BOC day 6: a testa bassa nel passato di Sarajevo

Partiamo subito con la benedizione dello zaino. Qualcuno spiegi alla Picanella che non ci sono più i cecchini e quindi non serve benedire lo zaino con la tisaniera santa di prima mattina per avere una protezione divina durante la giornata. Zaino allagato, ma diario miracolosamente salvo.

Usciamo, umidi e benedetti, per visitare poco fuori dalla città, in località Butmir, ciò che è rimasto del tunnel di Sarajevo, che durante la guerra permetteva ai bosniaci di entrare e uscire dalla città passando sotto all’aeroporto.

Ci ho messo due ore a capire il funzionamento di tutta sta storia, ma in breve: Sarajevo restò interamente isolata e circondata dall’esercito nemico serbo per gran parte del conflitto degli anni ‘90. Butmir fu l’unica parte della città a rimanere sotto il controllo dei bosniaci musulmani e a mantenere un collegamento con il mondo esterno. Tra Butmir e Sarajevo, però, corre la pista di atterraggio dell’aeroporto che, sebbene dovesse essere considerata territorio neutro sotto il debole controllo delle Nazioni Unite, non si poteva attraversare senza correre il rischio di essere uccisi dai tiratori serbi appostati agli estremi della pista di atterraggio. L’aeroporto era diventato a tutti gli effetti il tappo di bottiglia in cui erano imbottigliati gli abitanti di Sarajevo.

L’unica soluzione fu scavare a mano una galleria sotto la pista. I volontari bosniaci vi lavoravano a turni di 8 ore, in 3 turni giornalieri, in modo tale che le operazioni andassero avanti 24 ore su 24.

La galleria fu completata dopo 6 mesi: era alta 1,60 mt. e larga circa 80 cm, si estendeva per 800 metri di lunghezza. Questo permise alle riserve alimentari, ai medicinali e agli aiuti umanitari di raggiungere la città e alla popolazione di fuggire; fu anche una delle principali vie per oltrepassare l’embargo internazionale di armi e per fornire ai combattenti nella città le armi necessarie per resistere all’assedio.

Il tunnel significava speranza e soprattutto sopravvivenza: in effetti, si è spesso detto che questo abbia salvato Sarajevo.

Tra le tante facce che scorrono, una dopo l’altra, nel video che viene proiettato all’interno del museo, ce n’è una in particolare che compare di frequente.
E’ una donna di mezza età, che versa da bere e dà una mano ai volontari: è la proprietaria della casa che ora ospita il museo.

Questo posto è stato fondato proprio dalla famiglia Kolar su base totalmente volontaria, come monito e per non cancellare dalla memoria della gente quanto accaduto.

La sua casa presenta ancora fori di proiettili sulla facciata e una rosa di Sarajevo è sbocciata proprio davanti all’ingresso.

Gli oggetti e le foto della guerra, racimolati e ora esposti nelle varie stanze, rievocano quei momenti intensi. Non avendo mai vissuto una guerra in prima persona difficilmente possiamo comprendere gli stati d’animo ritratti, ma entrambi siamo silenziosi e rapiti da questi cimeli.

C’è pure il motore di una Fiat 126, chiamata “Peglica”, smontato e riadattato come generatore di corrente per sopperire ai frequenti black out di energia.

Entriamo nel tunnel, che ha permesso a Sarajevo di resistere al più lungo assedio della storia moderna; ora è crollato, tranne per gli ultimi 25 metri.

La parte finale ha resistito a bombe, infiltrazioni, al passare del tempo. Ma oggi ci ha pensato la Vale a dargli il colpo di grazia con una craniata epocale sull’architrave portante.

Tunnel crollato con buona pace di Bill Clinton e dei tre pullman di turisti indonesiani in fila per la visita. Spettacolo finito, andate a Roma la prossima volta, che lì la Vale non è ancora arrivata.

Rientriamo verso la città e passiamo per il viale dei cecchini, il luogo più triste e pericoloso della Sarajevo assediata, dove ogni giorno gli abitanti della città rischiavano la vita per andare a lavorare. Non mi lamenterò mai più del mio tragitto casa-lavoro, neanche quando sono bloccato per 5 ore nel traffico.

Nei palazzi occupati dalle truppe serbe, i cecchini sparavano contro i civili a piedi, contro le macchine in corsa da e per l’aeroporto e, soprattutto, contro i bambini. L’uccisione di un bambino era, per i cecchini serbi, fonte di altre morti, poiché attorno al piccolo corpo venivano richiamate altre persone.

Visitare Sarajevo è anche ascoltare questi ricordi e non avere parole per commentare. I buchi creati dei proiettili sono ancora visibili nei muri dei palazzi che si affacciano su questo lungo e quasi interminabile viale, chiamato Zmaja od Bosnel. Uno striscione sulla guerra cela momentaneamente solo alcuni fori…

Sarajevo non è sempre stata così. Nel 1984 ha ospitato i giochi olimpici invernali. Ora tutte le strutture sono scheletri coperti di graffiti sparsi per i boschi sulle montagne intorno alla città. Le stesse montagne sono state testimoni prima di competizioni sportive, poi di marce armate, deportazioni ed eccidi e ora di scampagnate di famigliole che passeggiano nel weekend. Raggiungiamo la pista di bob, suggestiva nella sua totale decadenza.

Qui vediamo anche sventolare la bandiera della Serbia… Abbiamo sbagliato strada e non ci siamo accorti? O le truppe serbe sono ancora dietro l’angolo? In realtà siamo passati nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina… una delle due entità in cui è divisa la Bosnia… La sensazione è quella di un equilibrio ancora molto sottile tra le diverse etnie che abitano questi territori.

Qualche scatto e poi via, la Picanella (e il suo stomaco) brontolano per la fame. Cerco di placarla attingendo ispirazione dalla guida che consiglia di darsi allo street food selvaggio, assaggiando i ćevapčići da Zeljo. Uno scioglilingua gastronomico praticamente. La Vale mi lascia solo ad ordinare, mentre va in bagno, raccomandandosi: “stai leggero, non fognare come al tuo solito, che poi assaggiamo tutti i dolcetti tipici”. “Vai tranquilla! Leggerissimo!”, rispondo io. Arriva la cameriera e gli ordino due ćevapčići small, allineato agli ordini ricevuti. La tizia mi guarda delusa e mi chiede: “con cipolla almeno?”… Non me la sento di deluderla… “Ovvio!” rispondo. Arrivano due paninazzi fritti ripieni del formaggio più grasso, prodotto dalla vacca più grassa di tutta la Bosnia. Più salsicce come se non ci fosse un domani, e nel mio piatto quintali di cipolla che lo chef è ancora lì che piange. Inutile dire che la mia dolce metà non ha digerito la cosa… E neanche io a dire la verità… Niente dolcetto per non creare possibili combinazioni chimiche.

Smaltiamo la tensione con un giretto tra le botteghe degli artigiani.

Lascio sola la Vale per cinque minuti e la ritrovo con un ginocchio ammaccato e il pantalone sporco… Mi mima la scena concitata, sottolineando che si è immolata in una spaccata acrobatica per salvare la macchina fotografica. La prossima volta prima di partire devo ricordarmi di comprarle dei ramponi da ghiaccio e la piccozza.

Nei pressi del Ponte Latino sorge un edificio in stile austro-ungarico a strisce, che non passa di certo
inosservato, scopriamo essere la Biblioteca Nazionale. Uno dei nostri punti preferiti in tutte le città che visitiamo… Quante storie sono racchiuse nelle sue mura? Quante ancora ne verranno scritte?

La biblioteca di Sarajevo è considerata l’emblema della guerra fratricida tra i serbi e i bosniaci, che fu incendiata proprio dai bombardamenti di quel conflitto. Prima dell’assedio di Sarajevo, ospitava 1,5 milioni di volumi, più di 155.000 libri rari e 478 manoscritti. La Biblioteca di Sarajevo, la Vijecnica, venne fondata nel 1896 e completamente bruciata nel 1992, dopo un bombardamento intenso e accanito durato una notte intera. Forse Vijesnica non era un edificio “bello”, ma rappresentava i ricordi di generazioni di studenti che qui avevano iniziato a scoprire il mondo ed era considerato il cuore della storia e della cultura bosniaca.
Per questo, un edificio strategicamente insignificante è diventato un obiettivo da distruggere. In una guerra d’aggressione nazionalista, era necessario cancellare le tracce di una storia comune, a maggior ragione se amata da tutti.

Questo è ciò che accadde… nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992, dopo 25 colpi di obici incendiari serbi, dalla Biblioteca Nazionale di Bosnia ed Erzegovina si videro levare le fiamme alte nel cielo. Negli ultimi tre giorni di agosto, la Biblioteca bruciò insieme al suo patrimonio culturale e la città soffocò in una neve nera che cadeva dal cielo.
Si trattò del più grande incendio deliberato di una biblioteca nella storia moderna, nonchè il più famoso episodio di libricidio e memoricidio delle guerre balcaniche.
Per giorni, centinaia di cittadini, anche se si trovavano sotto il tiro dei cecchini, tentarono di portare in salvo alcuni testi. nascondendoli nelle cantine. E quelle persone erano bosniaci, serbi, croati… tutti uniti per uno scopo in cui credevano. Qualcuno salvò un’antica copia di un Haggadah ebraica, che molti anni prima si era salvata anche dai roghi nazisti. Oggi, forse, è particolarmente importante ricordare che quella persona era di religione musulmana. “Sarajevo cuore d’Europa”, questo fu il nome del progetto di solidarietà lanciato in quei giorni dall’Associazione per la Pace. L’Università di Siena e centinaia di intellettuali istituirono una campagna di sostegno per ricostruire la Biblioteca di Sarajevo. Iniziative analoghe si organizzarono in tutto il mondo. Ventidue anni dopo la biblioteca riaprì.

La sensazione che si ha ora nel visitarla non è facile da descrivere: da un lato c’è la commozione, la gioia di poter rivedere un simbolo tanto importante per la città risorto dalle ceneri; dall’altro lato, le grandi stanze vuote e i colori fin troppo sgargianti delle pitture, lasciano nel cuore un senso di amarezza, di malinconia, di impotenza, di spaesamento.

Ricostruita perfettamente, oggi è però tristemente vuota, senza un libro, senza un’anima.

Lei senza anima, la Vale senza guanti. All’uscita infatti il dramma. Uno dei due guanti è “uscito” dalla tasca per farsi un giro… Come in ogni benedetto viaggio nei paesi freddi, la perdita di uno o entrambi i guanti è un evento dato 1 a 1 dai bookmakers, che ormai da anni non accettano più scommesse in merito. Propongo con calma di rifare il giro al contrario, scatenando il borbottio della pentola di fagioli, che ormai è disperata e pensa a quando le cadrà una mano per il freddo. Sulla strada del ritorno intravediamo una sorta di topo morto spiaccicato a terra… Avvicinandoci lo riconosciamo. Il guanto disperso! Spiattellato per bene, inzuppato nel fango e nella neve, ma ancora vivo.

Lo recuperiamo e felici torniamo in hotel, approfittando della luce del tramonto per immortalare questa città, su cui anche il sole sembra posarsi con gentilezza, dopo anni di massacri e sofferenze sopportate.

Stasera cenetta, di nuovo da Nat Kuca, l’antica casa turca spostata in questo luogo, pietra per pietra, nel 1895. Abbiamo prenotato un tavolino romantico per due in una nicchia del locale. Speriamo solo di aver smaltito la cipolla altrimenti addio romanticismo… anche oggi pietanze cariche di cipolle e aglio come se non ci fosse un domani, ma ormai adoriamo la cucina turca, ci manca solo il burek da assaggiare, per il resto abbiamo provato tutti i piatti.

Domani lasceremo Sarajevo, che è diventata una delle nostre città preferite anche se, prima di arrivarci e di vivere la sua atmosfera, mai lo avremmo pensato.

I bosniaci descrivono il loro paese come una terra a forma di cuore e, guardando una cartina, si capisce che
dal punto di vista geografico non si è poi così lontani dalla realtà. Noi un battito di cuore lo lasciamo qui. BUM!

Bandiera
In queste terre, più che mai, le bandiere acquisiscono un grande senso di appartenenza e di separazione.

L’attuale bandiera della Bosnia ed Erzegovina è stata adottata il 4 febbraio 1998. E’ blu con un triangolo giallo (che ricorda vagamente la forma dello stato) e una fila di stelle bianche cinque punte allineate. I tre vertici del triangolo rappresentano la teoria delle tre etnie del paese (Serbi, Croati e Bosniaci). Le stelle rappresentano L’Europa e sono pensate per essere continue (per questo le stelle in alto ed in basso sono a metà). I colori bianco, blu e giallo sono associati alla neutralità e alla pace, oltre ad essere tradizionalmente legati alla Bosnia Erzegovina.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. nino ha detto:

    Credo di non avervi mai raccontato di aver fatto, nell’agosto del 1969, un viaggio nell’allora Repubblica Jugoslava, in compagnia di 2 amici , a bordo di una mitica Fiat 500, viaggio che prevedeva anche un passaggio in Bulgaria, Romania e Grecia. Visto il tempo trascorso, il ricordo delle località visitate è un po’ sbiadito ma permane il senso di una certa atmosfera che aleggiava nelle varie Repubbliche. In particolare, rammento i singoli contatti con la popolazione, spesso simpatica ed accogliente. Fra tutti, l’incontro occasionale con alcune ragazze bosniache con cui abbiamo fraternizzato (conservo ancora chissà dove un piccolo artistico agoraio decorato con un immagine di Sarajevo donatomi da una di loro). In quegli anni la Jugoslavia, grazie alla politica del Maresciallo Tito, abile a coagulare le varie etnie, i sentimenti religiosi e gli obiettivi economici, era uno stato federale appartente ai cosidetti non allineati ,un “cuscinetto” fra i blocchi occidentale e comunista. Molti di noi la vedevano come una realtà ideale ed un modello esportabile, in qualità di democrazia socialista. Ovviamente esistevano differenze: più evoluti e dinamici gli stati del nord, ancora arretrati quelli del sud, una situazione analoga a diverse altre nazioni. Mai, però, ci saremmo aspettati un’evoluzione così drammatica come quella che è accaduta dopo la disgregazione dello stato unitario e della quale, come generazione, siamo stati testimoni attoniti ed impotenti. La vostra descrizione della visita a Sarajevo evidenzia tutti gli elementi di una tragedia che ha sconvolto la storia e la vita di una regione europea dove l’egoismo e l’odio hanno lasciato segni indelebili. Speriamo, almeno, sia un ulteriore contributo a far riflettere chi legge, a mantenere la memoria ed a diffondere il sentimento che simili eventi non debbano mai più verificarsi.

    1. la Vale ha detto:

      Deve essere stata una bella avventura su quella Fiat 500!
      Sono più le cose che ci dividono di quelle che ci uniscono, ma se cerchiamo di vedere al di là della diversità e apprezzare ciò che rende unico ciascuno di noi, anche nella vita di tutti i giorni, sapremo rispettarci e imparare dall’altro, trovando una ricchezza e un motivo per non farci la guerra. Purtroppo questa diffusione di odio e paura regna sovrana ancora in molti paesi e l’Italia, ahimè, non ne è totalmente esente.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.