RTW day 111: tra cielo e terra in “vacanze birmane”

Oggi si vola… nel vero senso della parola… il jolly del mese ce lo giochiamo per un volo in mongolfiera sopra i templi di Bagan. Le abbiamo sognate, viste, inseguite, fotografate. Ora è il momento di salirci. Ci recuperano con un pulmino vintage fichissimo alle 5:30 e dopo un breve itinerario nel buio totale arriviamo al segretissimo sito di lancio, della serie Area51-scansati. Ogni giorno cambia a seconda della direzione prevista per il vento. Speriamo che le previsioni non le abbia fatte Giuliacci sennò ci recuperano in India.

Facciamo una veloce colazione una volta arrivati al sito segretissimo, mentre tutti i bruciatori vengono testati creando uno spettacolo quasi pirotecnico. Iniziano a gonfiare i palloni e noi lì, a bocca aperta, ad ammirare la magia.

Saremo in 16 a bordo ed il nostro pilota sarà il canadese Moses, che sembra uscito da uno dei 27 episodi di Fast and Furious. Purtroppo però non siamo tanto fast, visto che, quando le prime mongolfiere spiccano il volo, la nostra è ancora col pallone mezzo sgonfio, nonostante i ventilatori di aria fredda a manetta. Poi qualcuno mi spiegherà cosa ha fatto di male quel poveretto per dover stare lì davanti a prendersi tutta l’aria in faccia!

Per fortuna Moses prende subito in mano la situazione e con due sgasate potenti, che neanche Paolo quando ha mangiato la peperonata, insuffla aria calda nel pallone, rianimandolo a poco a poco.

Saremmo anche pronti, se non fosse per tre stordite che si sono imboscate sulla collina a fare pipì… abbiamo aspettato un’ora di gonfiamenti, proprio adesso vi deve scappare? Forse si stanno facendo i selfie anche ora!

Alcune mongolfiere sono già in volo, altre si sono alzate di pochi centimetri, altre ancora stanno sfiammando a non finire e noi sempre a terra in attesa di quelle tre che ormai diamo per perse, così Moses manda uno dello staff alla ricerca. Nel frattempo un’altra signora del nostro gruppo decide che anche per lei è giunto il momento andare in bagno! Non ce la possiamo fare! Sarà la tensione? Boh!

Saltiamo dentro la cesta con un’agilità da fare invidia a Juri Chechi e finalmente decolliamo, molto gentilmente; il vento quasi assente ci fa prevedere un volo tranquillo.

Io sono rilassata e gasata allo stesso tempo, un sogno nel cassetto che si realizza… anche Paolo se la cava bene con le sue vertigini e, grazie alle scarpe piombate da astronauta, si gode il viaggio facendosi coinvolgere dalla vista unica che si gode da quassù.

Moses dà gas di maledetto che quasi mi prende fuoco la cofana, lingue di fuoco escono dai bruciatori e per salire ancora di più butta giù pure le tavole della legge. Grande Moses guidaci fuori da Bagan e separa i venti imponendo le mani! In poco tempo siamo più in alto di tutte le alte mongolfiere ad ammirare nel silenzio assoluto il panorama sotto di noi, a caccia di correnti favorevoli… o gravitazionali, come cantava Battiato.

Passiamo dal verde della vegetazione e dei campi coltivati, fino a vedere le montagne, poi sorvoliamo il fiume e le risaie, tutto questo punteggiato sempre di templi. Un detto in Myanmar dice che a Bagan non si possa dirigere il dito in una direzione senza puntare ad una pagoda… direi che è proprio così. Penso che si possa viaggiare per settimane in questa maestosa pianura senza riuscire ad esplorare tutti i suoi templi, pagode, stupa e la loro storia unica.

I 45 minuti di volo… volano! Ed è già tempo di atterrare. Ora è il nostro pallone rosso a guidare il gruppo di mongolfiere e, con precisione chirurgica, Moses si adagia sulle rive sabbiose del fiume, tra le urla di gioia dei ragazzi dello staff che ci devono recuperare.

Non so, ma a noi il pallone sgonfio ricorda tanto il cappello del libro de “il Piccolo Principe” e ci sembra che questo viaggio abbia un filo conduttore che non si voglia interrompersi mai.

Ad altri team è andata “male”, alcuni sono sull’altra riva o in mezzo al fiume e dovranno aspettare le barche prima di rientrare. Avevamo capito subito che Moses aveva la faccia di chi la sapeva lunga! Ci vengono incontro bambini e gente del luogo…

Altra colazione con brindisi, certificato di volo e foto con il nostro pilota.

Mentre siamo in posa per il nostro autoscatto di rito, si avvicinano dei bimbi che entrano nell’inquadratura, mentre mostrano le loro cartoline fatte a mano. Sono davvero bellissime e ritraggono i templi e le mongolfiere sopra Bagan, vorremmo comprargliele ma come sempre la lotta interiore è forte! Siamo sempre più convinti che dare soldi ai bambini non sia la scelta migliore.

È meglio dare il nostro contributo aiutando i genitori di questi bambini, che sono accorsi appena abbiamo toccato terra. Paolo, per essere più generoso, si fa infinocchiare comprando un longyi da donna, mentre io per la metà di quanto ha speso lui prendo una blousettina stupenda (stiamo parlando comunque di una manciata di euro, il costo della vita qui è molto basso). Il ragazzo deve troppo prendere ripetizioni di bancarelle dalla sottoscritta o in India siamo fritti!

Siamo di nuovo sul pullmino che ci riporta in albergo. Pit stop tecnico per affittare la motoretta anche per oggi… quella rosa sarebbe stata perfetta per Paolo, ma ci hanno rifilato quella bianca…poi via verso nuovi orizzonti per depennare dalla lista anche gli ultimi templi segnati sulla mappa.

Oggi esploriamo la zona più a Nord, partendo dall’Htilominlo Pahto. Secondo la tradizione per decidere il principe ereditario bisognava piantare a terra un ombrello bianco che inclinandosi, avrebbe “puntato” verso il prescelto: così proprio in questo punto fu eletto il re Nantaungmya, scelto tra cinque fratelli e per questo motivo qui fu costruito il tempio. Per rimanere fedeli alla storia, gli ombrelli si trovano ovunque, ma l’edificio, decisamente troppo rimaneggiato in chiave moderna, non ci colpisce particolarmente.

  • Una parola per l’Htilominlo Pahto: all’ombra di un ombrello.
  • Voto: nessuna ⭐

Fuori dal tempio c’è un mercato multietnico, ci fermiamo alla ricerca di uno zainetto, il nostro ormai è irrimediabilmente defunto, anche dopo i tentativi di riportarlo in vita con la mia grande abilità nel cucito.

Bisogna ammetterlo, le donne hanno una marcia in più sulla socializzazione, sono sempre loro quelle che si avvicinano per prime, quelle che ti offrono il loro cibo da assaggiare, quelle che sono incuriosite da ciò che è diverso da loro e vogliono approfondire. Si avvicinano a me un gruppetto di signore minute, mi toccano le braccia e la vita per farmi capire che sono magra, poi si toccano la testa per indicarmi l’altezza e infine mi chiedono di fare una foto insieme. Accetto. La capobanda è Piupiu che per prima si fa immortalare, non sa bene dove guardare, ma appena ha la foto tra le mani corre a vantarsi con le amiche… poi arriva la più anziana del gruppo, che mi dice di fare il segno della vittoria con le dita. Seguono scatti a ripetizione con mezzo mercato, finché trovano il coraggio di chiederne uno anche con Paolo.

Quel che mi piace di più e che dà un senso a questo viaggio è incontrare la gente del posto: cortese, spiritosa, affascinante, curiosa e appassionata, desiderosa di avere un ruolo nel mostro mondo e di sapere che ne pensiamo del loro. Non sappiamo quando arriverà il momento di stabilire un contatto, tutto nasce spontaneamente, aprendo la mente, ascoltando ed entrando in sintonia con le persone intorno a noi: è il modo migliore per apprezzare ciò che di realmente d’oro ha questa terra.

Salutiamo le sciure che ridono a più non posso e sfrecciamo verso l’Uphali Thein, il cui nome deriva da un famoso monaco vissuto nel XIII secolo.

Incontriamo il custode, anche proprietario della bancarella, nonché pittore, nonché restauratore degli affreschi del tempio (e su questa cosa rabbrividisco) che ci mostra il piccolo edificio. È davvero molto bello e nella sala sono presenti, sia sulle pareti che sul soffitto, grandi affreschi che raffigurano scene di vita quotidiana e del Guatama Buddha, anche se un po’ danneggiati dal terremoto conservano i loro colori vivaci.

  • Una parola per l’Uphali Thein: vivido
  • Voto: ⭐⭐

Finiamo il giro con la Shwezigon Paya: si narra che il luogo in cui questo tempio è stato eretto fu scelto da un elefante bianco, sul quale era stato posto un osso del Buddha. L’animale fu lasciato libero di muoversi e, ovunque si fosse fermato, lì sarebbe sorta la pagoda. Il pachiderma, infine, si fermò sopra una duna e da qui deriva il nome Shewzigon che in birmano significa “pagoda su una duna”.

  • Una parola per la Shwezigon Paya: la fiera del cicciobello dorato.
  • Voto: nessuna ⭐

Tutto questo oro non ci ha affascinato molto, così puntiamo sul nero andando a mangiare al Black Bamboo, che sostiene la comunità locale e offre cibo delizioso fatto in casa, compreso gelati e dolci. Purtroppo il gelato è bandito dalla dieta del viaggiatore, quindi non sapremo mai come era. Paolo va di stufato cosparso con un quintale di cipolla fritta (se poi non digerisce guai a lui), invece io mangio delle squisite polpette vegane con patatine fritte, anche se queste non sono molto birmane.

Chiudiamo il cerchio e per il tramonto ritorniamo, come ci eravamo ripromessi, sulla balconata di uno dei templi che ci aveva colpito nei primi giorni, la Shwegu Gyi Phaya.

Lì ci facciamo baciare dagli ultimi raggi del sole con i nostri bellissimi, ma soprattutto freschi, vestiti birmani. Peccato che Paolo non abbia ancora scoperto come si allaccia il longyi e ad ogni passo rischia di rimanere in mutande. Urge spilla da balia! Ovviamente la prima foto immortala sempre la nostra velocità e grazia nei movimenti…

Realizziamo che da domani non avremo più la nostra amata e-bike, quindi dobbiamo assolutamente ricordarla in uno scatto da remake di “vacanze romane”, intitolato “vacanze birmane”.

Non siamo proprio un Gregory Peck e Audrey Hepburn, bisogna ammetterlo!

Per cena ormai appuntamento fisso da Harmony, che sfoggia solo il nome non propriamente locale, per il resto gli unici stranieri siamo noi. Le sue specialità alla griglia, da mangiare rigorosamente con le bacchette, ci conquistano anche questa sera.

Anche oggi ci arriva una messaggio dall’Italia con una canzone… forse iniziamo a mancarvi?!: “Settimana numero 16, ho pensato ad un pezzettino di una canzone che credo faccia proprio al caso vostro “la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare!!” Lorenzo Jovanotti”. Grazie Marghe le parole sono perfette per questa giornata!

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Elena Bellingeri ha detto:

    Mongolfiera..il mio sogno! Deve essere stato fantastico 😍

    1. la Vale ha detto:

      Si! Super bello…la prossima meta in mongolfiera sarà la cappadocia!

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