RTW day 108: New Bagan New Bagaaaan

Oggi sveglia alle 3:45. Sarebbe traumatica se il nostro ritmo sonno-veglia non fosse impazzito da un mese a forza di cambi di fuso orario. Invece è solo mezz’ora prima della nostra sveglia standard e poi abbiamo il volo per la tanto sospirata Bagan. Tra i vari mezzi di spostamento abbiamo scelto l’aereo: economico (50 euro) e veloce (2 ore e 30) anche se sicuramente meno poetico, ma le 24 ore di treno non ci hanno convinto fino in fondo. In aeroporto ci attaccano adesivi sul petto, ci assegnano un biglietto in cartone col nome scritto a penna (io mi devo accontentare di un “Valent”), pesano i bagagli sulla bilancia da cucina e pesano pure i passeggeri per mettere la giusta dose di carburante. Ora, io mi fido di questa compagnia così all’avanguardia e tecnologica, ma a scanso di equivoci comunichiamo all’addetto che al bar abbiamo appena mangiato due brioches, risalenti al periodo Mon e della densità del piombo, quindi è meglio se stanno larghi con la benzina… giusto un paio di litri in più.

L’aereo ad elica è piccolo ma sembra moderno (più dei potenti mezzi per la pesa), Paolo poi mi rassicura: “questi sono i più sicuri, se cadono ti salvi sempre”… ma se sono sicuri, perché devono cadere? Il ragionamento non mi convince, ma abbiamo il posto sulla fila 17 che dovrebbe essere il mio numero buddhista fortunato. Buddha pensaci tu!

Dopo due ore e mezza atterriamo a Nyaung U, dove gli addetti del piccolissimo aeroporto hanno il compito di cercare i proprietari dei bagagli e consegnarglieli a mano, uno ad uno… sembra un po’ di assistere al gioco delle coppie. Compriamo il biglietto di ingresso per la zona archeologica, 25.000 kyat (15 euro) con validità 5 giorni, esattamente il tempo in cui staremo noi, quindi sfruttato al massimo, anche perché i templi li voglio vedere tutti… Tutti i 4.000 stupa sacri disseminati sulla piana di Old Bagan! Anche se Paolo non mi sembra molto convinto.

Noi alloggeremo a New Bagan, una cittadina a sud della Bagan vecchia, costruita apposta per ospitare i turisti. La soluzione mi sembra intelligente, perché permette di conservare intatta la parte storica della città e di mantenerla più genuina.

Paolo si mette subito all’opera, cartina alla mano individua tutte le pagode che avevo selezionato prima di partire, non ce ne dobbiamo far scappare neanche una! La sua legenda:

  • Cerchio: bello
  • Quadrato con righe: bellissimo
  • Trapezio: boh?
  • Sole che cala: andare all’alba
  • Sole che sorge: andare al tramonto
  • Negozietti di artigianato: non segnalati (grrrr…)

Decisamente intuitivo direi! Ma la storia del sole non dovrebbe essere al contrario? Alle mie proteste mi risponde di girare la mappa al contrario… mah, già io non ho senso dell’orientamento, se guardo la mappa al rovescio finiamo nel fiume Ayeyarwady (il nome deve averglielo dato un antenato di Ajeje Brazorf).

Prima di andare a caccia di templi, notiamo che i nostri vestiti necessitano di una lavata, ma non abbiamo posto per stendere, così andiamo in cerca di una lavanderia e chiedo informazioni ad un negozio che vende peluches giganti che più orrendi non si può. Dopo un giro di telefonate salta fuori la zia della cugina della cognata della proprietaria del negozio che si offre di lavarci tutto per domani a poco meno di un euro. Affare fatto, anche perché la lavanderia che aveva proposto Paolo, in alternativa non mi ispirava molto.

Ce ne andiamo anche con due di longyi in borsa, decisamente più fresche dei miei pantaloni tecnici, visto che il caldo qui si fa sentire e che le donne devono entrare nei templi coperte con delle palandrane, mentre per gli uomini i pantaloncini corti al ginocchio sono consentiti.

Il primo pranzo a Bagan lo inauguriamo in un ristorante locale, ma con un nome decisamente poco birmano, il Delicious. Paolo ordina riso per stare leggero, io porcello setoloso coperto da un mare di aglio e cipolla e galleggiante nell’olio.

Tutto molto buono! Ma ovviamente quello che non digerisce è lui… saranno i 12 chili di arachidi che si è trangugiato come un’oca nell’attesa? La prossima volta che ne tocca una gli mozzico un braccio!

Abbiamo identificato il nostro mezzo di trasporto per i prossimi giorni e per essere sostenibili andiamo di e-bike. Più che una bici, è un piccolo scooter, rigorosamente elettrico. Paolo si offre di guidare anche se il ragazzo non è mai andato oltre a una bici classica, così, visto che mi fido ma non troppo, gli faccio fare due giri di rodaggio. Si siede sul bolide e già partiamo bene: “come si accende?”… In quel momento ho visto la faccia di mia sorella rispondergli con la sua più usata espressione milanese: “eh, fi##, Paolo! Gira la chiave, no?”

Saliamo in sella, velocità massima 15 km/h, prima marcia inserita fissa e da lì non ci si schioda, anche i moscerini ci tamponano. La seconda marcia: questa sconosciuta. Urgono ripetizioni dai miei colleghi centauri bilancisti! Perché internet funziona solo se ci arrampichiamo sulla cima di una pagoda, altrimenti sarebbe partita una telefonata Skype per il tutorial di guida del motorino. In discesa però sfioriamo il brivido dei 17 km/h e parte la ola dei moscerini. Poi scopriamo che l’accelerazione è dovuta ad una vecchina con il bastone che ci spinge, perché non può sopportare di vederci andare così piano. Nonostante la velocità adrenalinica, riusciamo ad avere il nostro assaggio di Bagan, con i suoi stupa che svettano in qualsiasi direzione noi guardiamo.

Il primo stop è subito un fuori programma: vedo un piccolo tempio per la strada che mi ispira, così ci fermiamo. In realtàensavo fosse uno di quelli cerchiati-con-il-quadrato-tratteggiato-con-il-sole-sghembo, ma leggendo la cartina al contrario il mio senso dell’orientamento ci ha portati qui!

Ora si fa sul serio, puntiamo dritti verso il Nan Hpaya, qui non ci sono Buddha, ma elaborati bassorilievi raffiguranti un personaggio a tre facce: è il dio Brahma con fiori di loto tra le mani. A sorvegliare il tempio le mostruose teste di kala-ate, demoni simili a orchi, con la bocca aperta piena di fiori. Infatti la leggenda narra che Shiva si servisse di queste creature per proteggere i templi, poiché esse si rivelarono troppo feroci, il dio le convinse con l’inganno a divorare i propri corpi, poi le nutrì con fiori per impedire loro di mangiare i fedeli. Avrei provato anche con le arachidi, magari le appesantiva pure a loro! La luce fioca che penetra dalle piccole finestrelle fa il resto, dando a questo piccolo tempio, un tempo indù, un’anima misteriosa.

  • Una parola per il Nan Hpaya: mostruosamente affascinante
  • Voto: ⭐️⭐️

Sfrecciamo con la prima ingranata, senza osare di più, verso l’Apeyadana Patho. Si narra che sia stato fatto costruire da Abeyadana, la sposa bengalese di Kyanzittha, che attese qui il suo sposo mentre costui si nascondeva per sfuggire al proprio predecessore che lo voleva morto. Eh, si vede che ha aspettato tanto la ragazza… qui per me c’è di nuovo lo zampino della bionda con le extension.

Ciò che ci lascia a bocca aperta sono i 550 dipinti murali che si intravedono dalla poca luce che penetra dalle quattro porte del tempio. Le immagini rappresentano le scene tratte dai Jataka, cioè storie riguardanti le vite anteriori del Buddha, e varie divinità hindu che gli rendono omaggio. La chicca delle piccole finestrelle nelle quali sono posizionati piccoli Buddha conferiscono a questo luogo ancora più particolarità. Stupendo e schizza al top della classifica da outsider!

  • Una parola per l’Apeyadana Patho: inaspettato
  • Voto: ⭐️⭐️⭐️ con lode

Mi faccio incantare dai dipinti dai toni caldi appesi in una capannina lì fuori e mi faccio richiamare dall’odore della tempera, così mi avvicino al pittore che è ben contento di scambiare due parole. Gli chiedo anche qual è il posto più bello per vedere il tramonto, purtroppo mi dice che non si può più salire in cima ai templi, come avveniva una volta, perché gli accessi alle terrazze sono stati tutti chiusi per ordine del governo. La restrizione è entrata in vigore dall’ 1/01/2018 e probabilmente sarà così per sempre, quindi dobbiamo scordarci quei paesaggi da cartolina che abbiamo visto fino a ieri… e anche quelli che sta dipingendo lui. Ci dice che l’unico accessibile in zona è un tempietto con una scalinata esterna proprio davanti a noi: il Soemingyi Monastery.

Ci godiamo il tramonto e nell’attesa che cali il sole tento qualche posizione di yoga su una scalinata che sembra uscita da un quadro di Escher. Mi rendo conto che sono un po’ arrugginita!

Gli stupa iniziano a tingersi di rosso, come nei dipinti del signor Pijn, mentre il sole scende dietro le montagne lasciando intravedere le sagome di questa meravigliosa piana costellata di templi.

Anche se gli stupa non sono più scalabili, non ci abbattiamo e decidiamo che nei prossimi giorni andremo alla ricerca di un posto tutto nostro per ammirare l’alba e il tramonto… in un certo senso sono sollevata, perché non devo più guardare la cartina al contrario e così seguiremo il nostro istinto come dei giovani Indiana Jones!

Anche nel tornare a casa ci fermiamo in qualche punto totalmente casuale che ci chiama per una foto!

Stasera si cena il Kyaw per sperimentare ancora la cucina locale e Paolo, che non ha ancora digerito il riso di mezzogiorno, va di zuppa di lenticchie. Arriva un brodino con una lenticchia e 2 kg di cipolle… congiura contro il suo stomachino da pesce rosso! Vedi cosa succede a passare metà della vita a fare lo schizzinoso mangiando solo tristi paste in bianco e cotolette alla milanese? Io, che sono stata allevata a soppessata calabra e pancetta, non ho fatto una piega dopo il cibo di oggi; ho solo una fiatella che se mi avvicino troppo al Buddha gli faccio ricrescere i capelli… biondi. Quindi anche stasera bisso di agliata pesante e ovviamente quello che di nuovo non digerisce nulla è sempre la mia dolce metà!

Chiudiamo la giornata parafrasando la canzone “New York, New York” di Frank Sinatra.

I want to be a part of it

New York, New York.

These vagabond shoes are longing to stray and step around the heart of it

New York, New Yooooork!

Voglio essere parte di lei

New Bagan, New Bagan

Queste scarpe vagabonde, continuano a vagare

Dritte fino al suo vero cuore

Old Bagan, Old Bagaaaaaan!

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