RTW day 104: felice di volare (in Myanmar)

Abbandonate finalmente l’otite e la sinusite abbiamo potuto riprendere l’aereo… Ce l’abbiamo fatta, abbiamo messo piede in Asia, così dopo 9 ore su un volo low cost, più 3 ore di scalo a Kuala Lumpur, più altre 3 ore di volo per arrivare in Myanmar (con aereo rigorosamente rosa, in tinta con la mascherina di Paolo), abbiamo il nostro timbro sul passaporto!

Più eccitato di noi forse c’è solo il vicino di posto di Paolo che è stato in fibrillazione atomica dal primo all’ultimo minuto del viaggio: prendeva appunti sulla spiegazione delle manovre di evacuazione dell’aereo e non staccava un attimo gli occhi di dosso dallo stuart durante la dimostrazione. Ha capito tutto talmente bene che, al momento di decollare, si è allacciato metà della sua cintura con metà di quella di Paolo!

All’atterraggio poi non stava più nella pelle, doveva scendere all’istante, infatti si è sganciato la cintura appena il pilota ha comunicato che dopo 20 minuti saremmo arrivati a Yangon e ha iniziato a fare pressione a Paolo con appoggini strani fino a quando non siamo scesi.

Perché abbiamo scelto il Myanmar?

Uno dei motivi è per la sua grande ricchezza, nel senso più puro del termine: questo paese è un mix di razze, etnie, lingue, religioni unico al mondo, sopravvissuto a decenni di isolazionismo e duro controllo da parte delle autorità. Il popolo birmano ha dato vita negli ultimi tempi ad una rivoluzione pacifica di portata storica: il regime oppressivo militare si è “dissolto” di fronte alle proteste dei monaci buddisti e della gente comune, guidata dalla figura carismatica di Aung San Suu Kyi. In Myanmar non si parla volentieri di politica quindi a parte questo breve accenno rispetteremo questo fatto, anche perché se ci blindano il blog poi chi glielo spiega ai nostri genitori che non devono mobilitare l’esercito per farci tornare a casa?

Le ragioni per essere qui sono tante e forse ne scopriremo molte di più viaggiando in questo paese per un mese, ma uno dei motivi per cui è sbocciato questo amore nasce da un libro scoperto per caso: “Felice di volare” di Amelia Mary Earhart, un’aviatrice statunitense dei primi del 1900, che fece tappa a Rangoon (il vecchio nome di Yangon sotto il dominio inglese) durante il secondo dei suoi tentativi di compiere il giro del mondo in aeroplano. Come dico sempre, sono i libri che ci scelgono e non il contrario, e questo mi è sembrato un segnale. La protagonista è una donna vera, una coraggiosa avventuriera, che divenne un simbolo di perseveranza e passione nella coscienza femminile. Uno spirito libero che incoraggiava a seguire i propri sogni, spostando sempre più in alto l’asticella, oltre le nuvole.

Quindi eccoci qui, sono più di 20 ore che siamo in piedi, ma decidiamo di fare un giro tra le vie di questa caotica città, dove i clacson delle auto fanno da colonna sonora e attraversare la strada nelle ore diurne è lo sport estremo più praticato in Myanmar! Le strisce pedonali non esistono e i semafori sono un suggerimento più che un obbligo. Ci facciamo coraggio per entrare nel mood giusto, seguendo il flusso dei locali, o rischiamo di rimanere ad attendere sul ciglio della strada per una giornata intera. Dopo i primi passi tra le vie di Yangon ci tornano tutte le energie: le insegne in lingua locale ai nostri occhi sembrano solo tanti cerchiolini, dappertutto incontriamo uomini con indosso il longyi, i visi sorridenti e aggraziati delle donne cosparsi di thanakha e nonnine che masticano betel con la bocca piena di succo color rosso sangue. Tutta la vita di questa gente si svolge per le strade: dalla tinta per i capelli alla cucina. La fogna in alcune zone è a cielo aperto, gli odori sono pungenti, ma questo sarà una buon allenamento per abituarsi all’India, dove tutto ciò e molto di più sarà elevato all’ennesima potenza.

Iniziamo a scaldarci visitando qualche tempio, la cui caratteristica comune è data dalla presenza degli stupa, ricoperti con strati e strati di foglie d’oro e impreziositi con elaborate modanature e fiori di loto. Sulla sommità degli stupa si trova una sorta di ombrello e decine di campanelli, che suonano con il vento.

Ad ogni tempio riceviamo un biglietto e un “appiccichino” che Paolo perde sempre rigorosamente dopo 5 secondi netti!!

Il primo tempio buddista che visitiamo si trova sulla collina Dhammarakkhita, che significa “guardiano della legge”, per commemorare l’unificazione religiosa del Myanmar sotto il buddhismo theravad. Qui alla Maha Wizaya Zedi, sulle lastre di marmo cocenti scaldate dal sole, battezziamo i nostri “delicati” piedi occidentali camminando scalzi, come da usanza locale.

Visto che ora camminiamo come delle papere, decidiamo di dare il colpo di grazia alla pianta dei nostri pieduzzi alla Shwedagon Paya. Questo fulgido stupa domina col suo profilo la città ed è stato la scenografia di numerose manifestazioni politiche del movimento per l’indipendenza del Myanmar: nel 1988, la leader democratica Aung San Suu Kyi parlò da qui alla popolazione e nel 2007 presero il via le proteste pacifiche dei monaci. Appena entriamo ci sembra di essere in una mini-città con decine di pagode, templi e statue di Buddha, da quelle finemente intagliate nel legno a quelle in versione tamarra con le luci psichedeliche.

È considerata la pagoda buddista più sacra per i birmani, in quanto custodirebbe le reliquie di quattro Buddha vissuti nell’eone attuale. Secondo la tradizione Theravada, la pagoda fu costruita addirittura prima della morte del Buddha, avvenuta nel 486 a.C.; la leggenda narra che sia presente in questo luogo da 2.500 anni, ossia sin da quando il Buddha donò a due fratelli mercanti, Tapussa e Ballika, otto dei suoi capelli da riportare in Birmania. Il re Okkalapa fece racchiudere i capelli in uno stupa d’oro, che fu a sua volta chiuso in uno d’argento, in uno di stagno, in uno di rame, in uno di piombo, in uno di marmo e, infine, in uno di ferro. All’elenco manca solo la kriptonite e poi c’erano tutti.

Cotti e con i piedi un po’ doloranti ci buttiamo nel letto, ma felici di essere qui!

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. NINO ha detto:

    Sono sicuro che l’avete già visto, nel caso non fosse così, c’è un film dedicato alla nostra aviatrice intitolato “Amelia” con H.Swank, molto emozionante.

    1. la Vale ha detto:

      Si, l’abbiamo visto… molto bello!

  2. Carla ha detto:

    Ma…l’autoscatto???😕

    1. la Vale ha detto:

      Eravamo troppo presi dal contesto, poi nei giorni successivi abbiamo recuperato!

    2. la Vale ha detto:

      Poi la maggior parte delle volte dimentichiamo il cavalletto in stanza… 😤

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.