RTW day 115: ma ‘ndo vai a Mandalay

Mandalay è più grande di quanto sembri e decisamente trafficata nelle sue vie principali, optiamo quindi per un motorino in affitto, forti del rodaggio fatto a Bagan. Usciti dal motonoleggio eccole le ultime parole famose: “non c’è poi così tanto traffico!”, peccato che alla prima svolta a destra per strada c’è il mondo intero.

La guida della Vale, alla voce Mandalay, riporta come primo punto caldo la Mahamuni Paya e cita testualmente: “recarsi alle 4:00 di mattina per assistere al rituale della pulizia del viso della statua del Buddha”. No vabbè, ma allora non andiamo più neanche a letto! Trattiamo e scendiamo ad un ragionevolissimo compromesso, recandoci lì per le 9:00. Essendo uno dei templi più famosi di tutto il Myanmar, vediamo già parecchie persone in fila per poter appiccicare delle foglie d’oro alla statua centrale, raffigurante l’ennesimo Buddha. Non una statua qualsiasi però, questa si narra abbia più di 2.000 anni.

La Vale appena vede le foglie d’oro mi si scioglie dall’emozione, ma presto si abbatte la scure del divieto per le donne di toccare il Buddha. Si siede anche lei per terra insieme alle altre donne.

Quindi sarò io, con mia grande gioia e scarsissima abilità, a compiere l’omaggio, conoscendomi riuscirò ad attaccarmi le foglie d’oro in fronte.

Passo un buon quarto d’ora in fila e quando arriva il momento clou, cerco con lo sguardo la mia dolce metà, lasciata fuori dal recinto, in posizione strategica con il compito di immortalare il gesto con una foto. Invece la vedo indignata a confabulare con un monaco donna (anch’ella sul polemico andante) su quanto sia ingiusta questa tradizione. Il motivo sembrerebbe essere quello per cui Buddha, essendosi allontanato da tutti i legami terreni, con il tocco di una donna potrebbe cedere in tentazione. La Vale non è molto d’accordo ma rispetta la regola, cercando comunque di assaporate l’atmosfera di spiritualità che si respira, essendo partecipe di una cultura e rispettando un luogo di preghiera e devozione, un terreno sacro per milioni di persone.

Intanto io sono lì che prendo tempo in attesa che la mia dolce metà mi guardi, ma è troppo presa dalla discussione femminista che non mi fila di pezza e così scatto di soppiatto un paio di fotografie.

Gli altri fedeli mi pressano su una passerella di 10 centimetri, che se metto male un piede faccio un volo di due metri. Pure il tizio che dirige il traffico degli appiccicatori d’oro mi cazzia che son troppo lento, ma la Vale non mi guarda! Alla fine con tutte ste pressioni finisco per attaccarmi metà dell’oro sulle mani, l’altra metà sulle scarpe del mio vicino di passerella. Buddha ti è andata male a sto giro… vedi tu, se togli sta cosa che le donne non possono salire qui, la prossima volta viene la Vale che lei è esperta di brillantinamenti e decoupage e ti rifà daccapo che finisci in copertina pure su Famiglia Cristiana e Vogue. Ma tu ti ostini, quindi ti becchi me… io te l’avevo detto…

L’unica parte intatta è il volto, invece lo spessore del corpo dorato, negli anni, ha raggiunto i 15 cm. Io non ho decisamente contributo ad aumentarli, visto che è più quello che ho sparso in giro che sul Buddha.

Morale della giornata, tempio declassato a mezza stellina (solo per l’elefante a tre teste nel museo all’ingresso). Io direi due stelline, ma l’autrice della guida è lei…

  • una parola per la Mahamuni Paya o (Paya Gyi): non è tutto oro ciò che luccica.
  • Voto: ⭐ (⭐)

Appena fuori dal tempio, uscendo dal passaggio occidentale, sbuchiamo sulla 84th St, tra affascinanti laboratori di artigiani marmisti, dove le statue (99% di Buddha, decisamente inflazionato da queste parti) vengono scolpite da mani esperte utilizzando attrezzi meccanici. In questi laboratori locali intagliano statue con una velocità e facilità impressionante. Tutto è coperto di polvere bianca, credo pure i polmoni di questa gente, purtroppo…

Lasciamo il quartiere e ci dirigiamo verso un monastero semi-sconosciuto, per compensare tutto il casino del tempio precedente. La Vale l’ha scovato e l’ha inserito ovviamente tra gli “imperdibili”, si tratta del Thingaza Kyaung. Qui incontriamo il suo custode, un monaco che avrà almeno 130 anni. Ci spiazza con il suo sorriso e ci mostra con cura il piccolo monastero, ricco di storia, polvere, tanta polvere, che rende i suoi dettagli ancor più affascinanti. Non siamo abituati a così tanta umanità in così poco spazio e tempo… siamo quasi in imbarazzo, così ce ne andiamo velocemente quasi a non voler disturbare l’intimità di questo posto. Anche le nostre foto sono poche, mosse, sfuocate, sfuggenti, quasi ci sentissimo in colpa anche a fotografare questi luoghi e questa persona affascinante. Ci lasciamo con una benedizione e una preghiera dell’anziano monaco…

  • Una parola per il Thingaza Kyaung: sotto la polvere una lunga storia
  • Voto: ⭐⭐⭐ con lode e bacio accademico

Quindi con ancora negli occhi e nella mente questo piccolo gioiello, ci dirigiamo prima verso il Shwe In Bin Kyaung e poi verso il Shwenandaw Kyaung, due monasteri molto simili, entrambi costruiti interamente in legno di teak, il secondo però rivestito internamente di foglie d’oro. Suggestivi e molto adatti per i nostri autoscatti, soprattutto se longy-dotati (vabbè la maglietta della Patagonia stona, concordo).

  • Una parola per il Shwe In Bin Kyaung e il Shwenandaw Kyaung: autoscattofilo
  • Voto: ⭐⭐⭐

Indubbiamente affascinanti, ma forse un po’ freddini, un po’ vuoti. Forse troppo grandi e famosi. Forse abbiamo ancora in testa l’anziano monaco.

Proseguendo il nostro itinerario, vorremmo perderci tra i candidi stupa della Khutodaw Paya e tra le pagine del libro più grande del mondo, ma non è più possibile l’accesso, quindi ci limitiamo ad osservare il complesso dall’alto. Intravediamo delle lastre di marmo sulle quali sono scolpite le scritture buddhiste, ciascuna collocata nel suo piccolo stupa. Tutte queste lastre vengono definite “il libro più grande del mondo”. Il re Mindon, convocato qui il Quinto sinodo buddhista, incaricò 2.400 monaci di leggere l’intera Tripitaka senza interruzioni, furono necessari circa sei mesi.

  • Una parola per Khutodaw Pagoda: guardare ma non toccare
  • Voto: ⭐⭐

Sono le 16:30 e ci siamo giocati le nostre cartucce, non so se ci resta ancora tempo per un altro tempio… siamo tentati di fare la pazzia: attraversare tutta la città per scambiare due parole con quell’anziano monaco dallo sguardo calmo e dai modi gentili. Quell’uomo ci ha veramente colpito e vorremmo tornare da lui, ma fra poco più di un’ora il sole tramonterà e dobbiamo pure restituire il motorino in affitto… mmm, ci guardiamo in faccia e in 3 secondi abbiamo già deciso. Non c’è storia, scatta la trottolata: di nuovo in sella e via verso la parte opposta della città, di nuovo nel traffico caotico di Mandalay, direzione Thingaza Kyaung. Amico monaco aspettaci e non chiudere la baracca! Schivo sputazzate di motociclisti incatarrati, faccio finta di non sapere cosa sia quel liquidino che mi si deposita sui piedi, do gas e penso solo al Thingaza. Bieeeee…. bieeeee, sfreccio, impenno, mi fermo sgommando con un testa coda e lancio la Vale all’entrata del monastero. E rieccoci lì, arrivati all’ingresso tutta la fretta si trasforma in calma. Siamo di nuovo in quell’affascinante monastero buddhista sotto l’ombra degli alberi, che non vede quasi nessun visitatore straniero.

Temiamo sia già tutto chiuso, ma ecco riapparire sull’uscio l’anziano monaco, che al tramonto sembra ancora più vecchio. Come in un dejavù dolcissimo ci rispiega tutta la storia del monastero da capo, con un colpo di Alzheimer da maestro. Lo assecondiamo, sapendo già esattamente cosa stia per dire e fare, come una scena del nostro film preferito, che sappiamo a memoria, ma riguardiamo sempre con piacere. Ci mostra con orgoglio le statue del Buddha e gli intagli nel legno, incoraggiandoci a scattare qualche foto.

Questa volta ci prendiamo il tempo per notare tutti i dettagli: vedo solo ora che questo monaco ha più tatuaggi di Mick Jagger. Sui muri c’è appesa una sua foto da giovane. Sempre a guardia di questo monastero.

La Vale in teoria non potrebbe rivolgergli la parola, ma gli chiede se può fargli qualche domanda. Nonostante sia uno della vecchia scuola e che conosca poche parole d’inglese, è ben felice di parlare anche con lei. È qui che scopriamo il suo nome, Tiloka. È qui che si lascia andare e ride di gran gusto con noi. È qui che finiamo di affezionarci a questo vecchietto unico, che sembra parte integrante di questo posto, come le porte in teak o i buddha centenari conservati al suo interno. È qui che ci mostra alcune sue vecchie foto insieme al suo maestro. È qui che recita un’altra preghiera per noi.

Questa volta ci apre anche la porta che dà sul retro e ci chiede di fare una foto insieme…

Lo salutiamo dopo esserci goduti ogni secondo con lui, ma non riusciamo a staccarci dal suo sguardo, mentre ci guarda dalla porta del suo regno.

Ci rimettiamo in sella per riattraversare di nuovo la città, c’è ancora più traffico di prima, ma siamo soddisfatti per aver ascoltato quel luogo che chiamava a gran voce il nostro nome.

Torniamo a crepuscolo inoltrato da Mama, che ha già iniziato ad affumicare il giardino per scacciare le zanzare. Che mi accolgono festanti appena apro la porta della camera. Non mi siete mancate.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Gabriele Spagnoli ha detto:

    Le vostre avventure e soprattutto le vostre foto sono sempre più belle, ciao!

    1. Pablo ha detto:

      Grazie! Sono i soggetti che sono unici!

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