RTW day 119: le grotte placcate di Pindaya e Kalaw

Buddha ha ascoltato le preghiere della proprietaria del nostro albergo e, per la prima volta da quando siamo lì, non è stata costretta a svegliarsi all’alba per darci la colazione al sacco. Come tutti gli ospiti oggi anche a noi spetta un’abbondante colazione seduti ad un tavolo: incredibile… siccome non sappiamo quando ricapiterà ci sfondiamo di pancakes, uova fritte, noodles, 15 banane a testa (4 infilate nello zaino di soppiatto).

Questa mattina andiamo alla ricerca di antichi buddha nelle grotte di Shwe Oo Min a Pindaya. Un’ora e mezza di auto da Nyaungshwe e 50.000 kyat: fattibile. Arriviamo senza intoppi o motori esplosi!Una volta lì, capiamo subito che qualcosa è stato già rimaneggiato…

Sarà quel mappamondo che sorregge uno stupa che neanche un bimbo di 4 anni avrebbe mai progettato?

Sarà Robin Hood in calzamaglia che stona?

Sarà quel ragno finto, con i peli disegnati e coi denti da piranha che nemmeno 40 anni fa a Gardaland avrebbero esposto?

Ovviamente nulla è lasciato al caso, mica mettono un ragno così spaventoso senza una ragione! Iniziamo col dire che il significato di questo tempio è “il ragno catturato”. Eh sì, perché questa bestia immonda è protagonista di una leggenda: si narra che all’interno delle grotte vivesse un grande ragno che teneva prigioniera una bellissima principessa. La principessa venne liberata da un principe che uccise il ragno con arco e frecce. Già alla storia della principessa in attesa del salvatore io volevo scappare urlando e ora faccio pure il tifo per il ragno con i peli che non ha trovato posto dall’estetista!

Noi siamo qui per entrare nell’enorme grotta naturale, che è la casa di migliaia di buddha dalle svariate forme, dimensioni e materiali. La caverna è un luogo sacro e contiene più di 8.000 statue, alcune lasciate secoli fa dai pellegrini del Myanmar, altre da organizzazioni buddhiste di tutto il mondo o da viaggiatori. Sembra che la più vecchia risalga al 1700.

Però, ad essere sinceri, statue antiche noi non ne abbiamo viste, chiediamo indicazioni, ma nessuno sembra capire e di “old buddha” neanche l’ombra. Girovaghiamo per i cunicoli, infilandoci anche in alcune cavità ancora oggi usate per meditare.

Saliamo e scendiamo scale, arrivando fino al punto più basso del complesso che si trova in cima ad un crinale e che dall’alto domina il lago Pone Taloke.

Oggi è festa grande nel paese di Pindaya e i fedeli iniziano a riversarsi numerosi nella grotta; l’umidità soprattutto nella zona inferiore è notevole e i miei capelli lo confermano. Arriviamo alla fine della grotta dove il cunicolo sembra essere stato chiuso: sempre la leggenda racconta che le grotte nasconderebbero una strada sotterranea che conduca direttamente a Bagan, la leggendaria città dei 10.000 monumenti e capitale dell’antico omonimo regno. Insomma, questa cartina ce la siamo girata tutta tra buddha, buddhoni e buddhini, ma tutti relativamente recenti.

Dopo aver fatto domande e chiesto informazioni, neanche fossimo la CIA, scopriamo che in effetti i buddha più antichi c’erano, ma durante i lavori di allargamento dell’ingresso della grotta con la dinamite (!!!) molti furono spostati temporaneamente in un monastero per non danneggiarli. Monastero che fu prontamente bombardato qualche mese dopo in una delle tante guerre che hanno colpito questo paese. Perfetto. Ciao ciao old buddha.

Ci consoliamo cercando quelli più “strani” o con parvenze poco asiatiche, quasi azteche, oppure cercando i buddha le cui posizioni delle mani sono insolite rispetto a quelle viste fino ad oggi.

  • Una parola per la Shwe Oo Min: placcato.
  • Voto: ⭐ per il ragno peloso.

Nei vari brandelli di informazioni raccolte veniamo a sapere che a Kalaw, a circa un’ora abbondante di auto più a sud, ci sono altre grotte tempestate di statue di buddha. Convinciamo il nostro driver a fare una deviazione fino a là. Anche lui è a conoscenza delle grotte di Kalaw, ma ci suggerisce un sito diverso e molto più esteso di quello classico riportato da tutte le guide: si trova fuori dalla cittadina, nei pressi del Nian Meti Temple. Ci fidiamo.

Non chiedeteci il nome esatto per ovvi motivi…

Il pavimento è ghiacciato e tappeti borchiati per fachiri aggiungono sofferenza fisica alla delusione spiriuale. In effetti il cunicolo è molto lungo, ma il contenuto anche qui è deludente, solo buddha dipinti d’oro. Sembra sia uso comune da queste parti fare donazioni per sovvenzionare il tempio e in cambio il proprio nome verrà inciso sotto un buddha di nuova generazione 2.0; così facendo le statue più vecchie vengono sostituite da quelle più recenti. Io vorrei sovvenzionare il ritorno di uno di quelli antichi in pietra o in legno intagliato, è possibile?

La cosa più affascinante è un’albero gigantesco, le cui radici entrano in profondità nella grotta. Seguiamo il tragitto delle radici, scalando i sassi a piedi nudi perché le scarpe sono rimaste all’ingresso, sperando che ci porti in qualche sito nascosto con qualche effige centenaria… abbiamo visto troppe volte i film de “i Goonies”?!

  • Una parola per il tempio Booooh: king of pattonata.
  • Voto: zero ⭐

Rientriamo a Nyaungshwe e sulla strada ci fermiamo al Shwe Yanghwe Kyaung, un monastero alle porte della città, famoso per le sue pareti di legno intarsiate e per le particolari finestre ovali.

Un cartello ricorda che è vietato pagare i monaci per farli mettere in posa. Maledetto Steve Mc Curry… perché tu sì e io no? Scherzi a parte, la spontaneità vale più di mille pose e poi io ho Paolo che quasi mi fischia giù dalla finestra ovale e con le sue vertigini ha delle le espressioni facciali sempre così rilassate!

Per respirare un po’ di vita del monastero e godersi il suo silenzio, basta sedersi e aspettare che la vita quotidiana ti passi davanti: un giovane monaco sta prendendo lezioni dal suo insegnante. Un gatto si accoccola vicino al giovane studente e un altro osserva guardingo da sotto un tavolino. La luce è perfetta, l’atmosfera unica. Carpe diem.

Dietro al cortile del monastero, c’è anche un piccolo tempio con migliaia di piccole statue del Buddha, che sono state donate dai pellegrini locali e inserite nelle nicchie. In alcuni tratti il pavimento mantiene ancora le originali e bellissime piastrelle. Purtroppo l’intero complesso non è tenuto particolarmente bene e le statue sono più simili alle bambole della Mattel.

Usciamo anche da qui con l’amaro in bocca, per noi il vecchio e l’antico hanno un fascino ineguagliabile rispetto al moderno, oggi è stata un po’ la fiera della plastica, così la giornata si conclude con un 6— (anche detto “6 biscione”, della serie: il ragazzo è intelligente ma non si applica), quindi un po’ delusi ritorniamo per la terza volta al nostro ristorante indiano sulla strada, l’Ever Light 2; con questo giro gli abbiamo pagato pure la dote per il matrimonio. Pretendo una targa/buddha/ghanesh per riconoscenza. O almeno una razione extra di nan all’aglio, che è diventato il mio piatto preferito.

In realtà siamo capitati di nuovo qui per vedere la seconda puntata della telenovela indiana di ieri, per la gioia di Paolo.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. NINO ha detto:

    mi viene spontanea una tipica esclamazione: c***o di Budda!!

    1. la Vale ha detto:

      😂

    2. Pablo ha detto:

      Capello? 😂😂

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.