RTW day 106: il treno per Yangon è in partenza da Yangon

Oggi è san Valentino e dal Myanmar si alza un coro univoco: “E sti caxxi?”. Per fortuna qui sono ancora relativamente immuni alle feste occidentali, anche se nei supermercati qualche cuoricino inizia a fare capolino. Noi, che per le feste “obbligate” siamo peggio di Scrooge, tiriamo dritto… la Vale è tutta concentrata alla ricerca del barattolino di balsamo di tigre, panacea di tutti i mali dell’universo, che è dal primo viaggio in Asia che ne vuole uno.

Il nostro programma oggi prevede una visita a Bago, antica capitale del Myanmar meridionale, caduta in disgrazia dopo che i suoi fiumi si sono prosciugati e l’accesso al mare è venuto meno.

Sono le 8:00 e, come da accordi presi ieri, stiamo aspettando il nostro driver, che puntualmente arriva. Con una macchina… Oddio… con una scatoletta di sardine. Potrebbe competere dignitosamente nella Red Bull Soap Box Race, o figurare nel prossimo remake dei Flinstones, ma per il viaggio che ci aspetta… mah… aria condizionata non pervenuta, cinture di sicurezza assenti, poggiatesta venduto al mercato nero, imbottitura dei sedili evaporata per il caldo. Siamo seduti su due assi di legno. In più il traffico delle 8:00 a Yangon è infernale, esattamente come da nostri timori ieri. Le 2 ore messe in conto per il viaggio possono tranquillamente diventare 4. Prendiamo in mano la situazione e comunichiamo al nostro driver che rimandiamo tutto a domani. Segue chiacchierata con il suo boss con cui concordiamo un’auto decente (condizione fondamentale le cinture di sicurezza visto che qui i semafori sono un suggerimento) e una partenza alle 7:00. Oh chiariamo, non è che tutto d’un tratto vogliamo fare i preziosi, abbiamo viaggiato con qualsiasi mezzo di fortuna, ma Yangon è una città molto più sviluppata di quello che si possa credere, con Uber e Grab diffusissimi; chiedere standard “europei” non è assolutamente fuori luogo qui, anzi premia la competitività e chi investe in sicurezza.

Rimaniamo a Yangon e viriamo sulla Circle Line, una sorta di treno di superficie che compie un itinerario circolare nella periferia della città per poi rientrare alla stazione centrale dopo circa 3 ore dalla partenza. I treni, probabilmente di quarta mano, sono giapponesi, lo intuiamo dagli ideogrammi ancora chiaramente visibili. Ma la qualità del Made in Japan non si smentisce e dopo 80 anni le locomotive ancora marciano senza problemi (ovvio, a 30 km all’ora…).

Le stazioni e gli orari sono tutti scritti in birmano giustamente. A me i numeri birmani sembrano tutti dei 3 e degli 8… però dubito che il treno possa partire alle 38 e 88.

Chiediamo al bigliettaro che è meglio. Ci fa segno di entrare nel gabbiotto in cui è arroccato e ci mostra un foglio plastificato con numeri decisamente più comprensibili. Il prossimo treno è alle 9:25.

Qualche fotografia di riscaldamento ai viaggiatori che corrono a prendere letteralmente al volo il treno mentre è in movimento e siamo pronti anche noi per partire in questo viaggio nell’umanità birmana.

Sono quasi le 9:25 ed è tempo per noi di partire, al binario 4 ci aspetta il nostro treno.

La Circle Line è stupenda. Ha dei panorami incredibili. Ma non si vedono dal finestrino. Si gustano guardando le persone sedute davanti a te, nella tua carrozza. Che salgono, condividono con te una manciata di minuti e poi scendono. Sono panorami fatti di gente vera, che ti guarda negli occhi, che ti sorride timida, che ti saluta quando scende, che ti invita a pranzo alla prossima fermata, che ti accarezza perché le hai ceduto il posto. Ci accorgiamo subito che, mantre Yangon è una città caotica e veloce, su questo treno la vita scorre lenta, fornendo una finestra nella vera vita e nella routine quotidiana del popolo del Myanmar.

I monaci guardano pacificamente fuori dal finestrino, i venditori ambulanti cercando di placare rapidamente la fame e la sete di ogni passeggero e molte persone sono pronte a sedersi accanto a te anche solo per una breve conversazione in una lingua semi-incomprensibile e non appena si rompe il ghiaccio con un sorriso, ti viene restituito immediatamente.

Lasciato il centro di Yangon la carrozza sonnecchiante si svuota piano piano fino ad arrivare alla fermata di Da Nyin Gone, dove si riempie di nuovo questa volta di colori, odori, erbe e frutti del mercato locale (decisamente autentico e fuori da ogni circuito turistico).

Ogni minuto che passi su queste carrozze cresce la probabilità di venire coinvolto in questa storia vivente…

Lo vedete quel vecchietto con il cappello un po’ nascosto dai vari sacchi di verdura?

Mi scruta per un po’ con l’aria seria, discutendo animatamente con il suo compare, fino a che ad un certo punto si dirige verso di me, con il suo sacchetto di pesce essiccato in mano. Si presenta e io gli dico il mio nome. Farfuglia qualcosa in anglo-birmano, ma non capisco bene, parla di pranzo insieme… lì per lì non riesco a comprendere! Alla fermata successiva lui e il suo amico si avvicinano alle porte, mi fanno segno di scendere al loro villaggio. Non abbiamo la prontezza di scattare in piedi e di farci spazio tra i sacchi delle patate, delle cipolle e tra le ceste di vimini colme di verdura, le porte si chiudono e il treno riparte. Ma come si suol dire: “si chiude una porta e si apre un portone”.

Non facciamo in tempo ad essere dispiaciuti per non esserci catapultati dal finestrino, che sale una famiglia con un bimbetto vispo con due occhi grandi che guarda dal finestrino il paesaggio correre, non troppo veloce. I suoi occhi hanno la stessa “fame” di scoprire e di assaporare il mondo che riconosciamo nei nostri. Giochiamo con lui a farci le facce e al momento di scendere ci saluta saltellando.

Passano pochi minuti ed ecco un’altra storia iniziare: ha come protagonista una signora anziana con un cappello di lana (solo a guardarla sentivo caldo), con il viso ricoperto di thanakha e che mastica foglie di betel. Anche lei dall’espressione apparentemente seria. Ad una delle 39 fermate, salgono dei monaci buddhisti piuttosto giovani, qui il rispetto e la riverenza per queste figure è altissimo, infatti lei scatta in piedi come una molla per farne sedere uno. La Vale si avvicina all’anziana signora per cederle il suo posto; la donna accetta, ma ricambia il gesto con qualcosa di inaspettato: una carezza ed un sorriso. Si siede e poi come un vigile inizia a gesticolare con gli altri passeggeri e a dare ordini: fa sedere tutti composti e fa stringere tutta la fila per creare uno spazio lì vicino a lei. Chiama la Vale e tocca il sedile facendole capire che quel posto è suo, così mentre anche la Vale si siede, la donna le accarezza teneramente la spalla. Sono riuscito a rubare un scatto in questo attimo, ma né la foto né queste parole riescono a spiegare l’alchimia che si è creata tra di loro per un gesto di gentilezza ricevuto. Durante tutto il viaggio la signora è sempre stata seria, tranne quando incrociava lo sguardo di Vale, solo allora le spuntava un sorrisone enorme, a volte la accarezzava o le teneva la mano… non si sono parlate molto, ma con gli occhi e sorrisi si sono dette più di mille parole. Giunta la sua fermata, l’anziana signora tocca Vale sulla spalla e le regala un ultimo abbraccio, la mia dolce metà ovviamente ha gli occhi un po’ lucidi. Davanti alle porte che si stanno per aprire non smette di salutarla con la mano e continua finché il treno non scompare dalla traiettoria, la Vale non si tira di certo indietro e agita la mano finché la signora sparisce dalla visuale.

Ce ne sarebbero altre di storie da raccontare, durate pochi attimi o qualche ora. Uno spaccato di umanità alle prese con la vita quotidiana, che spezza le loro schiene col peso delle enormi ceste di verdura, che fa sudare la loro pelle nelle carrozze roventi, ma che non indebolisce neanche lontanamente la loro spontaneità.

Le tre ore volano, scendiamo dal treno è un’altra spaccato di vita quotidiana sale sulle sue carrozze.

Faremmo volentieri un altro giro per vedere altre cento facce, ma il caldo inizia ad essere veramente insopportabile, le carrozze sono roventi e anche la fame inizia a farsi sentire.

  • Una parola per la Circle Line: umanamente vera.
  • Voto: ⭐⭐⭐ con lode e bacio accademico.

Decidiamo quindi di trovare, anche oggi, un posto per pranzare che possa aiutare la comunità locale, così ci sediamo ai tavoli della Yangon Bakehouse. L’associazione che lo gestisce lavora con donne svantaggiate, che stanno vivendo un periodo difficile, alcune delle quali si sono viste costrette a prostituirsi per sopravvivere. Impresa modello nel suo genere, questo panificio paga i suoi tirocinanti il doppio dello stipendio mensile normale, inoltre offre consulenze e aiuta le sue assistite a imparare un mestiere.

Ci facciamo conquistare dai loro deliziosi prodotti da forno, pane e dolci di tutti i tipi, io vado di Ciabatta al salame e mozzarella di bufala… incredibilmente buona! Yangon Bakehouse promossa a pieni voti: ⭐⭐⭐ con lode!

www.yangonbakehouse.com

Ora il sole è davvero cocente e siamo piuttosto distanti dal nostro alloggio, così chiamiamo un Uber per rientrare. Passiamo il pomeriggio a fare il casting ai tassisti, nel caso pure domani il driver per Bago si presentasse con la macchina di Topolino e come cinture di sicurezza una corda da legare in vita.

Primo candidato:

  • Automunito
  • Inglese fluente
  • Macchina tappezzata di pelo
  • Cinture di sicurezza con orsacchiotto integrato
  • Aria condizionata non presente/presente ma funzionante a carbone

Sarà l’effetto del plaid, dell’orsacchiotto accozzato, ma qui dentro si schiatta…

Gazie le faremo sapere.

Secondo candidato:

  • Disponibile a trasferte
  • Inglese: boh….

Arrivederci…

Terzo candidato:

  • Motivato e team oriented
  • Focalizzato sul cliente
  • Momentaneamente sprovvisto di freni ma ci sto lavorando sopra

Vabbè ciao… decidiamo di attendere la nostra sorte domani mattina. E che Buddha ce la mandi buona (la macchina).

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. ros ha detto:

    CHE MERAVIGLIA E CHE EMOZIONI!!!

  2. Gabriele Spagnoli ha detto:

    Spettacolo!

    1. Pablo ha detto:

      Fuji sugli scudi… 📷

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