RTW day 107: e io Bago

Visto che il casting per le finali di X-Taxi ieri è miseramente fallito, attendiamo il nostro destino, alle 6 e 50, nella reception dell’hotel. Invece della biga da trainare, si presenta una Toyota di tutto rispetto. Scende un vecchietto tremolante con più peli sulle orecchie che in testa, ma sorridente; gli diamo fiducia perché ci sembra il maestro Joda in versione birmana! Si rivela subito molto simpatico e prudente nella guida e in 2 ore nette ci porta a Bago. Guarda caso, partendo alle 7:00 non troviamo nessuno sulla strada, solo qualche motocicletta avvolta nella nebbia mattutina. Eh sì, perché con la partenza intelligente di oggi abbiamo preso in controtempo tutti i tassisti intenti nella loro colazione.

Entriamo nel “regno dell’hamsa”, questo è il significato della città in pali-sanscrito. Si racconta che la città fu fondata da due principi Mon che, vendendo una femmina di hamsa (un uccello mitologico) ergersi sul dorso di un hamsa maschio, interpretarono questa visione come segno di buon auspicio e questo divenne anche il simbolo di Bago. Per via di tale leggenda, si dice che gli uomini di Bago siano più cavallereschi rispetto a quelli del resto del Myanmar e che però nessun birmano sposerebbe una donna di Bago per timore di essere bacchettato. ⭐⭐⭐ alle donne di Bago!

Oggi è la giornata dei Buddha: sdraiati, seduti, con la mano che tocca terra, con la mano girata all’insù, reclinati in fase abbiocco, con le unghie pittate, crollati e avvolti nella leggenda.

Una delle tante racconta che la costruzione (e la distruzione) di quattro buddha giganti fu legata al destino di quattro sorelle Mon: una delle statue sarebbe crollata al momento del matrinonio di una di loro, che ormai ultracentenaria riuscì finalmente ad accasarsi… vedi l’emozione che brutti scherzi ti gioca a volte… care amiche del patto di ferro non demordete, però occhio che potrebbe crollare mezza Bergamo!

Autoscatto di rito… con foto di corsa come da tradizione, con l’aggravante del pavimento cocente.

  • Una parola per il Kyaik Pun Paya: abbagliante
  • Voto: ⭐ per la nonna in abito bianco

Di fronte al Buddha sdraiato, dall’espressione serena, sfoggio il mio “miglior” profilo: gruppetti di ragazzi e nonnetti si avvicinano per dei selfie, dove io, matematicamente, guardo sempre nella direzione sbagliata! I nostri visi occidentali e la nostra altezza li incuriosiscono, alcuni ci salutano da lontano, altri ci battono il cinque e i più smaliziati ci chiedono una foto da esibire come trofeo con gli amici. Noi ovviamente stiamo al gioco!

  • Una parola per Naung Daw Gyi Mya Tha Lyaung: col sole in fronteeee…
  • Voto: ⭐ per l’esercito del selfie

Ci facciamo un’infilata di Buddha sdraiati, compreso quello tutto tempestato di pietre preziose, lungo ben di 55 metri e il cui il mignolo da solo si estende per 3 metri. La leggenda narra che il figlio del re si innamorò di una ragazza buddhista e lei, solo dopo aver ottenuto la promessa di poter continuare a praticare la sua religione, acconsentì a sposarlo. Il re, che venerava idoli pagani, si infuriò e ordinò l’uccisione dei due sposi. Quando la donna si mise a pregare di fronte ad un idolo pagano questo si incrinò e si ruppe, così il re, impaurito e pentito, fece costruire una statua di buddha e ordinò la conversione del suo popolo al buddismo.

  • Una parola per lo Shwethalyaung Buddha: super mignolo.
  • Voto: ⭐

Tutti questi Buddha sono imponenti e, a primo impatto, lasciano a bocca aperta, ma se fossero stati lasciati esattamente come sono stati (ri)scoperti, anche se un po’ diroccati, avrebbero dato più l’idea della cultura e degli antichi splendori dei Mon, quindi una stellina per la maestosità, ma mancano di naturalezza, da non confondersi con la naturaléza di cui abbiamo già ampiamente parlato.

Poco distante si trova il monastero buddhista Kha Khat Waing Kyaung, tra i più grandi del paese. Nel 2007 anche questi monaci, insieme ad attivisti dell’opposizione, presero parte alla protesta, condotta con metodi non-violenti, con lo scopo di sollecitare la giunta dittatoriale al potere ad un’apertura democratica ed al rispetto dei diritti umani. Le manifestazioni sfociarono in gravi incidenti con vittime tra i manifestanti, alcuni dei quali furono cremati per ordine della giunta di governo per cancellare le tracce del massacro. Prima degli scontri della rivoluzione dello Zafferano, così chiamata per il colore delle vesti dei molti monaci buddhisti, in questo monastero vivevano 1500 monaci; oggi, invece, ce ne sono circa un terzo.

Ci sediamo su panchina all’interno del monastero ad ascoltare un po’ di silenzio e ci ritroviamo ad assistere ad uno spaccato della vita quotidiana di questi monaci, riscoprendoli sempre più uomini come noi! Alcuni ci salutano con un cenno del capo, altri ci sorridono, giocano con i cani, si tengono in forma facendo i pesi con dei mattoni, si lavano con secchi d’acqua, fanno il bucato, leggono, ascoltano musica moderna dal cellulare, cucinano pentoloni di riso, scherzano tra di loro e corrono perché sono in ritardo per il pranzo.

Diciamo che l’immagine di monaci asceti, che meditano tutto il giorno, ormai l’ho abbandonata da tempo. E devo dire che personalmente li preferisco così, più alla mano… ho pure scoperto che, sfiorandone uno (senza farlo apposta), non è evaporato come un vampiro al sole. Anzi, mi ha pure sorriso e salutato con la mano.

Persino i fiori all’interno di questo monastero parlano di loro e del colore delle loro vesti.

Verso le 10:30 lo scenario cambia repentinamente: si scatena il delirio e pullman di turisti sbarcano nel monastero (pace e tranquillità finita) per osservare i monaci mentre pranzano. Comitive di turisti si accalcano nel salone della mensa e i monaci mangiano tra flash e selfie con loro come tappezzeria. Mmm… ci ricorda molto uno zoo umano, io vedo il momento del pranzo come qualcosa di molto intimo, quindi ci asteniamo dal far foto e ci sediamo sulla nostra panchina e ci godiamo il fresco tra le colonne del monastero.

Mezz’ora dopo fortunatamente tutti sono sul loro pullman pronti per la prossima tappa e ci lasciano soli soletti ad immortalare i momenti più spontanei e veri della gente comune.

Un monaco mostra un quaderno con una scritta che mi ricorda ancora una volta che ciò che sto facendo è proprio il mio sogno che è diventato realtà!

Salutiamo il monastero e continuiamo il nostro viaggio…

  • Una parola per il Kha Khat Waing Kyaung: non andateci alle 10:30!
  • Voto: ⭐⭐

Torniamo a Yangon. Ne approfitto per rammendare il nostro zainetto di NPH che ci portiamo dietro dall’Honduras. Risultato: buco più grande di prima, zaino cucito alla maglietta e dita punte 250 volte.

Verso le 14:00 siamo già al nostro ristorantino di fiducia, Jana Mon, birmano fino all’anima, per un’altra dose di Myanmar-style-steamed-pork-curry-no-spicy-please. L’ultima parte se la perdono sempre per strada e arrivano costantemente piatti infuocati da peperoncino birmano-calabro.

Quella cosa rossa è puro peperoncino piccante, ma che dico piccante? Piccantissimo! A nulla serve spostarlo sul bordo del piatto o mischiarlo con il riso, il risultato è sempre lo stesso…

Ci alziamo sazi e con la bocca anestetizzata solo due ore dopo; siamo tornati a ritmi decisamente rilassati e la cosa, tutto sommato, non ci dispiace.

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