BOC day 4: c’erano due italijanski in viaggio per Sarajevo

Pensavamo che il grande ostacolo per raggiungere Sarajevo fosse la neve.
Ci basta poco per capire che le 5 ore e 30 previste da Google Maps per andare da Zagabria a Sarajevo saranno molte di più.
Iniziamo tornando un po’ indietro nel tempo, a quando la compagnia di assicurazione dell’auto ci invia in una e-mail la carta verde… Che però è bianca. Chiediamo a destra e a manca questo benedetto foglietto verde, che è essenziale per viaggiare nei Balcani. Niente da fare, nonostante le insistenze ci danno picche e ci dicono che è sufficiente la stampa della copia; partiamo con la nostra carta verde stampata sulla carta del formaggio, rigorosamente bianca.
Tutto regolare fino al confine con la Bosnia ed Erzegovina. Ci chiedono questo benedetto foglietto, tiriamo fuori quello che abbiamo… Ovviamente non basta.
Ci fanno accostare, parlano solo in bosniaco con qualche parola in inglese di cui capiamo solo una serie infinita di “but“. Almeno spero sia “but” (ma) e non “butt” (sedere) perché altrimenti qui si mette male. Paolo tira fuori tutte le regole del manuale della gestione dell’imprevisto e del conflitto e affiniamo la nostra tecnica da mimi, già perfezionata in Asia mesi fa.

Ci accorgiamo però di non aver mai fatto pratica sulla gestione della corruzione. Eh già, perché la tizia in uniforme, che cerca di farsi capire con il traduttore del cellulare, digita per 5 minuti una frase dietro l’altra e poi ci fa leggere: “non c’è problema col caffè”. Qui Google Translate ha toppato a sto giro, pensiamo noi. E invece no, è proprio così, a quanto pare contribuendo all’acquisto di una tazzurella di cafè a tutto il personale della dogana potrebbero anche chiudere un occhio.
Inizia una disquisizione tra me e Paolo sui principi morali ed etici… Non voglio cedere, stiamo scherzando? Piuttosto faccio un’assicurazione nuova o al massimo mi posso privare delle mie preziose tisane (per la gioia di Paolo). Nonostante le nostre reticenze, ci accorgiamo di essere in ostaggio e non c’è verso di poter passare con la copia. Non siamo bevitori di caffè ma in Italia, esagerando, una tazzina di caffè costa 2 euro. Qui i chicchi sono tostati a mano uno ad uno e ricoperti d’oro? Non abbiamo scelta e ce la “caviamo” con 20 euro e una raccomandazione: “No problem, please!”, della serie, vi facciamo passare ma non fate casini. Of course! Di corsa! Rispondiamo noi.

Siamo di nuovo in corsa e già ci chiediamo come diavolo faremo a passare le altre 4 frontiere di questo viaggio… meglio fare scorta di caffè per la strada…

Passiamo il primo paesino e alla terza curva ecco l’ennesimo imprevisto… pistola dell’autovelox puntata e paletta fuori.

I poliziotti ci dicono qualcosa nella loro lingua e si meravigliamo che non parliamo bosniaco, fatto sta che non capiamo una mazza, e anche a questo giro sentiamo aria di euro sonanti che saluteremo presto.
Ci dicono che andavamo oltre il limite di velocità e che sono 25 marchi bosniaci di multa o 25 euro… non siamo preparati sul cambio, ma la fregatura è dietro l’angolo…
Ma prima di procedere, ricostruiamo la dinamica del misfatto:

  • il navigatore al posto dell’autostrada ci fa percorrere una stradina secondaria dove non passa un’anima.
  • Il limite è a tratti 50 e a volte 60 km/h.
  • La sagace app pensa di farci arrivare più velocemente a destinazione, facendoci evitare il traffico sulla strada principale.

Tutto bene in teoria, peccato che sia la strada con la densità di pattuglie di polizia più alta del mondo. Tutte rigorosamente autoveloxmunite e nascoste dietro i cassonetti o appostate sugli alberi.

Nel nostro caso: limite 50 km/h e velocità indicata dalla pistola autovelox 61 km/h. Considerando tolleranze varie probabilmente siamo fuori di 5 km/h. Parte la supplica disperata da italiano medio.
Tremiamo al pensiero che se ci chiedano la carta verde siamo fottuti. Anche perché come spieghiamo ai gendarmi che siamo passati? Andiamo in prigione senza passare dal via, come a Monopoli. E abbiamo finito i soldi per il caffè.
Nel frattempo che compilano tutte le scartoffie passano auto e camion che sfrecciano a più di 100km/h… ma tutto va bene! Uno quasi ci porta via la portiera da quanto andava veloce e tutto va sempre bene. Non a caso ci hanno fermato davanti al bar Bambus, anche perché altri due bambus come noi dove li trovano?
L’importo da pagare cambia pian piano nel corso della conversazione… Ci dicono di andare a pagare una cifra non ben definita alla stazione di polizia (che ovviamente non sappiamo dove sia) e di tornare con la ricevuta. Poi capiscono che non siamo integerrimi scandinavi e così decidono di scortarci all’ufficio postale più vicino per evitare che ci diamo alla macchia.

Ripercorriamo il tragitto a ritroso, su quella strada il cui limite è 50.

Noi siamo attaccati al sedere della pattuglia e il nostro tachimetro mostra 61 km/h.

No, scusate, ma fateci capire bene: noi dobbiamo pagare una cifra ancora non bene precisata perché andavamo a 11 km orari in più e ora voi ci scortate andando alla stessa velocità a cui andavamo noi?! Questa prima o poi me la spiegano.
Arriviamo in posta, praticamente situata al confine, e ci tocca pagare 15 euro… Nel tragitto il Marco bosniaco deve essere crollato.
Abbiamo 10 euro di carta e ne aggiungiamo 5 racimolando tutte le monetine possibili e immaginabili. In realtà abbiamo anche una banconota da 50 euro, ma non vogliamo tirarla fuori prima che alla vista della carta arancione il Marco salga alle stelle e la tariffa si impenni di nuovo.
Niente da fare, le monete non le prendono…
Alla fine siamo costretti a usare il cash pesante; con un cambio tutto loro, ci danno il resto, ma tutti in monetine ovviamente.

La conversazione è incomprensibile, capiamo solo “italijanski”, ridono e ci danno delle gran pacche sulle spalle, che neanche Cannavacciuolo.
Ormai ci ridiamo su anche noi, sembra tutto così surreale.
Nel bel mezzo dei saluti di rito, ci fanno capire che abbiamo diritto alla ricevuta. Da dietro al bancone, si sente un botto, io salto per aria e urlo, pensando sia uno sparo… In realtà la sciura della posta stava solo apponendo molto delicatamente il timbro sulla nostra ricevuta, con la stessa delicatezza con cui Thor usava il suo martello in battaglia.

La pezzetta di carta timbrata entra ad honorem nel nostro diario di bordo.

Usciamo dallo sgabbiotto e, sempre ridendo, ci dicono: “italijanski, klavir (piano)!” e se ne vanno sgommando a 100 km/h.
Io e Paolo torniamo sulla strada, ormai sono 2 ore che siamo in Bosnia e abbiamo percorso appena 5 km.
Andiamo alla velocità indicata dai cartelli, tutti ci sorpassano… pure i moscerini.

La prova provata…

Adesso voglio l’impronta delle nostre mani come ad Hollywood, abbiamo rimpinguato le casse dello stato Bosniaco in un solo giorno.

Ad ogni curva sussultiamo e controlliamo la velocità ormai. Ci avevano detto che dobbiamo trovare i nostri limiti. Ecco, trovati… 50 all’ora fissi. E così ci godiamo il paesaggio almeno.

Visto che siamo così fortunati, oggi facciamo una piccola deviazione, invece di andare diretti a Sarajevo passiamo per Jajce, dove visitiamo la città Vecchia fortificata.

Anche qui ci siamo solo noi, nessun turista e tutti gli abitanti chiusi in casa per il freddo. Troviamo una chiesa senza soffitto, con la neve al suo interno, ma purtroppo il cancello è chiuso, così ci accontentiamo di vederla da fuori.

Ci arrampichiamo su un ripido poggio roccioso fino ai ruderi dell’imponente castello dove, in epoca medievale, venivano incoronati i re della Bosnia.

Leggiamo che l’ingresso alla fortezza è possibile solo di domenica (noi ancora fuori tempo), ma un cartello dice che, telefonando, è possibile entrare anche negli altri giorni. Componiamo subito il numero… Il numero è inesistente… Perfetto!
Parte la raffica di autoscatti davanti all’ingresso del forte e anche il momento sclero con la raffica di palle di neve.

Castello chiuso? No problem! Andiamo alla caccia di mulini… Mulini in Bosnia? Eh sì, ho scovato questa chicca, ma non capiamo dove si trovino… Finiamo a camminare in mezzo alla neve alta fino al ginocchio, ma niente da fare. Sono su tutti gli striscioni pubblicitari, ma non c’è in giro nessuno a cui chiedere.

Non demordiamo e finalmente immersi in un paesaggio montano, punteggiato da torrenti e valli, troviamo un gruppetto di graziosi mulini chiamati “Mlinčiči“.

Ci rimettiamo in marcia su strade solitarie… Ogni tanto qua e là vediamo qualche casa desolata, in piedi per metà dopo i bombardamenti, rattoppata con mattoni non intonacati o spazi inspiegabilmente vuoti a segnalare che qualcosa è stato completamente spazzato via.

Da Sarajevo non si passa per caso, non è sulla strada: Sarajevo non ha strade veloci, treni rapidi, bus di lusso, voli low cost, Sarajevo chiede amore e pazienza. E noi gliela diamo tutta, fino in fondo, presentandoci alle sue porte dopo sole 8 ore di auto.

Sarajevo ci accoglie con tutto il suo calore, il proprietario dell’alloggio non vedendoci arrivare ci telefona per sapere se è tutto ok e per dirci che ci aspetta.

Questa lunga giornata si conclude con una cena fugace, le mie ultime parole famose sono state: “questa sera ci sta un brodino caldo”… Mi ritrovo a mangiare una ciotola di yogurt freddo con pezzi cetrioli in un fast food turco… Ho troppo sonno per pensarci.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Carla ha detto:

    Le mie origini riaffiorano: ma stampare ‘sto pezzo di carta su un foglio verde? Mica se ne accorgono 😁
    😈

    1. la Vale ha detto:

      Ma dove lo becco qui il foglietto verde… Poi non sarà dello stesso verde e ci arrestano x contraffazione. 😂

  2. nino ha detto:

    Oltre al tisanometro, sembra che negli Stati Balcanici, la Polizia Stradale utilizzi l’autometro che serve a comminare, non le sanzioni, ma le dazioni ovvero i cosidetti “caffe” il cui ammontare è direttamente proporzionale al modello del veicolo e alla nazione di provenienza degli occupanti: forse sarebbe stato meno ardito fare il viaggio in bicicletta…..oppure con una panda avuta in prestito sigh!

    1. la Vale ha detto:

      Avremmo speso sicuramente meno…

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