RTW day 120: Keng Tung (o Franco)

Lasciamo Nyaungshwe con un regalo della proprietaria del nostro alloggio in valigia. Nonostante le sveglie alle 5:00 a cui l’abbiamo costretta (non che il festival sia stato da meno), ci dona una lampada di carta di riso e bambù che ha costruito suo fratello. Siccome sa che viaggeremo ancora per lungo tempo ha fatto disegnare sulla carta della lanterna un fiore che simboleggia la “protezione”. Ovviamente giù lacrime di commozione. Pensiero graditissimo e visto quanto sono goffa, sicuramente tornerà utile.

Partiamo per Kyaing Tong o Keng Tung o Chiang Thong o Khema Rattha o Fraaaanco. Insomma, potete chiamare questa città come volete, basta che pronunciate qualche suono gutturale e vi capiranno tutti. Per gli stranieri, l’unico modo per raggiungerla da Nyaungshwe è con un volo. Via terra è necessaria una guida autorizzata, decisamente troppo costosa per il nostro budget, così optiamo per un volo low-cost E in aeroporto ci attendono i soliti pannelli ultra tecnologici e il controllo dei passaporti con scansione della retina.

Questa volta se cadiamo anche su un’isola deserta siamo a posto, tutti i passeggeri sono carichi di sacchetti di cibo… non a caso siamo vicini al confine con la Cina.

Speriamo che, oltre al cibo, anche i nostri bagagli sparsi sulla pista giungano a destinazione.

Atterriamo e alla dogana, dove l’addetto al controllo passaporti masticava foglie e scatarrava più di un lama, ecco giungere i nostri bagagli su un carretto.

Tra tutti (beh, tutti, ce n’erano tre) i tassisti prendiamo il meno costoso per arrivare al nostro alloggio.

Appena giunti al taxi capiamo perché era il più economico: il bolide non era altro che una motoretta legata ad un gabbiotto, il quale aveva montato dentro dei sedili di un bus che sulle curve di spostavano pure. Speriamo di non volare giù! Mi sentivo in una puntata di Pechino Express, mancava solo la pioggia battente immancabile, ma in compenso abbiamo mangiato la polvere, vale lo stesso?!

A Keng Tung decidiamo di soggiornare al Khema Rattha, fuori mano rispetto al centro, così da risparmiare anche un po’. Questa zona del Myanmar non è proprio abituata a ricevere turisti ed è anche per questo che l’abbiamo scelta, quindi le strutture ne risentono. In generale è valido il seguente teorema: un hotel a Keng Tung può avere solo due delle seguenti qualità: mediamente pulito, centrale, con acqua calda. Noi scegliamo l’accoppiata pulito+acqua calda. Per gli spostamenti ci arrangeremo.

Chiediamo al personale dell’albergo di poter mangiare qui, ma ci dicono che il cuoco è scappato. Non vogliamo sapere il motivo, ma chiediamo informazioni su dove poter pranzare, anche se ormai sono le 14:00 passate. Ci rispondono che qui in zona non c’è nulla, quindi bisogna raggiungere il centro, ma a piedi è troppo lunga e non si sono mezzi pubblici con cui arrivarci. La gentilezza delle persone qui è imbarazzante: si offrono di accompagnarci loro gratuitamente.

Arriva il mitico proprietario dell’hotel con la sua macchina a scarrozzarci avanti e indietro per tutta la città facendoci pure da guida. Visto che sono le 15:00 e siamo decisamente affamati andiamo alla ricerca di un ristorante sulla strada. La nostra scelta cade sull’Azure: però quando ci passiamo davanti, la proprietaria ci rimbalza, nonostante la cuoca stia friggendo da maledetta pure i sassi della strada. Non si intenerisce neanche un po’, il locale è ufficialmente chiuso… ma che ti friggi allora!?

Ripieghiamo sul Golden Banjan su consiglio del nostro autista/manager e la scelta si rivela azzeccata: il posto è molto molto spartano, ma io mi mangio i migliori noodles da quando siamo in Asia, mentre Paolo si abbuffa con pezzi di pollo fritto che, conoscendolo, digerirà tra un mese. Dovremmo pagare, tanto per la cronaca 5 euro in due, ma la proprietaria dorme… non osiamo disturbarla e attendiamo che si svegli, intanto studiamo la cartina per i prossimi giorni.

Sazi, decidiamo di visitare i templi in zona per tirare fino a sera.

Ritroviamo il proprietario del nostro hotel che ci fa da cicerone e ci porta nel suo posto preferito: il Lonely Tree, un albero immenso che domina la città dall’alto della collina.

Terminiamo il breve tour quando sono le 18:00 e per curiosità ripassiamo davanti all’Azure. La cuoca è ancora lì che frigge di maledetto più di questo pomeriggio! Ormai suda direttamente olio di palma dai pori della pelle!

Questa volta però il locale è aperto, quindi ci sediamo per un richiamino veloce (visto che abbiamo pranzato 3 ore fa…), ma se tornassimo in albergo poi dovremmo trovare un altro passaggio per arrivare di nuovo qui. Mangiamo all’orario delle galline e via… Paolo va di riso e pesce alla griglia da mangiarsi rigorosamente con le bacchette e io di noodles e pollo.

Il ristorante è sulla strada e c’è un via vai continuo di gente. Si ferma un bimbo con una ciotola in mano a chiederci un po’ di cibo. Gli diamo del riso e del pesce, anche perché Paolo lo sta scempiando, almeno diamo una degna sepoltura a questo pinne gialle. Poco dopo ne passa un altro, a lui diamo del pollo e del riso. Passa il terzo e gli doniamo ciò che ci rimane… scoppio in lacrime, non so perché ma è così. O forse il perché lo so. Ancora non mi sono abituata a questo. In fondo avevamo mangiato solo 3 ore fa, non avevo tutta questa fame! Ho come l’impressione che in India tutto sarà moltiplicato per 100… meglio prepararsi, anche se non saprei come farlo.

Il nostro autista/manager/guida/tuttofare ci raccatta di nuovo al termine della cena e, previa deviazione allo Standing Buddha, ci riporta sani e salvi alla base.

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