RTW day 121: festa con gli Eng

Kengtung in passato è stata al centro del fuoco incrociato dei signori della droga, oggi, invece, le sue strade sono decisamente più tranquille e proprio da queste strade iniziamo la prima escursione alla scoperta della gente di montagna che abita questa regione. Il territorio aspro e circondato da una distesa di montagne favorisce l’isolamento delle tribù locali, che hanno mantenuto così uno stile di vita quasi inalterato nel corso dei secoli. Dopo aver letto le storie di chi ci ha preceduto, vorremmo andare in tutti i villaggi, ma alla fine il nostro dito sulla mappa cade su quelli più lontani dalle tratte turistiche: il che vuol dire che c’è da camminare tanto.

Per esplorare questi posti è obbligatoria una guida ufficiale, non perché sia pericoloso (qui un tempo era il cuore della produzione e dello spaccio dell’oppio), ma semplicemente perché il territorio non è completamente sotto il controllo governativo. Al di là di tutto, la guida giusta è la chiave per questi luoghi, in quanto tutte le interazioni avverranno tramite il nostro Virgilio dal cappello di bambù. Infatti, nonostante il nostro vocabolario birmano cresca di giorno in giorno, queste tribù parlano una lingua totalmente diversa, anche tra loro.

Conosciamo la nostra guida mentre facciamo colazione insieme: Mr. Roctor Lang ha all’incirca la nostra età ed è nato proprio in uno dei tanti villaggi di qui. Prima di partire ci fermiamo a comprare qualcosa da mangiare per pranzo e da portare in dono a chi ci ospiterà. Si parte, direzione villaggio degli Eng ad ovest di Keng Tung. Il nome di questo popolo significa “quelli che scappano”, infatti si narra che questa tribù discenda anticamente dai guardiani degli animali del re, che fuggirono dopo essere stati beccati a vendere il bestiame di nascosto e dopo aver fatto scappare il cavallo bianco del loro regnante. Ancora oggi nei loro rituali chiedono perdono per questo.

Dopo circa 45 minuti di pulmino e un’ora di camminata tutta in salita raggiungiamo la prima tribù alla base della montagna.

Ci fermiamo in una delle prime casette di legno costruita si palafitte, dove in poco tempo si radunano molte donne con i loro rispettivi figli, incuriosite dal nostro arrivo.

Ciascuna di loro ha dai 3 ai 5 figli e nessuna supera la nostra età. Si sposano più o meno a 15 anni e quando sono in età da marito si colorano i denti di nero, ritenuto segno di maturità e di bellezza. Altro requisito fondamentale per accasarsi è saper tessere. Mi chiedono se so cucire, ecchallà! Avrei potuto mentire spudoratamente dicendo che il mio nome d’arte era Penelope, ma rispondo loro candidamente che non so attaccare neanche un bottone senza fare un garbuglio di fili e che, qualche giorno fa, nel riparare lo zaino me lo sono cucito addosso. Qui resterei zitella a vita e con la dentatura bianco splendente… scoppia l’ilarità generale e uno sguardo di compatimento per Paolo che si è beccato la sottoscritta ai saldi del discount.

Vediamo una ragazza che sta proprio imparando a tessere, io al secondo giro di fili ho già il mal di testa e gli occhi che si incrociano.

Ad un certo punto sentiamo un forte peto provenire dalla direzione in cui è seduto Paolo. Lui dice che è stato il cane, ma tutti sono dubbiosi e giù risate a crepapelle! In effetti se fosse stata la mia dolce metà non saremmo qui a raccontarlo… C’è una forte commistione tra animali e persone, ma non ci facciamo molto caso, anzi ci mettiamo a giocare con le bimbe che si divertono a rivedere le loro foto sullo schermo della macchina fotografica.

Con la luna piena di questa notte si dovrebbe concludere la tornata di caccia di due settimane, ma sembra che il bottino sia limitato a qualche scoiattolo, quindi dovranno continuare la ricerca anche nei giorni seguenti. Ci offrono arachidi tostate e the, rigorosamente bollito (niente rischio cagotto per oggi). Comunque ci fa pensare il fatto che non siano riusciti a cacciare quasi nulla e che comunque continuino a riempirci il piatto di arachidi.

È ora di riprendere il cammino, Lang ci propone un villaggio vicino. Rilanciamo, vogliamo addentrarci ancora di più tra i monti. Ci sarebbe la possibilità di raggiungere un villaggio, ad altre 4 ore di cammino rigorosamente in salita, dove la nostra guida ha portato solo due fotografi prima d’ora. Proibitivo senza dormire a destinazione (cosa tra l’altro vietata dal governo) e anche la gente di questo villaggio percorre raramente quel cammino. Se però riuscissimo a trovare dei motorini, qui chiamati “bufali di ferro”, potremmo percorrere il tragitto in un paio d’ore. La nostra guida ci dice che è comunque faticoso anche in motorino per via della strada sterrata e delle forti pendenze.

Forse ispiriamo fiducia… o forse pazzia, sta di fatto che Leng inizia a confabulare con gli uomini della casa in cui ci troviamo. I due ragazzi più giovani del villaggio arrivano dopo poco e iniziano a smanettare su piccole moto cinesi. Leva la ruota, togli i freni, gonfia la gomma, stringi le pinze, rimetti i freni (spero). La voce si sparge, l’interesse aumenta, arrivano altre donne del villaggio e qualcuna chiede alla nostra guida di portare i saluti ai parenti. Tutte sono curiose di vedere i due stranieri spilungoni che saliranno in cima alla montagna. Leng nel frattempo è sparito a cercare il suo mezzo di trasporto. Non abbiamo più chi ci traduca, ma capiamo subito che le risate delle donne sono dovute all’avventura che ci aspetta. Ci fanno segno con le mani che sarà una salita e una discesa continua. Non ho capito chi dovrà guidare il bolide, se Paolo o qualcuno dei ragazzi di qui. La cosa, nel primo caso, mi terrorizza. Non ho il tempo di pensarci che già sono in sella. E per fortuna il pilota non è Paolo! Si parte: io ho un piede sulla marmitta e uno su un bastone di bambù, Paolo ha la versione SV Baracca con tanto di pedana appoggia piedi.

Le istruzioni anti-ribaltamento sono chiare: peso in avanti in salita, peso indietro in discesa. Semplice. Se non fossimo su un sentiero di montagna. In due sul motorino. Con i piloti che sono alti la metà di noi e pesano un quarto. Con la suola delle scarpe che si scioglie sulla marmitta. Col motore che si surriscalda e va bagnato nelle pozze d’acqua.

Ora capisco perché non ci va mai nessuno! Paolo, che spunta di 20 centimetri sopra la testa del ragazzo che guida, esce dalla prima curva con un casco di foglie in testa e rami tra i denti. Quando la salita diventa impegnativa scendiamo dal motorino e continuiamo a piedi. Fortunatamente io e il mio pilota pesiamo 80kg bagnati in due e quindi siamo molto più agili della motoretta di Paolo, che pur sgasando di maledetta è costretta a frequenti stop, con relative camminate forzate della mia dolce metà.

Per la strada incrociamo un gruppo di donne bellissime con ceste pesantissime sulla schiena (sempre e solo donne cariche all’inverosimile), si fermano qualche secondo per salutarci e scambiare qualche parola, poi ripartono. Il loro faticoso cammino è ancora lungo, ma hanno ancora la forza di ridere per il nostro viaggio da pazzi.

Arriviamo al secondo villaggio Eng, dopo due ore di motoretta abbiamo tutti i muscoli un po’ in tensione. Le persone del posto si affacciano alla finestra o ci vengono incontro per capire chi siamo.

Siamo ospiti a casa dello sciamano, che però oggi è fuori dal villaggio. Unica regola, non toccare il tamburo nell’angolo della sala principale, usato solo per chiamare gli spiriti. Ci accoglie l’astrologo del villaggio, nonché vice-sciamano. Insieme a lui, un gruppetto di anziani, decisamente i più curiosi e meno timidi. L’atmosfera è allegra: la scorsa notte c’é stata la luna piena e oggi è giorno di festa. Il vino di riso che circola abbondantemente contribuisce al clima festoso.

L’astrologo cazzia la nostra guida imponendogli di non tradurre e di lasciare che sia il cuore a interpretare le sue parole. Noi da italiani veraci ci aggiungiamo anche qualche gesto e ci capiamo alla grande! Ci chiede di insegnargli i numeri in inglese oltre il tre e quelli in italiano. Direi che il nonnetto ci sa fare!

Noi impariamo quelli nella sua lingua e Paolo lo spiazza contando in cinese.

La nostra guida prepara il pranzo per tutto il villaggio: un pentolone di zuppa di noodles e una padella con dei piccoli tonni comprati al mattino. In breve ci troviamo tutti vicini a mangiare nella nostra ciotola, chiacchierando amabilmente senza capirci, ma sghignazzando come matti. Ci fanno un altro piatto per fare il bis, ma rifiutiamo per lasciare a loro una razione in più.

Un altro vecchietto mi chiede come sono fatti gli aerei, perché ogni tanto li vede volare e anche a lui piacerebbe salirci un giorno, ma il volo costa troppe mucche. Così cerco una foto di Paolo mentre sale sulla scaletta di un aeroplano, gliela faccio vedere, poi a gesti e a suoni imitiamo l’aeroplano.

Lang studia le relazioni sociali di queste tribù e ci racconta di come lo spazio personale e il rispetto per la donna sia qualcosa di molto importante e inviolabile, cosa che nella nostra società ormai sembra essere stata dimenticata. Se infatti qui un uomo tocca una donna intenzionalmente deve sborsare 12 galline. Io, viaggiando sulla 90 a Milano, arriverei a casa con un pollaio tutti i giorni!

Passano così le ore ed è tempo di salutarci. Prima di andarcene l’astrologo ci dice che siamo stati proprio matti a venire fino a qui senza sapere cosa ci aspettava. È ancora convinto che abbiamo sbagliato strada, perché non si capacita di come persone con la pelle diversa, con tradizioni differenti, che mangiano altro cibo e bevono solo the caldo, possano essere arrivate qui di proposito. Gli rispondiamo che un po’ di pazzia sicuramente c’è, ma la voglia di conoscere persone lontane, assaporare i loro cibi e imparare una cultura diversa dalla nostra è la molla che ci ha spinto a lasciare tutto e a partire. Ci dà la sua benedizione cantando, aggiunge che, se siamo venuti da così lontano per questo, ora siamo amici, che possiamo tornare quando vogliamo e che è un onore per l’intero villaggio avere ospitato due persone che “arrivano dal cielo”. Loro si sono divertiti, hanno riso con noi e per questo è stata una giornata felice, in più veniamo da un Paese fortunato e questo porterà fortuna anche a loro. Conclude con una semplice considerazione che ci spiazza: “La gente passa il tempo a guadagnare soldi invece che guadagnare amici. Voi guadagnate amici e sarete felici!” Ecco qui ci siamo sentiti proprio a casa di amici: ci siamo divertiti, abbiamo mangiato, abbiamo riso e ci siamo commossi. Ricorderemo questi momenti tra i più belli della nostra vita.

È ora di andare. Il vecchietto a cui ho mostrato le foto dell’aereo mi abbraccia e mi sorride. Gli abbuono le 12 galline per questa volta e lo saluto in sella alla motoretta. Altro saliscendi per un’ora e siamo di nuovo al villaggio di partenza. Tutti tornano curiosi a salutarci, festeggiando il nostro arrivo (forse ci davano già per spacciati?). Raccontiamo tutto tramite la nostra guida mentre ci rifocilliamo con altro the e noccioline.

La giornata è finita, camminiamo fino al pulmino e arriviamo all’hotel quando il sole è già tramontato, carichi di emozioni, ricordi, pensieri, parole, numeri… cotti ma felici.

Ci rimane nella mente un’avventura epica… se fosse un film si intitolerebbe: “Che ghENGa!”

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. ros ha detto:

    più amici…lavorare per questo!
    grazie per la condivisione !!!

    1. la Vale ha detto:

      😘

  2. Elena Bellingeri ha detto:

    Semplicemente…emozionante ♥️

    1. la Vale ha detto:

      Si lo è stato… una giornata piena di avventura ed emozioni!

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