BOC day 5: le rose di Sarajevo

Parlare di Sarajevo non è un’impresa semplice. Fare un viaggio a Sarajevo significa intraprenderlo con la consapevolezza di recarsi in una città ferita. Fare un viaggio a Sarajevo significa entrare in punta di piedi in una città che non dimentica le atrocità e gli anni di assedio. Fare un viaggio a Sarajevo significa farsi colpire in pieno petto da una guerra, ancora presente nel conscio e nell’inconscio di questa gente, che negli anni ’90 stava per cancellarla dalla faccia della terra. Fare un viaggio a Sarajevo significa scoprire una città viva e con un fascino inusuale dato dalla mescolanza di culture che si alternano per le sue viuzze.

Noi cercheremo di scriverne con rispetto e profondità, ma permetteteci anche la leggerezza e l’ironia con la quale ci piace viaggiare e vivere.

A Sarajevo, le mattine iniziano lentamente e per tradizione cominciano, come in Italia, con la liturgia del caffè. Quello turco però, forte e aromatico, è servito nel tipico bricco in rame (džezva) accompagnato da un dolcetto, il lukum.

Qui esiste una cultura del caffè molto forte e si dice che i posti migliori per assaggiarlo si trovino nel quartiere ottomano di Baščaršija. Essendo noi “astemi” di caffeina, non ci andiamo per berlo, ma ci rechiamo per osservare questo rito mentre gli intenditori aspettano che il fondo si depositi. Anche se ci pare che un’altra bevanda sia molto in voga qui: il succo di melograno, ci sono baracchini ad ogni angolo della città.

Il melograno è il mio frutto preferito, ma berne il succo non mi dà soddisfazione, devo sgranare chicco per chicco… Mi allena alla pazienza, anche se oserei dire che allena più quella di Paolo, che si sorbisce mezz’ore di schizzi negli occhi tutte le volte.

Questa terra è stata dominata nei secoli da tantissimi popoli provenienti sia da est che da ovest, che ne hanno magnificamente plasmato l’architettura, la cultura, la
cucina e le usanze. Passeggiando per la via principale si ha la sensazione di essere in località decisamente diverse nel giro di pochi passi grazie al suo centro dal fascino orientale e ottomano, con le case in legno turche, i bazar e i caffè, le moschee con i loro minareti che svettano sulle altre costruzioni e i negozi che vendono qualsiasi tipo di oggetto ricavato con vari residuati bellici.

Basta poco però per sentirci catapultati improvvisamente in Piazza del Duomo a Milano. Infatti, la Baščaršija è il luogo di ritrovo non solo degli abitanti di Sarajevo, ma anche di simpatici pennuti scagazzanti, in onore dei quali la zona è stata ribattezzata la “piazza dei piccioni” (mai nome fu più azzeccato).

Immancabili anche qui i pensionati che portano da mangiare ai piccioni, il fotografo che ti vuole far fare una foto attorniata dalle bestiole volanti e io manco per idea la farei mai… Immortalo Paolo con aria di disgusto e decisamente in ansia.

Ci allontaniamo piuttosto velocemente dalla zona pericolosa cercando di non farli librare in volo e ci dirigiamo verso la collina adiacente, attraversando la “via delle botteghe”, dove gli artigiani lavorano il rame e l’alluminio per produrre le tipiche Jezvah, utilizzate per preparare per il caffè bosniaco.

La città è interrotta ad intervalli dalle lapidi bianche che si ergono verso il cielo, in una distesa di nomi e date a perdita d’occhio. Sarajevo è una città che non dimentica i quasi quattro anni di assedio (5 aprile 1992 – 29 febbraio 1996), che non dimentica i quasi 12.000 morti del conflitto, che non dimentica le atrocità subite dalla popolazione civile durante quei maledetti anni. Lo stucco sulle facciate dei palazzi di periferia, che mal cela i buchi provocati dai colpi di artiglieria, e gli immensi cimiteri che compaiono all’improvviso fra le case, ce lo ricorderanno in ogni istante, quasi a voler spiegare perché in Bosnia è scomparsa la “generazione di mezzo”.

Sarajevo però si rialza: tra le pallide lapidi, che si mimetizzano nella candida neve fredda, in pieno inverno, è pronta a sbocciare una rosa rossa, ormai diventato il simbolo della città, di una città che non dimentica, ma che caparbiamente rinasce.

Qui i cimiteri non hanno un luogo ben definito: durante gli anni dell’assedio, il numero di morti fu talmente alto che si cominciarono ad allestire aree per la sepoltura ovunque. I cimiteri di Sarajevo sbucano tra una casa e l’altra, senza preavviso, ma la sensazione che si ha è tutt’altro che di fastidio: sono una sorta di mausoleo, di monumento, per ricordare a tutti noi ciò che provoca l’odio tra gli uomini.

La costernazione e il senso di impotenza aleggiano sulla città, ma anche la voglia di ricominciare, simboleggiata dal risplendere delle rose di Sarajevo, quelle macchie rosse colorate dai cittadini per riempire le buche provocate dai mortai sull’asfalto.

Le chiamano rose, ma non sono fiori. Le hanno tinte di rosso, ma non come le rose. Sono rosse come il sangue, le rose di Sarajevo. Si celano per un attimo sotto la neve, le rose di Sarajevo.

Sono crateri a forma di rosa scavati dall’impatto tra una granata e un materiale duro, tipo il cemento o l’asfalto. Se ne trovano molte passeggiando per la città: a volte si calpestano, seguendo il flusso della folla, senza rendersene nemmeno conto. Le rose di Sarajevo sono lì, a ricordo delle persone uccise dalle bombe di una guerra tra fratelli.

Camminiamo e le rose sbocciano davanti a noi una dopo l’altra, all’improvviso! Cerchiamo di capirci di più su questa guerra, ma è davvero complessa, scontro di religione e di etnie, di razze e di appartenenza. Lasciamo perdere la testa e seguiamo il cuore, ma continuiamo a domandarci se e quante atrocità gli sguardi che incrociamo abbiano visto.

Mano a mano che conosciamo Sarajevo ci accorgiamo che le rose sono ovunque, stilizzate, ironiche e senza spine.

Giriamo per Sarajevo senza una meta precisa, ma solo per assorbirne la sua storia e la sua anima…

Arriviamo ad una via colma di ponti, noi scegliamo di attraversarne simbolicamente due: uno storico, causa di divisioni, e uno nuovo, che ha l’intento di unire.
La città infatti è separata in due zone dal piccolo fiume Miljacka, attraversato da numerosi ponticelli e proprio uno di essi fu lo scenario dell’attentato di Sarajevo del 1914. Sul Ponte Latino (Latinska ćuprija), si verificò uno dei fatti che cambiò la storia del mondo per sempre: l’assassinio dell’arciduca Francesco I d’Asburgo, che diede il via alla Grande Guerra, la Prima Guerra Mondiale.

A poca distanza, il Festina Lente, dal latino “Affrettati lentamente”, frutto di un concorso del 2007 e opera di tre giovanissimi architetti locali. Si snoda come un nastro e presenta nella sua parte centrale una sorta di nodo che ospita, proprio nel mezzo, una piccola e romantica panchina su cui sedersi per ammirare il fiume. Alla base del progetto l’idea di creare un equilibrio tra le rive sinistra e destra del fiume, stabilendo anche un’unione temporale e spirituale tra le due.

A proposito di confini, visto che ne dobbiamo attraversare ancora in abbondanza in questo viaggio e siamo sempre senza carta verde e senza scorta di caffè, decidiamo che è giunto il momento di capirci qualcosa e così Paolo si reca negli uffici di un’assicurazione locale. Tra due giorni dobbiamo scavallare il Montenegro e non vogliamo sorprese. Ma niente da fare: l’assicurazione non la possiamo integrare perché la nostra è valida ed esiste, la stampa in originale non si può avere e dall’Italia ci dicono che va bene così. Sembra che gli unici che possano sbloccare la situazione siano i doganieri montenegrini. Siamo apposto… Il tizio dell’agenzia si chiede anche come abbiamo fatto ad entrare in Bosnia-Erzegovina. È una storia lunga, ha tempo per un caffè economico?!

Mentre Paolo è indaffarato con le pratiche burocratiche, io mi metto a caccia dei tram tipici di Sarajevo, quelli gialli… Ma poi ne passa uno verde, uno rosso, uno bianco, e uno a pois… Impazzisco per quello a pois!Insomma, i tram di qui sono arcobaleno, come la bandiera della pace!

Ormai si è fatto buio, sentiamo diffondersi nella città il richiamo alla preghiera del muezzin, la gente si avvicina alle moschee e i minareti svettano verso il cielo, si respira l’oriente pur rimanendo in Europa.

Noi visitiamo la mostra fotografica “Gallery 11/07/95”, dedicata alla memoria della guerra dei Balcani, in particolare all’eccidio di Srebenica e all’assedio di Sarajevo. La mostra ci dipinge in pochi scatti la Bosnia-Erzegovina, quella terra balcanica dove Occidente e Oriente si sono incontrati e scontrati più volte, dove le tracce di questi eventi ancora si possono leggere sul suo territorio.

Usciamo tramortiti dalle immagini e dai video. Con quel poco di appetito rimasto puntiamo “la casa turca”, un ristorante in riva al fiume. I piatti tipici turchi ci aprono lo stomaco… Cena molto buona e tutto perfetto se non fosse per un boccone di pane precipitato nella zuppa di pomodoro e olio (tanto olio!) con conseguente sugo schizzato sulla mia unica maglia pulita. Macchie rosse sparse qua e là, un tributo alle rose di Sarajevo!

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. andrea firpo ha detto:

    Bel racconto, grazie! Ci sono appena stato…belle anche le tue immagini. Andrea

    1. la Vale ha detto:

      Grazie mille Andrea, Sarajevo è diventata una delle mie città preferite! La trovo profonda e viva.

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