RTW day 114: l’alba pura di Amarapura all’U Bein Bridge

Il sole ad Amarapura sorge alle 6:30.

  • Ore 5:00 – siamo già in marcia per l’U Bein Bridge, tanto per la cronaca a pochi chilometri dal nostro alloggio, ma mai mettere in discussione i calcoli astrofisici di Paolo, che Margherita Hack spostati.
  • Ore 5:13 siamo già lì. Noi, un tassista, i piccioni con le loro scagazzate, un venditore ambulante che scatarra, lo spirito di Margherita Hack e nessun altro.

Stando attenti a non inciampare nelle nostre occhiaie e con i faretti in testa percorriamo a piedi il ponte pedonale più lungo del mondo, che attraversa il lago Taungthaman, il cui nome, si narra, abbia origine da un orco giunto fin qui alla ricerca del Buddha.

Troviamo un posticino tranquillo, visto che Paolo si è già dimenticato il posto-perfetto-imperdibilissimo attentamente selezionato il giorno prima durante la perlustrazione.

Seduti su un tronco, ai piedi del ponte, aspettiamo l’alba mentre si intravedono alcuni monaci che escono dal loro monastero per recarsi nel villaggio e la gente del luogo con pesanti ceste sulla testa che oltrepassa il fiume. I colori dell’alba sono molto diversi rispetto a quelli a cui ci aveva abituato Bagan, ma la silhouette dei pali in teak e delle persone aggiunge un tocco unico a questo posto.

Intravedo i due signori calabresi che avevo incontrato ieri, il marito è alla disperata ricerca di un granchio fritto per colazione, la moglie lo insegue con la scatola di Imodium pronta a lanciarglielo in bocca al volo. Li saluto e la moglie mi guarda rassegnata dicendomi: “è stato tutta la notte sul water”. La ringrazio per l’aggiornamento sul transito intestinale del marito. Ci auguriamo buona fortuna per il nostri viaggi, anche loro staranno in giro ancora qualche mese.

Quando piano piano il numero dei turisti aumenta e arrivano i primi pullman, lascio Paolo ai suoi scatti al ponte, mentre io mi dileguo, passeggiando sulla sponda del fiume più a sud. Qui non c’è nessuno, intravedo solo qualche pescatore del posto. È il luogo ideale per me! Mi siedo sulla sabbia e rimango incantata: i pescatori sembrano quasi danzare armoniosamente con le loro reti, volteggiano da un lato all’altro e nelle loro mani quella pesante attrezzatura sembra una piuma.

Il sole ormai è sorto e, oltre a scaldarci, crea giochi di luce stupendi, le reti brillano e in controluce si riconoscono solo le sagome.

Il tempo vola, ora i pescatori chiudono le loro reti e per noi è il momento di tornare verso il nostro alloggio. Ormai anche tutti i turisti se ne sono andati da un pezzo e, senza accorgercene, sono passate quasi quattro ore.

Nel pomeriggio ci spostiamo a Mandalay, da Mama, una guest house a gestione familiare; qui saremo più comodi per le visite ai monasteri e ai templi dei prossimi giorni. La proprietaria, oltre ad essere di una gentilezza estrema, è la sosia di Aung San Suu Kyi… sospettiamo possa essere la sua attività nel tempo libero e che risieda qui in incognito. Come si suol dire, due indizi fanno una prova:

  1. La pagina dell’Economist con la sua foto sopra al bancone (non abbiamo mai trovato la foto dell’attuale Ministro esposta da nessuna parte)
  2. Il cartello che cita la “cucina di Su”

Sherlock Holmes e Watson ci fanno un baffo!

Grandi sorrisi e gentilezza infinita da Mama, approvata appieno e ci staremo per i prossimi 3 giorni, nonostante l’affumicamento sistematico della sera (che sembra stia andando a fuoco tutta la Guest House) per scacciare le zanzare. Peccato che si rintanano sempre tutte in camera nostra per la gioia di Paolo, il loro bersaglio preferito.

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