BOC day 17: e l’auto svampata a Belgrado

Da oggi iniziano le tappe che ci riportano verso l’Italia, fugaci soste, solo per spezzare il viaggio e assaporare ancora un po’ i Balcani Occidentali, per non pensare che siamo agli sgoccioli, per rimanere ancora un po’ invischiati in questi odori, sapori, dolori, cuori, maori (e vabbè non me ne venivano più in mente di parole con “ori”).

Oggi tocca a Belgrado, che, devo ammetterlo, non ho capito fino in fondo…

Mi piacciono le città con carattere, anche se non belle, ma con grinta… Anche per le persone è così, in effetti. Ma Belgrado la vedo come un luogo che non ha deciso chi essere, che si lascia trasportare dalla moda del momento e poi quando è passata ne trattiene un pezzetto. Beograd, dall’anima balcanica ne esce ibrida, a mio parere. Bohémienne, a tratti elegante, spaccata tra ventate di europeismo e nazionalismi mai del tutto sopiti: edifici di epoca socialista stretti come in una morsa tra i capolavori art nouveau, vestigia del periodo asburgico contrapposti ai cimeli dell’impero ottomano.

Belgrado ha una sua anima, ma non è mai uguale a se stessa, si fa influenzare troppo. Ma il suo vero essere lo si percepisce dalla gentilezza delle persone, dalle risate dei belgradesi per le strade e dai visi tagliati grossi dai troppi sorsi di rakia.

Vaghiamo in lungo e in largo a caccia di storia, di tutta la storia… e di un museo sulla guerra per comprendere anche il punto si vista della Serbia.

Un’infilata di musei delle armi, ma nessun museo storico… Non ce lo aspettavamo dalla capitale e dalla città più grande della Serbia. Avremmo voluto capirne di più. Dei serbi cacciati dalle loro case. Dei monasteri dati alle fiamme. Della paura che i campi di concentramento, in cui finirono migliaia di serbi durante la seconda guerra mondiale, si ripetessero. Niente. Come se l’orgoglio di questo popolo gli impedisse di mostrarsi ferito o spaventato e non solo carnefice nel più grande conflitto europeo dei tempi recenti.

La tranquillità della città è quasi in contrasto con la sua tumultuosa storia di guerra e distruzione. Accusata di violenze sulle donne, pulizie etniche e altre barbarie, la Serbia fu messa al bando
dalla comunità internazionale negli anni 90. In particolare, durante la guerra del Kosovo nel 1999 la città di Belgrado fu bombardata dagli aerei della NATO per 78 giorni, senza il consenso dell’ONU. Durante l’operazione “Forza Alleata”, civili serbi furono uccisi a centinaia e vennero distrutti non solo obiettivi militari, ma anche un ospedale e alcuni edifici residenziali. Il 12 giugno 1999 l’esercito serbo si ritirò dal Kosovo. Ma non troverete memoriali per le vittime serbe, nessuno piange a Belgrado.

Amare, sanguinose e mostruosamente complesse, le guerre iugoslave si combatterono non solo tra i separatisti e l’esercito jugoslavo, formato in gran parte da serbi, ma anche sulla base di complicate divisioni etniche e religiose. Con tutto il corollario di atrocità commesse da entrambe le parti, perché nelle guerre non ci sono i buoni e i cattivi.

Immersi in questi pensieri camminiamo per la città. A ridosso delle mura di cinta della fortezza del Kalemegdan, troviamo la Crkva Ruzica, la Chiesa della Madre di Dio, particolare in primavera perché completamente ricoperta di foglie verdi. Ora è ricoperta solo di rami, sembra quasi uscita da un bosco incantato. Al suo interno i lampadari sono costruiti con spade e bossoli.

Essendo tutto chiuso da ottobre ad aprile decidiamo di andare a zonzo un po’ a caso. Mi rivolgo alla mia dolce metà e azzardo: “Paolo segui il tuo istinto!”… Finiamo in un campo pieno di fango e ne usciamo alquanto smerdati. Va beh, usa l’istinto per i ristoranti e segui la cipollata che è meglio.

Ritorniamo così verso il centro, tappa ad un negozio di orecchini fatti a mano, immancabile in ogni viaggio. Ne esco con un paio astratti ed asimmetrici… A guardarli bene uno sembra un uomo stilizzato delle caverne e l’altro una mazza chiodata medioevale; come Belgrado, due epoche diverse assemblate insieme. Stai a vedere che forse, in fondo, funzionano?

Dal nulla esclamo: “Pì, oggi giornata tranquilla però, non è successo nulla!”

Paolo: “non dirlo, per carità, che la giornata non è ancora finita!”

Si è fatta l’ora di prendere l’auto e di proseguire il nostro cammino più a nord, prossima tappa Slovenia. Recuperiamo i nostri bagli e ci dirigiamo verso l’auto e… L’ho gufata! L’auto è scomparsa!

Guardiamo ovunque, sparita! Svampata!

Ha anche iniziato a piovere, e anche bene, e ieri abbiamo sacrificato anche l’ombrello per l’operazione “fuga da Alcatraz”. Scopriamo che il cartello blu, incomprensibile, scritto in cirillico, senza alcuna illustrazione, che ci insospettiva ieri, significa “rimozione forzata”.

Quindi, gli scenari sono due:

  • se ci è andata molto male, ce l’hanno trafugata e si troverà già in qualche mercato nero. Risultato: torniamo a casa in bici (mamma, butta la pasta che tra un attimo arrivo)
  • Se ci è andata male, ce l’hanno rimossa e portata chissà dove. Chi chiamiamo? Che numero? In che lingua? Risultato: dovremo pagare una vagonata di soldi per il riscatto.

Metabolizziamo un attimo le nostre emozioni: #**#%&€, **#€&…

OK, incaxxatura uscita. Ora siamo tornati zen in meno di 3 secondi! Passiamo alla fase creativa-fiducia-nell’universo-aiutoooo

Un tassista, seduto nel suo taxi nero come la pece, ci vede un po’ spaesati e ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto. Si prende a cuore la nostra causa e inizia una serie di telefonate, ma anch’esse incomprensibili, come il cartello… Dopo un po’, arriva la frase tanto sperata: “you are lucky!” siamo fortunati, auto trovata. Siamo lucky ad aver trovato Zoran sul nostro cammino!

Carica noi e i nostri bagagli sul suo taxi e ci porta ai confini della città, in questo mega spiazzo pieno di auto e di carroattrezzi che, uno dopo l’altro, escono vuoti e rientrano carichi di mezzi.

Arriviamo allo sgabbiotto per pagare il dazio e riprenderci l’auto… Già dal primo scambio di sguardi non sembra che sarà molto semplice.

Fase 1: convincerlo che l’auto è nostra senza chiamare i RIS che prelevino le impronte digitali

  • “Di chi è l’auto?” – “Mia (Paolo)”
  • “Che auto è?” – “una Volvo, quella là”
  • “E io come faccio a capire che è tua?” – “Ho le chiavi, si apre se mi avvicino”

Fase 2: dimostrare che non siamo trafugatori di auto

  • “E io come faccio a sapere che tu non hai rubato le chiavi al vero proprietario a cui noi abbiamo portato via l’auto?” – “Ti posso elencare quello che ho in macchina”
  • “Non basta!” – “Vado a prendere i documenti che ho nel cruscotto”
  • “Non puoi, devi dimostrarmi che è tua prima” – “oh mamma…”

In questa conversazione improbabile, interviene Zoran, confabula un po’ e poi ci dice di andare a prendere i documenti in macchina comunque e di lasciarlo parlare… In men che non si dica siamo siamo lì con i documenti in mano, anche se per un attimo la tentazione è stata quella di salire in auto, sgasare, usare il carroattrezzi come rampa, saltare la staccionata e planare sulla strada… Troppo Fast & Furious? C’è bisogno di un po’ più di palestra per diventare gonfi come Vin Diesel.

  • “Sui documenti non c’è il tuo nome!” – “l’auto è aziendale”
  • “E chi me lo dice che non l’hai rubata a questa compagnia?” – Aaaa, ricominciamo!?
  • “Che lavoro fai? Da quanto lavori lì? Chiamo l’azienda, dammi il numero!”

Fase 3: Zoran Santo subito

Riinterviene Zoran: “senti, falli andare che devono tornare in Italia e il viaggio è lungo, quanto devono pagare?”.

Stranamente alla vista della carta di credito, le polemiche e le domande svaniscono in un attimo.

Non è finita qui, ci si sposta di un altro metro allo sgabbiotto della polizia per pagare la multa per divieto di sosta. Qui solo contanti! Zoran ci anticipa i soldi cartacei, visto che i nostri ultimi dinari li avevamo appena spesi per il pranzo, e saldiamo la multa.

Siamo liberi, saldiamo pure il costo del taxi a Zoran, che ci accompagna fino al limite della città per riprendere la strada… Ci salutiamo con una strombazzata proprio sotto il cartello “divieto di suonare il clacson”.

Negli anni ’90 la Serbia è passata da colosso della Jugoslavia a “bullo” dei Balcani. Ci vuole poco a perdere la propria reputazione, ma altrettanto in fretta si può riconquistarla. Tutto ciò che non avete sentito sulla Serbia è vero: è un paese ospitale, caloroso e creativo. È un paese che non fa niente a metà!

Ripartiamo verso Zagabria, con la multa ancora spiaccicata sul vetro posteriore ad imperitura memoria.

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