RTW day 109: a caccia di tramonti a Bagan vecchia

Sono le 5:00 e ovviamente siamo svegli, così saliamo sul tetto del nostro albergo per un’alba senza troppi sbattimenti. Una nebbiolina sale fino a ricoprire quasi completamente Bagan, svettano qua e là stupa in mattoni, in stucco o dorati, è tutto ciò che rimane della grandiosa città che anche Marco Polo, durante i suoi viaggi, descrisse come “uno dei luoghi più belli al mondo.”

Il sole che sorge non ci regala dei colori particolarmente caldi, ma appena dopo l’alba vediamo in lontananza delle mongolfiere alzarsi in volo. Fra pochi giorni anche noi saremo trasportati dal vento da uno di quegli enormi palloni e non stiamo più nella pelle!

Mentre siamo lì, un po’ assorti nei nostri pensieri, ecco apparirci il fantasma dei Natali passati di Charles Dickens.

Oh zio, non mi freghi… il Natale in viaggio è troppo bello, niente stress e nessuna pressione da regali, non mi porti sulla retta via come Scrooge, vedi di non rompere, eh! Che vuoi da me? Ora mettiti qui tranquillo, con i tuoi capelli per aria e il tuo accappatoio, a vedere l’alba in silenzio.

Colazione veloce e poi via in sella al bolide… Oggi abbiamo pure la motoretta molleggiata e i caschetti… il nostro amico Fritz ha capito con chi ha a che fare e ci ha dotato di un’attrezzatura più solida.. anche se, a dire il vero, il casco sembra più quello antinfortunistico da cantiere.

Come mezzo di trasporto tra il carretto sgarrupato e il centauro bergamasco con l’elmetto della seconda guerra mondiale non so chi scegliere, è una dura lotta… scelgo quello in primo piano, per la simpatia!

Paolo rassicurato dal casco sfonda il muro del suono superando i 20 km/h e azzardando addirittura una seconda marcia. È la svolta. Nel senso che è la svolta che lo frega ancora; visto che non ha ancora molta dimestichezza con le frecce, la tattica è all’incirca questa: lui urla “freccia a sinistra” e io metto fuori il braccio facendo il segno dei lampeggianti con la mano, che prima o poi abbatto qualche scooter che ci sorpassa! Per il resto il ragazzo mi domina la strada, potrebbe aver fatto un corso accelerato con i centauri bilancisti, a mia insaputa, questa notte, ma spero non abbia ascoltato Strong sulla “pieeeega” o fischio giù in un fosso alla prima curva!

Smaltiti l’aglio e le cipolle di ieri, siamo pronti per un’altra indigestione. Ci aspettano i mille templi di Bagan Vecchia da esplorare, segue quindi un’infilata di templi che ci tiene occupati per tutta la mattinata. A rileggere questo articolo mi domando anche come abbiamo fatto… beh, è un’altra trottolato delle nostre!

Su una strada sterrata, che quasi veniamo inghiottiti dalla sabbia, troviamo un piccolo tempio, tra i più antichi di Bagan. Il guardiano, che è anche il proprietario delle bancarelle, nonché restauratore fai da te del tempio, viene ad aprirci. Io entro, mentre Paolo resta a litigare con la motoretta… a quanto pare il bauletto sotto il sellino gli ha ingurgitato la macchina fotografica.

Appena ci metto piede mi saltano subito all’occhio numerose pitture murali che adornano le pareti interne e fanno da cornice ad una grande statua di Buddha. Da piccole finestre in pietra traforata la sua immagine è fiocamente illuminata e solo per una settimana all’anno, a luglio per l’esattezza, la luce del sole del mattino lo colpisce direttamente con un suggestivo raggio di luce.

Mentre rimango affascinata da questo luogo, sento squittire… guardo per terra e, con la poca luce che entra, vedo delle cose nere, intuisco che sono bagolini di qualche bestiolavi rammento che nei templi si deve entrare scalzi (anche le calze non sono permesse), così mentre cammino all’indietro praticamente lievitando, arriva Paolo ad illuminare la piccola stanza con una torcia. È matematico che lui faccia sempre la cosa sbagliata nel momento peggiore! Lo squittire si fa più intenso e tempo pochi secondi un’infinità di pipistrelli inizia a volare e soprattutto a scagazzare… e la cosa, vi assicuro, non è bella! Gli abbasso la torcia, ma lui la punta di nuovo verso l’alto, così via di produzione industriale! Allora, la finisci che qui sembra la caverna di Batman e tra poco ci sommergono?

  • Una parola per il Thamya Pahto: suggestivo.
  • Voto: ⭐⭐⭐ nonostante le cacate di pipistrello.

Usciamo dal tempio e Paolo mi comunica che neanche il piede di porco ha funzionato per liberare la macchina fotografica dal bauletto. Gli comunico che bastava usare la chiave… non c’era mica bisogno di scassinare il sellino!!

Raggiungiamo un altro luogo di quelli segnati sulla mappa con il cerchio, il cui nome significa “capello sacro dorato”, infatti si narra che lo stupa racchiuderebbe un capello del Buddha che fu donato dal re di Bago al re Anawrahta per l’aiuto ricevuto nel respingere un tentativo di invasione degli khmer. Questo tempio è anche famoso per la splendida vista che si gode dalle sue terrazze su tutta la valle di Bagan. Speriamo che i gradini, che permettono di salire ai piani superiori siano accessibili. Come si suol dire “chi vive sperando… muore nella caverna di Batman di prima”, infatti la situazione che ci si presenta è sempre la stessa: sbarre e cartelli in cui il governo vieta il passaggio. Ogni tanto incontriamo qualche ragazzino o guida che ci propone un escamotage per salire, ma sinceramente le furberie non le tolleriamo: o è possibile salire oppure non lo è, la via di mezzo non la prendiamo in considerazione.

Anche se la Shwesandaw Paya è chiusa, i piccoli templi da cui è circondata sono aperti e intorno a questi alcuni contadini stanno piantando fagioli, mentre i loro bimbi meravigliosi giocano a nascondino tra uno stupa e l’altro.

Tra tutti i tempietti ci colpisce particolarmente quello in cui un Buddha sdraiato è racchiuso in una costruzione strettissima per le sue dimensioni, che lascia alla statua solo pochi centimetri di aria.

  • Una parola per la Shwesandaw Paya: inaccessibile.
  • Voto: ⭐⭐ al Buddha Gulliver davanti a noi Lillipuziani.

Proviamo a capire se almeno uno dei templi più grandi di Bagan è stato risparmiato dalla chiusura alle terrazze. Niente da da fare, anche qui sempre e solo sbarre.

Facciamo un giro al suo interno e scopriamo che il suo nome significa “trono sulla piattaforma a cui si rende il rispetto o l’omaggio”. E pensare che credevo che il mio di nome fosse troppo lungo.

  • Una parola per il Gawdawpalin Pahto: supercalifragilistichespiralidoso sbarrato.
  • voto: ⭐

Sosta con autoscatto in un piccolo monastero sorvegliato al suo ingresso da un gruppo di divinità per metà leoni e per metà grifoni. Superate le chinthe, troviamo anche qui un grande Buddha seduto, ma senza bagolini di pipistrello; ci sentiamo decisamente più a nostro agio a sederci per terra per scattarci una foto.

  • una parola per il Mimalaung Kyang: serafico.
  • Voto: ⭐⭐

Non demordiamo e continuiamo la nostra ricerca di un posto che ci permetta di vedere la città dall’alto, così risaliamo in sella e sfrecciamo, oscillando tra la prima e la seconda ingranata, tra le strade polverose di Bagan e, tra un colpo di clacson e l’altro, arriviamo ad un tempio il cui piano superiore è l’unico accessibile all’interno delle mura di Old Bagan, purtroppo la visuale esterna non permette di vedere molti templi, perché questo non spicca per altezza. Il suo nome evocativo, “grande grotta dorata”, la dice tutta sulla sua bellezza. Nonostante la visuale esterna non sia particolarmente suggestiva, ci fermiamo qui per un po’ di tempo… terrazza scalabile o meno, questo posto ci piace così com’è! È il nostro posto magico! I rilievi in stucco, un buddha in teak, massicce porte in legno secolari con intagli intricati e lastre in pietra con iscrizioni in lingua pali che narrano la storia del tempio ci catturano nelle sue mura.

  • Una parola per Shwegugyi Paya: meravigliosa creatura.
  • Voto: ⭐⭐⭐

Lasciamo questo bellissimo tempio con l’idea di ritornarci prima di ripartire e in poco siamo già dentro ad un altro, il cui nome è quello di un monaco buddhista indiano, Ananda, che in sanscrito significa “beatitudine”.

Visitiamo questo luogo singolare, nel quale sono presenti tre statue gigantesche del Buddha, due sedute e una reclinata, che sembrano troppo grandi per le loro recinzioni. Le loro posizioni scomode rappresentano lo stress e la mancanza di conforto che il re Manuha sopportò durante la prigionia nel Nan Paya (quello indù che abbiamo visto ieri).

  • Una parola per il Manuha Paya: ristretto in lavatrice.
  • Voto: ⭐⭐

Il nostro giro prosegue davanti a ciò che, a prima vista, sembra più un enorme mercato di souvenir che un tempio: ovunque ambulanti che vendono libri, cartoline e dipinti a olio, ma questo posto è tra i più venerati di Bagan. Lo sguardo in mezzo alla pianura cade sempre su questo tempio per la sua grandezza e per il suo hti scintillante che brilla al sole. Alle quattro estremità troviamo quattro statute di Buddha, ma quella a Sud ha una particolarità: se ci si posiziona sotto la statua il volto dell’effigie appare triste, mentre da più lontano la sua espressione è allegra.

  • Una parola per l’Ananda Phato: sorridente.
  • Voto: ⭐⭐, una solo per il sorriso!

Gli ultimi due templi della giornata sono piccolini, ma delle vere e proprie perle, anche se siamo passati dalla caccia alle terrazze a quelle del guardiano. Eh sì, perché la guida cita: “il custode del sito possiede le chiavi. Costui o uno dei suoi figli vi verrà incontro ad aprirvi la porta, se non lo trovate cercatelo nelle baracche o nei chioschi vicino”.

Uno l’abbiamo trovato assonnecchiato su una branda e ci ha dotato di torcia per permetterci di vedere le splendide mura affrescate di quello che in birmano significa “la punta ornata del mondo”. Si pensa che questo tempio risalga alla metà del XII secolo, l’età dell’oro murale. Nonostante la sua modesta dimensione, questo tempio libera una sensazione di potenza e di maestosità, in più le sue proporzioni sono molto vicine alla perfezione. All’interno si respira armonia grazie ai suoi affreschi, in cui i colori dominanti sono l’azzurro scuro, il rosso e il bianco.

  • Una parola per il Lawkahtakepan Patho: unico in-side.
  • Voto: ⭐⭐⭐

Procedendo sentiamo il richiamo del piccolo “monastero in mattoni di Ananda” che si trova proprio dietro all’omonimo fratello maggiore. Ci perdiamo via a guardare i suoi dipinti molto dettagliati e dai colori vibranti, verde e rosso, che raccontano scene di vita quotidiana di Bagan.

  • Una parola per l’Ananda Oak Kyaung: un gioiello nascosto.
  • voto: ⭐⭐⭐ con lode.

Dopo tutta questa faticata ci fermiamo per pranzo “all’alba” delle 16:00 al Sarahba III, noto anche come Gyi Gyi’s, in onore del proprietario (e della Cremeria), che accoglie tra i suoi commensali persone del posto, il che è un buon segno. Paolo si sfonda di tempura di verdure untissima, carne stufata immersa in un litro d’olio e per finire anguria. E ovviamente cosa non mi digerisce? L’anguria!! Io vado di specialità del luogo: pesce e una zuppa di puro aglio!

Soddisfatti e un po’ appesantiti ci addentriamo nella parte più periferica del città, in cerca di una collina o di un punto di osservazione rialzato. Periferia di Bagan vuol dire strade non asfaltate. Ma neanche battute. Direi più sentieri. Abbandonati. Da fare al buio tornando. In due sul motorino. Siamo fregati!

In realtà, grazie alle lezioni prese su youtube da PAS (anche noto come Può Accompagnare Solo), Paolo domina il mezzo come un pilota della Parigi-Dakar e sulle dune sabbiose sgasa pure… siamo talmente sereni che con arroganza decidiamo di testimoniare questa cavalcata epica con un video. Volevamo riportare solo la versione finale, poiché il backstage avrebbe messo a serio rischio le coronarie dei nostri genitori, ma poi abbiamo pensato che vedendo questo video si sarebbero fatti anche due risate pure loro. E poi se stiamo scrivendo abbiamo ancora almeno l’uso delle dita, no?

Eeeeee il backstage!

Siamo certi che PAS sarebbe orgoglioso di noi!

Per chi non conoscesse PAS, non vi siete persi niente, ma solo per la cronaca postiamo questo video:

Proseguiamo tutti impolverati e con gli specchietti montati al contrario. Da lontano scorgiamo la nostra meta: una collina rialzata quel tanto che basta per vedere la pianura sabbiosa davanti a noi con tutti i suoi templi. Solo che tra noi e la collina c’è nell’ordine:

  • Un fossato
  • Le sabbie mobili
  • Un campo di erba pungente e bastarda
  • Un torrente prosciugato

Ma che problema c’è! Vado in avanscoperta e ordino a Paolo: “avanti a tutta dritta!” Come neanche il capitano del Titanic saprebbe fare!

Però io ho visto un fiorellino carino che quasi quasi vado a fotografare… dopo mezz’ora mi giro per controllare la situazione e vedo Paolo col motorino sulle spalle che guada il fossato e con le chiappe punte dai cespugli, mentre la gente sulla collina riprende tutta la scena e applaude al gesto eroico non appena il novello Ercole stramazza al suolo, raggiunta la strada sterrata. Eh sì, perché non dimentichiamoci che c’era una bella e comoda strada battuta che portava fino a qui, mentre noi, per seguire le mappe segrete che Paolo ha trovato chissà dove e le sue famose strade alternative, siamo finiti nella steppa birmana…

Passano pure vicino a noi mandrie di mucche a completare l’opera e ad impolverarci ancora di più!

Dopo questa gara ad ostacoli con una platea che se la ride e ci fotografa dagli “spalti” della collina, arriviamo esultando, sporchi e impolverati, con fili d’erba e palline spinose che ci spuntano ovunque. Ci godiamo il tramonto sudato e con le ultime energie rimaste scattiamo qualche foto prima di tornare alla base, questa volta usando la strada giusta…

… O quasi la strada giusta!

Finalmente capisco cos’è quella nebbiolina che sale fino alle cime dei templi più alti, non è l’umidità che sale dal terreno, ma la polvere che si alza dietro le ruote dei carretti e dei motorini, quella che si alza quando la gente scopa la terra (lo fa davvero) per togliere le foglie e il fumo che arriva dalla legna arsa per strada per cucinare a qualsiasi ora del giorno. È il profumo di Bagan: polvere e fumo!

Prima di ritirarci nelle nostre stanze ci ricordiamo di recuperare i vestiti mandati a lavare non so dove. Ci tornano belli puliti e aromatizzati al fumo di Bagan… ma tanto noi siamo pieni di terra, impolverati e affumicati quindi il profumo di lavanda avrebbe stonato. Conciati da buttar via, ma felici!

Ceniamo al Taste of Began, lo scegliamo perché sposa una giusta causa: dona il 5% dei suoi guadagni ad un orfanotrofio.

Giornata finita, sembra sia durata 72 ore!

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. NINO ha detto:

    72 ore di adrenalina pura! Questa sì che è una “vacanza intelligente”. La singolarità e il fascino del luogo, la sacralità dei templi ammalianti nella loro diversità, i piccoli episodi che arricchiscono l’escursione con situazioni impreviste e divertenti (tipo la sensazione provata nel pestare i bagolini assimilabile a quella di Indiana Jones e compagni nel film I.J. e il tempio maledetto nella scena in cui si sono trovati milioni di scarafaggi e affini sotto i piedi), tutto concorre a far percepire l’atmosfera che state vivendo…. per non parlare delle avventure in motoretta (Vale mi sembri Audrey H. in Vacanze Romane). Che dire? Già lo sapete. Baci

    1. la Vale ha detto:

      Ci hai anticipato sul tempo, infatti uno dei prossimi articoli si chiamerà Vacanze “Birmane” in onore del film… anche se non aspiro a tanto, Audrey è sempre Audrey! Baci!

  2. ros ha detto:

    ragazzi…..ma voi siete meglio del “le comiche” io e la mia collega….moriamo dal ridere !!! il backstage da oscar!!!

    1. la Vale ha detto:

      🤣🤣🤣🤣🤣

    2. la Vale ha detto:

      Tutto vero, nulla di costruito!

    3. la Vale ha detto:

      Poi non si vede, ma io sono tornata indietro con un sandalo in mano e l’altro disperso nella sabbia!

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