RTW day 113: il carretto viaggiava ad Ava

Destinazione di oggi: Ava. Sveglia alle 5:30 (che novità!) con tanto di intrattenimento musicale del venditore di non so cosa sempre fisso sotto la nostra finestra. Sembra che i venditori ambulanti siano dotati di un fiuto eccezionale per capire quando sono in piena fase rem e con tempismo eccezionale arrivino a farmi visita, pure quelle rare volte in cui ci concediamo il pisolino pomeridiano: lo fate apposta?

Lasciamo Monywa, non prima di visitare gli ultimi templi in zona e i Buddha giganti, che non erano tra la lista delle cose da vedere, ma il nostro driver ci teneva tanto a portarci che l’abbiamo fatto contento. Vorrei rimuovere dalla memoria la Thanbodday Paya, dove sono stata benedetta da un piccione che aveva mangiato l’impepata di cozze il giorno prima, che per lo schifo quasi vomito. E Paolo non ci messo un secondo ad immortalare l’attimo ad imperitura memoria. Vorrei anche dimenticare la quantità di escrementi del suddetto volatile di e sputazzi di esseri umani, che avevano un’alta concentrazione proprio in questo posto. Stasera ci laviamo i piedi con il napalm.

Vorrei ricordarmelo per gli oltre 500.000 Buddha qui conservati, molti dei quali piccolissimi, ma purtroppo il trauma ha rimosso tutto. Per fortuna abbiamo qualche foto a testimonianza. La moda delle luci da discoteca sulla testa dei Buddha non ha risparmiato neanche questi.

  • Una parola per la Thanbodday Paya: piena… di tutto
  • Voto: zero ⭐ e un 🐦

Appena fuori Monywa, Si trova pure la seconda statua più alta dell’Asia e anche su questa il nostro driver non transige: imperdibie! Ci troviamo davanti un mega-Buddha che domina la pianura circostante. Davanti a lui un altro mega-Buddha sdraiato con le dita dei piedi fatte con la squadra. A circa 300 metri in linea d’aria se ne intravede un terzo seduto, ma in costruzione. Un po’ megalomani da ste parti, eh…

  • Una parola per la Thanbodday Paya: altezza mezza bellezza.
  • Voto: zero ⭐

In lontananza scorgiamo ancora il cofano aperto… ci risiamo!

Laccio della scarpa per stringere il tubo sostituito e altro bagno al motore fatto. Riprendiamo la strada e dopo quasi 3 ore siamo di nuovo sulla sponda del Irrawaddy, lo stesso fiume che bagna Bagan, ma 150 km più a est. Da qui prendiamo una barchetta per raggiungere Ava (o Inwa), una delle tante antiche capitali di questa terra. Il nome ufficiale significa “città delle gemme”, fu capitale per talmente tanto tempo che, storicamente, ci si riferiva spesso alla Birmania come al “Regno di Ava”. Sulla barca sale anche una ragazza col motorino, mi immagino io e Paolo nel fare la stessa manovra e mi vedo già nel fiume insieme al bolide.

Il barcaiolo è un tipo simpatico, che se la ghigna alla grande sulla mia agilità di salire in barca.

Arrivati sull’altra sponda siamo indecisi su quale mezzo utilizzare per girare qualche ora ad Ava… il taxi sidecar ci sembra perfetto, ma non ci stiamo neanche se ci piegano in due.

E forse le strade non sono neanche l’ideale…

Ripieghiamo sul carretto, decisamente il mezzo migliore per girare la cittadina, soprattutto sulla terra battuta e sotto il sole cocente di mezzogiorno.

La prima tappa è il Bagaya Kyaung, un monastero interamente in teak lavorato magistralmente con motivi di fiori di loto e pavoni. In un angolo ci sono piccoli banchi, lavagne e mappamondi per le lezioni dei giovani monaci. Infatti una cosa che abbiamo notato è che questi monaci viaggiano davvero tanto, ne abbiamo trovato un gruppetto alle Blue Mountains, sul Machu Picchu, praticamente ovunque!

Negli angoli del monastero la vita dei monaci scorre nella tranquilla quotidianità.

  • Una parola per il Bagaya Kyaung: anticamente genuino.
  • Voto: ⭐⭐⭐

Continuiamo il giro, tra un sobbalzo e una pieeeega, raggiungiamo la Yandana Sinme Paya, un piccolo sito che ospita tre antichi Buddha in pietra, uno dei quali all’ombra di quello che in Italia si chiama l’albero di fuoco, che con i suoi fiori arancioni contribuisce a creare un’atmosfera incantata. Davvero imperdibile per due come noi!

Il posto ci piace tantissimo e i 5 minuti che il conducente del carretto ci aveva concesso diventano quasi un’ora, con valangata di autoscatti a corredo.

La gigantesca poinciana è maestosa e sembra essere parte integrante di questo sito, impreziosendolo di colore e regalità. Non a caso questa pianta è definita regia, quasi a sottolineare il portamento imponente della pianta. Il suo nome greco, delonix, si traduce con “unghia all’ingiù” riferendosi aspetto dei petali. Ai suoi bellissimi fiori è attribuito un “amore mal corrisposto”, significato derivante dalla particolarità dei fiori stessi che non sopportano vento e pioggia e che sfioriscono nel volgere di poche ore se turbate dal maltempo.

Un bimbo ci insegue per venderci delle cartoline, noi decliniamo gentilmente, come sempre, soprattutto quando si tratta di bambini. Decido però di regalargli una spilla a forma di farfalla che ho attaccata sullo zaino. È tutto gasato, mi fa il segno delle ali che sbattono con le mani e mi dice: “လိပ်ပြာ!” (Ormai il mio vocabolario birmano ha quasi superato quello inglese). Ora il bimbo ci segue di nuovo, ma senza cartoline da venderci, giocando come un bimbo qualsiasi e sognando di volare come una liutpyaar!

  • Una parola per Yandana Sinme Paya: un fiore del passato
  • Voto: ⭐⭐⭐ con lode

Torniamo dal nostro carrettaro, decisamente indispettito dal ritardo sulla tabella di marcia. Lo tranquillizziamo dicendogli di saltare le ultime due soste del percorso, per noi decisamente meno affascinanti; vista l’ora, decidiamo di tornare al molo.

Anche al ritorno, insieme a noi, sale una motoretta… l’abilità degli asiatici di modificare qualsiasi mezzo di trasporto è impareggiabile: questa aveva una bomboletta di gas montata sul retro, agganciata ad un fornelletto (con la fiamma accesa ovviamente) per tenere calde le vivande all’interno del pentolone. Con la 626 tutto regolare?!

Un’oretta e siamo tra Mandalay e Amarapura, dove passeremo la notte. Sono le 16:00, tempismo perfetto per rinfrescarci e per vedere il tramonto presso un’altra icona del Myanmar: l’U Bein Bridge, il ponte pedonale in teak più lungo del mondo. Arriviamo e già notiamo il parcheggio sottostante affollato di pullman… non promette bene. A febbraio il fiume di solito è in secca, quindi le barche che di normalmente portano i turisti a scattare foto sotto il ponte sono quasi tutte ormeggiate (a parte qualcuna che è riuscita a fregare il boccalone di turno), poiché è possibile arrivare nei posti con le prospettive più suggestive a piedi. Il risvolto negativo è che tutti i turisti sono SUL ponte.

Sarà il caos, sarà la massa di turisti, sarà l’esercito del selfie, sarà la stanchezza accumulata oggi, sarà che ancora penso alla scagazzata del piccione, ma non riesco a godermi questo luogo e questo tramonto, descritto da tutte le guide come qualcosa di incantevole. Mentre Paolo è in perlustrazione per la sessione fotografica all’alba di domani, io mi aggiro incuriosita tra le bancarelle di street food: le interiora e le orecchie di maiale hanno la meglio. Mi ricorda il nostro viaggio in Cambogia!

Faccio conoscenza con un’attempata coppia di italiani che vengono da Soverato. Iniziamo a chiacchierare e, dopo poco, mi trovo a fare da interprete con la loro guida, il che è tutto dire… se parlano in calabrese secondo me si capiscono meglio! La moglie è una mitraglietta, non sta zitta un attimo, mentre il marito non è molto loquace, anche perché intento a mangiare un tremendo granchio di fiume fritto. Se è stato pescato qui, buona fortuna… vabbè che è fritto, ma io non azzarderei tanto. La moglie lo bacchetta subito perché non si sa mai trattenere con il cibo e perché ormai hanno finito tutte le 43 scatole di Imodium che si erano portati dall’Italia. Temo che sarà una lunga notte per lui… Lei è irrequieta, perché vorrebbe vedere la bella silhouette, che la luce del tramonto crea, del ponte e delle persone che lo attraversano, come nelle tante foto che ha intercettato su internet prima di venire qui. Le servirebbe una macchina del tempo, al posto della macchina fotografica, per tornare indietro di dieci anni almeno. Le consiglio di venire all’alba, momento in cui centinaia di monaci attraversano il ponte per andare dal monastero fino al villaggio vicino. Lei sta praticamente già puntando la sveglia, lui non è molto dell’idea… così gli prometto un granchio fritto appena pescato per colazione: è fatta, l’ho convinto, mi sa che domani ci ribecchiamo.

Faccio qualche foto prima di andare alla ricerca di Paolo. Ci troviamo sul ponte più lungo del mondo in un posto dove ci saranno almeno 1.000 persone… facile trovarsi, no?!

 

Ormai ci sono solo due anime che si aggirano per il ponte, siamo noi ovviamente… recupero Paolo, soddisfatto della perlustrazione e delle sue foto, così rientriamo in hotel.

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