RTW day 116-118: la vita sul lago Inle

Di nuovo in viaggio. In poco meno di 40 minuti andiamo da Mandalay a Heho con il solito aereo ad elica, che, ricordiamolo, è sempre quello che “se cade ti salvi sempre” e a sto giro se hai paura puoi abbracciare il cuscino.

Anche qui abbiamo il biglietto di cartone, con la pesa per i bagagli e per i passeggeri e all’arrivo la consegna delle valigie è alla “c’è posta per te”; il plus é un modernissimo tabellone elettronico con gli orari dei voli che si aggiornano in automatico con tanto di motivo del ritardo dell’aereo!

Proseguiamo in taxi, unico mezzo di trasporto presente fuori dall’aeroporto. Non riuscendo a strappare un prezzo consono alla gang dei tassinari sborsiamo 25.000 kyat per farci portare a Nyaungshwe. Sul tragitto troviamo i lavori di ampliamento della strada, segno evidente di un turismo rampante; questa in effetti è la zona più visitata del Myanmar, meglio prepararsi psicologicamente all’impatto.

Facciamo il check-in al Trinity Family Inn, anche questo a gestione familiare e la gentilezza dei proprietari è impareggiabile.

Come al mio solito inizio già a pastrugnare la cartina, tra le rimostranze della mia dolce metà… anche perché mi sto ingozzando di fagioli tostati.

Questa volta disegno pure una legenda, a scanso di equivoci:

  • Triangolo=1 stella
  • Quadrato=2 stelle
  • Cerchio=3 stelle

Poi però mi accorgo che il triangolo pieno assomiglia troppo al simbolino originale dei templi… e come se non bastasse arriva pure la tizia dell’hotel a spaciugare tutto con l’evidenziatore… Risultato: la Vale è ancora più perplessa dell’ultima volta a Bagan e anche io in effetti non ci capisco più una mazza.

Vabbè procederemo ad minchiam come nostro solito, domani ci affideremo al nostro barcarolo. Contrattiamo una partenza alle 6:00 di mattina in modo da poter vedere l’alba dal lago e andiamo a letto impazienti di visitare questa parte di Myanmar.

Sorvolo sul fatto che oggi e domani (solo due giorni su 365 giorni) nella pagoda a 50 metri dalla nostra stanza, si tenga il festival più importante dell’anno, con musiche e canti fino a notte fonda… che fortuna! Visto che non è possibile riposare andiamo a curiosare questo famoso festival.

La sveglia suona alle 5:00 e alle 5:10 ricomincia il Festival di Sanremo a tutto volume. Per fortuna siamo svegli sennò scattava il sabotaggio dell’altoparlante.

Con le caccole agli occhi seguiamo nel buio il nostro barcarolo Nadi che ci porta al molo. Col sacchetto della colazione preparato dalle mani sante della proprietaria dell’albergo, avanziamo tra le viuzze, mentre la città si sveglia poco a poco. Tra le mani ho due bottigliette di the ustionante… ops… una bottiglietta di the ustionante… e in questo momento ho anche un piede ustionato (ma aromatizzato al the verde). Al molo ci siamo solo noi e sulla barca ci danno la copertina di pile visto che fa decisamente freschino. Ovviamente io sono nel posto davanti a fare da polena frangivento a -10 gradi percepiti, mentre la mia dolce metà dietro è in costume da bagno… “vai avanti tu che fai le foto”… hai capito la faina?

Nadi non parla una parola di inglese quindi credo sarà lui a dirigere i giochi. Senza volerlo, iniziamo il giro del lago con un mega classicone: fotografie ai finti pescatori in posa sulle loro barche per qualche kyat. Penso a quando questo era reale, mi concentro e… funziona… sarà che è l’alba e ci sono solo altre due barche, sarà perché i colori sono unici, ma la scena, seppur artificiale, è decisamente suggestiva. Gli uomini manovrano le loro imbarcazioni con estrema maestria stando in equilibrio su una gamba e muovendo con l’altra il remo, con un movimento che ricorda quello dei serpenti, in modo da avere le mani libere per le nasse. Non vorrei essere qui al tramonto con centinaia di imbarcazioni a tutto flash, ma ora in questo silenzio ci sto proprio bene.

  • Una parola per i pescatori sul Lago Inle: un fascino senza tempo
  • Voto: ⭐️⭐️

Tutti i giorni (tranne con la luna piena e quella nuova) un mercato itinerante si sposta tra i cinque villaggi sparpagliati sulle sponde del lago, quindi appena sorge il sole leviamo l’ancora verso Ywama. È il più famoso di tutto il lago, quindi vogliamo arrivarci il prima possibile per goderci un po’ di vita locale ed immergerci tra le bancarelle prima dell’ondata di turisti. Il mercato, etichettato come galleggiante sulla mappa, in realtà si svolge sulle rive del lago. I mercanti caricano le loro barche piene di merci per poi trasferire il tutto sulla riva. Quando arriviamo, nonostante sia ancora presto, è già molto attivo e affascinante. È rustico e vivace, infatti i commercianti di differenti etnie, migrano quotidianamente da un sito all’altro per vendere i loro prodotti agricoli e le proprie merci.

Il mercato è una tavolozza di colori, non solo nei cibi… il copricapo delle donne dei vari villaggio sembra abbinarsi perfettamente a ciò che vendono.

“Passaggio generazionale”

Ingolositi compriamo del croccante, trattando sul prezzo con un ragazzo e la madre, proprietari della bancarella. Sono ancora lontanissimi dalle abilità dei loro cugini Thailandesi, ma iniziano goffamente a provarci. Il ragazzo ci chiede 1.000 kyat, noi ne offriamo la metà, la mamma quasi sviene che 500 kyat per un croccante non li ha mai guadagnati. Teniamo duro, la mamma dice al figlio di accettare, lui bluffa e rilancia 750. Dimezziamo la quantità (salvando così onore e denti) e chiudiamo la trattativa, tutti felici del siparietto. Per la cronaca 500 kyat equivalgono a 30 centesimi di euro.

  • Una parola per il mercato “galleggiante”: vivace di colori e di persone.
  • Voto: ⭐️⭐️⭐️

Lasciamo il mercato appena fanno capolino i primi turisti. In quel preciso istante il mercato cambia faccia. Da mercato locale di cibarie e verdure diventa un mercato di ninnoli e artigianato più o meno locale. È tempo di andare.

Ora siamo nelle mani del nostro Nadi, che di nuovo ignora tutte le nostre richieste, pur rispondendo sempre di sì. Ma alla fine arriviamo esattamente in tutti i punti evidenziati dalla guida della Vale, facendo tappa in tutti i villaggetti della parte settentrionale del lago, ognuno con la sua specialità:

  • Ywama con gli artigiani dell’argento (dove abbiamo appreso come distinguere l’argento vero da quello pataccato)

  • Nampan con le piccole fabbriche di sigari (dove la Vale, curiosa come una scimmia, ha sniffato il sigaro alla banana e quasi mi sviene)
  • In Paw Kone con i laboratori di tessitura (dove ora hanno esposto la foto della Vale con scritto “io non posso entrare”, dopo che ha provato 47 maglie in filo di loro e 270 sciarpe e non ha preso niente)

  • Ombrelli

  • Una parola per i mercati: maratona turistica ma ancora reale
  • Voto: ⭐️⭐️

Su questa distesa di acqua dolce, la seconda più grande dell’intero Myanmar, dove si dice sia difficile stabilire dove finisca il lago e dove inizino le paludi, quello che ci affascina di più è la vita reale che scorre sul lago, interamente abitato e sulle palafitte in legno.

Per spostarsi da un punto ad un altro del lago, o semplicemente da una casa all’altra, la gente utilizza le tipiche imbarcazioni dal fondo piatto, strette e lunghe, e a guardarli ti chiedi come facciano a non ribaltarsi. Gli abitanti di queste zone sono chiamati “Intha“, che in birmano significa “bambini del lago”.

Ed è proprio su questo lago, uno specchio d’acqua calmo e placido, che staremmo ore a guardarli, tra anziani che parlano tra una barca e l’altra e bambini che si spostano per andare a giocare con l’amico nella casa vicina…

Tra chincaglierie e gioielli, la Vale per cosa mi impazzisce? Per i libri impolverati e scritto a mano…

Tra un villaggio e l’altro passiamo anche da un tempio imprecisato in cui si adorano dei bagolini dorati su cui la gente appiccica foglioline d’oro. Specifichiamo: solo gente di sesso maschile, per a gioia della mia consorte.

Facciamo sosta, nell’ora più calda, per mangiare. Io vado di riso e arachidi, la Vale sceglie i suoi amati noodles… con teste di aglio grandi come patate. Vampiri ne abbiamo da ammazzare? Nel caso basta un’alitata!

La chicca del pomeriggio è però lo ShweInn Dein Paya con i suoi stupa distribuiti sulle pendici di una collina. Quelli originali, antichi e diroccati, si trovano subito all’inizio del percorso, nascosti alla vista dalle bancarelle. Sono stupendi e richiamano molto il fascino della Cambogia, dove gli alberi, con le loro radici li avvolgono, quasi a proteggerli. Alcuni ficus sono cresciuti addirittura al loro interno, spuntando con le loro chiome in cima agli zedi… ci perdiamo a scrutare ogni angolo!

Alcuni conservano al loro interno dei Buddha enormi e meravigliosi, uno dei quali ha la mano poggiata su un elefante bianco. I resti di un antico splendore ci fanno immaginare come poteva essere una volta e i campanelli in cima agli stupa, che suonano ancora con il vento, ci fanno tornare ad un luogo senza tempo.

Il complesso aveva 1.054 zedi (quasi tutti risalenti nel XVII e XVII secolo), forse ora ne sono rimasti qualche centinaio. Il luogo per noi è comunque ricco di incanto e di mistero, ad ogni passo scorgiamo un particolare nuovo, come le facciate degli stupa finemente decorate da altorilievi e sculture in pietra. Purtroppo più si sale e più sono stati ricostruiti in chiave moderna o addirittura sostituiti, dissipando irrimediabilmente il loro fascino.

  • Una parola per la Shwe Inn Thein Paya: puro fascino
  • Voto: ⭐️⭐️⭐️ (finché dura)

Ridiscendiamo per la scalinata delle bancarelle dove vediamo in vendita di tutto. Ci auguriamo che i libri antichi siano delle copie taroccate per fregare turisti sprovveduti. Altrimenti qui tra 5 anni visiteremo solo stupa di cemento armato decorati con buddha di plastica.

Incontriamo alcune donne, come spesso ci capita di vedere, cariche di pesi sulla schiena. La vita delle donne in questi paesi è davvero dura!

Rientriamo alla base e, sulla via che porta dal molo all’hotel, siamo folgorati da un attacco di fame. Ci rifugiamo nel primo ristorante che troviamo, indiano: l’Ever Light 2. Se hanno fatto pure il 2 vuol dire che è buono. Ragionamento tra l’improbabile e il rischiosissimo, ma alla fine ci va bene. Mangiamo carne di agnello morbidissima e nan all’aglio come se ci fosse Dracula fuori dalla porta ad aspettarci e ci riproponiamo di tornarci nei giorni seguenti. Il proprietario è gentilissimo e sulle pareti ha foto di centinaia di persone che si sono fermate a mangiare, così finiamo anche noi lì a testimoniare la bontà del cibo e la simpatia dello staff.

Il giorno seguente sul lago Inle si apre di nuovo all’alba, ancora con il festival e con un maledetto gatto in calore, che ogni volta che la Vale va in bagno inizia a miagolare per 3 ore. Anche oggi sveglia aggressiva, ma questa volta non per vedere il sole sorgere.

Ci aspettano 3 ore e mezza di barca per raggiungere uno dei villaggi più a sud del lago, Sankar. Non è una metà molto battuta e vuoi che noi non ci finiamo con tutte le scarpe? Le immagini di stupa semi sommersi ci hanno fatto innamorare di questo posto e vogliamo andarci, nonostante la faticata delle 7 ore totali. A questo giro arrivo preparato con le mutande antivento, lo scaldotto a batterie e le ciabatte in pelo di muflone.

Il sole non è ancora sorto, quando all’orizzonte scorgiamo un piccolo tempietto su una palafitta in mezzo al lago. Spegniamo il motore della barca e ci lasciamo incantare da questo luogo surreale.

Facciamo tappa pipì e sgranchimento gambe presso il villaggio di Kyauk Daing, caratteristico per la lavorazione della ceramica. In 10 minuti assistiamo alla dimostrazione della creazione di un set di vettovaglie che Mastrotta-scansati, altro che acciaiodiciottodieci e fondo alto un centimetro.

Proseguiamo quindi verso la nostra destinazione, ma sulla strada la sosta è obbligata una volta giunti in vista della Tharkhong Pagoda.

Il complesso è molto più suggestivo dalla barca o dal molo che dal culmine dello stesso, in quanto la maggioranza degli stupa sono di recentissima costruzione e molto simili tra loro. Non gli dedichiamo più di 15 minuti. La cosa inquietante è che fino a qualche anno fa erano presenti zedi di almeno 500 anni fa.

  • Una parola per la Tharkhong Pagoda: Made in China
  • Voto: ⭐️

Più ci avviciniamo a Sankar e con più frequenza appaiono isolette di costruzioni singolari, mezze diroccate, che sembrano uscite da un libro fantasy.

Circa quattro ore dopo la nostra partenza ecco finalmente la visione di Sankar, o meglio della vecchia Samka. La sua storia inizia da molto lontano: era la residenza di un principe shan e ora è nota le sue rovine buddhiste, che sono suggestive quanto almeno il viaggio per raggiungerla. Saltiamo giù dalla barca come gatti e iniziamo ad esplorare il posto. Molto piccolo a dire la verità, suggestivo in alcuni scorci, ma le opere di restauro (diciamo ricostruzione) selvaggio hanno iniziato a mietere vittime.

La Vale non ci sta e si spinge sempre più nel cuore dell’area degli stupa, la perdo di vista, ma la sento chiaramente borbottare quando affonda nelle sabbie mobili. Tutta infangata fino alle caviglie, non perde tempo a scattarmi delle foto a tradimento da lontano, ad un certo punto sento una vocina che mi dice: “Paolo, ma che cacchio sta facendo, il salto in lungo?!”

Io stavo smadonnando con un palo di bambù di 4 metri per cercare di togliere una bottiglia di plastica dall’inquadratura di una foto. Io e la Vale ci guardiamo in questo momento… lei ricoperta di fango che sembra appena uscita dalle vasche di Saturnia, io col palo di bambù in mano e non possiamo trattenere le risate!

Dobbiamo celebrare questo posto prima che ce lo restaurino sotto gli occhi, quindi: autoscatto! Piccolo problema, il cavalletto (come sempre) non è con noi, bensì sulla barca. A 30 metri. Troppa sbattita andare a recuperarlo… la Vale ruba 3 mattoni ad un magutto del posto e voilà ecco pronto un cavalletto perfetto. 40 minuti dopo l’autoscatto (il milionesimo di un milione) è perfetto.

Anche qui è arrivata la moda di costruire sopra gli stupa già esistenti e forse tra un paio di anni quelli antichi, un po’ diroccati, ma molto affascinanti, non esisteranno più.

Non avendo una guida a supporto, non riusciamo a capire se ci sono altre zone simili o interessanti nell’area. Leggiamo che questa su chiama “la città che non c’è”, perché la vecchia città è quasi completamente sommersa dall’acqua. Giriamo un po’ a vuoto per la città nuova, ma niente da fare. Poca ciccia… a parte una venditrice di frittelle che lascia dietro di se una scia piuttosto invitante.

Il fiuto della Vale scova un paio di stupa con dei Buddha ancora ben conservati, uno dei quali poggia le mani su un elefante, e non per terra come siamo abituati a vedere.

  • Una parola per Sankar: il gioiello dell’Inle
  • Voto: ⭐️⭐️⭐️

Purtroppo anche il barcarolo di oggi, Nadi 2 la vendetta, non parla una parola di inglese e alla nostra richiesta di vedere altri templi annuisce e ci porta ad un ristorante. Ottimo. Qui in compenso la Vale si mangia un piatto fatto di aglio aromatizzato all’aglio su letto di aglio. Tutto soffritto nell’aglio. Pensavo di essere in Myanmar, ma evidentemente sono stato teletrasportato in Transilvania.

Ora ci sono solo altre 3 ore e mezza per rientrare, mi preparo per un rientro rilassato senza imprevisti, quando ecco che, in prossimità di un ponte stradale, una barca stracarica di sacchi di verdura è rimasta arenata tra le alghe e le piante di loto.

Al riparo dal sole sotto il ponte guardiamo i due della barca remare e imprecare a ripetizione. Mezz’ora dopo ce la fanno fimalmente. Per noi ora sarà una passeggiata… “Vale, vedrai che passiamo al primo colpo”. La Vale e il barcarolo (che non parla neanche l’italiano, ma ha capito benissimo) fanno tutti gli scongiuri di sto mondo. Ma non basta. Un minuto dopo siamo arenati. Ma sto cavolo di loto ricresce alla velocità della luce? E poi se su sta barca ci hanno messo il motore del Ciao non è colpa mia! Giù remate e smadonnamenti sotto il sole cocente, ma alla fine si passa.

Salutiamo Sankar e navighiamo a ritroso, prima costeggiando pittoreschi villaggi poi un lungo e sinuoso canale fino a ricongiungerci con la parte sud del lago Inle. Il resto del tragitto lo passiamo ad osservare le barche che superiamo o che ci superano, con il loro carico di storie.

Siamo di nuovo a Nyaungshwe e ancora all’Ever Light 2, che di sto passo con i nostri soldi ci costruisce pure il 3. Questa sera c’è pure una telenovela indiana che appassiona tantissimo la Vale.

Sfatti crolliamo nel letto alle 20:30. Non c’è festival o gatto in calore che ci tenga svegli oggi.

10 commenti Aggiungi il tuo

  1. NINO ha detto:

    Escursione molto dinamica e stimolante. Si riesce a percepirne le atmosfere a migliaia di chilometri. Per non parlare del divertimento che fa superare tutti i disagi a partire dalle levatacce e dagli intermezzi musicali. Voglio essere al passo col linguaggio dei ns tempi: una fig…. A proposito, gli inserimenti di Pink nei video hanno la funzione di aggiungere adrenalina, qualora ce ne fosse bisogno? Bacioni

    1. la Vale ha detto:

      Girare tutto in chiave ironica è la nostra specialità è il divertimento fa superare tutti gli ostacoli. Mmmm, dove hai visto Pink?

  2. NINO ha detto:

    Nel video del Sanremo alle 5 . Anzi non so se vi e’ noto che nei vostri testi ultimamente compaiono messaggi pubblicitari

  3. NINO ha detto:

    Ho rivisto il video in parola ed ho constatato che alla fine del Vs spot si inseriscono altri filmati del tipo YouTube. Ora non più Pink ma video diversi, evidentemente originati dalla mia visualizzazione

    1. la Vale ha detto:

      Ok! Però Pink calzava alla grande!!

  4. NINO ha detto:

    Condivido, conoscendo vi. Forse per questo si è verificata l’intrusione. (Manzoni avrebbe parlato di fenomeno provocato da”congiunzioni astrali”…..)😉

  5. ros ha detto:

    bellissime foto….non ho parole….soprattutto per il festival!

    1. la Vale ha detto:

      Grazie! Anche a noi è piaciuto un saccco! 😃

  6. Elena Bellingeri ha detto:

    Bellissime foto ragazzi! Deve essere stato fantastico!

    1. Pablo ha detto:

      Eh sì, decisamente uno dei posti più affascinanti di tutto il viaggio!

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