da ambo le parti ovviamente. Se la storia raccontata dal lato Kosovaro è facile da sostenere (Kosovo buono che vuole l’indipendenza dalla Serbia cattiva), la storia vista dal lato serbo è forse ancora più inquietante, perché meno nota (e scritta dagli sconfitti). Riferendosi ai censimenti del 1981, epoca jugoslava, e del 2011, compiuti dalle autorità di Pristina, la Serbia ha sottolineato come nel 1981 a Pristina vivessero 43.875 serbi, mentre stando ai dati del 2011 solo 430. Cento volte meno. Se non è pulizia etnica questa… e il copione è molto simile per le altre guerre di questa regione.

In queste settimane la sensazione è stata quella che per porre un freno ai massacri degli ultimi 20 anni si sia agito sulle frontiere più che sui popoli. Il senso di appartenenza alle proprie origini qui è ancora fortissimo ed è una grande barriera all’integrazione… in alcuni casi condito e rafforzato dalle differenze religiose. Stati dalle gambe fragili camminano su un terreno paludoso. Ora, con l’Europa indaffarata ad evitare altre fughe dopo quella inglese, gli USA di Trump interessati più alla politica interna e la Russia di nuovo attiva nell’Europa dell’Est, non si respira molto ottimismo da queste parti. Nostra personalissima interpretazione, sia chiaro.

Concludiamo questa giornata con due edifici un po’ fatiscenti, ma affascinanti se visti in bianco e nero.

La biblioteca di Pristina racchiusa da maglie di ferro e le sue cupole che sembrano dei palloni sgonfi dietro una trincea di metallo e una chiesa mai completata, che sorge adiacente.

Non si può dire che questa città ci abbia lasciato a bocca aperta, però ci ha colpito. Si tratta di un posto interessante, dove vale la pena buttare un occhio e che ti fa riflettere sulle dinamiche politiche di questa parte di mondo. Sul fatto che nelle guerre non esistano buoni e cattivi. Alla fine un viaggio non è solo cartoline e foto alla quali mettere un pollice verso l’alto. C’è altro, c’è la realtà. Anche se imperfetta e cruda.

Pristina è viva, ma non è una città per tutti. Andateci decisi e affamati ma con umiltà, con rispetto e comprensione per tutte le sue cicatrici. Solo allora vi si rivelerà.

Concludiamo il vecchio anno con una cena in casa a base di carbonara con variante spek e 4 rossi d’uovo… Non fieri dell’apporto calorico, qualcuno ha ben deciso di comprare la versione balcanica dei Plasmon.

Inutile dire che a mezzanotte non abbiamo brindato… Alle 22:00 eravamo già con la bolla al naso, sognando nuove avventure per il nuovo anno, sempre insieme!

Happy Newborn Year!

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. nino ha detto:

    Se passate a Pec, potreste confermarmi l’impressione che ho avuto a suo tempo: uno dei posti più brutti che avessi mai visto? Ai tempi non abbiamo trovato nemmeno un accettabile locale di pubblico ristoro….

    1. la Vale ha detto:

      Siamo già oltre… Pec saltata in blocco… 😉

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