RTW day 122: sulla retta via dei Lahu Shi

Ora si fa sul serio. Ieri abbiamo fatto i furbi col bufalo di ferro (anche se le braccia e le gambe ci fanno male lo stesso, per le ore aggrappati come cozze allo scoglio sulla motoretta), ma oggi non ci sono scuse, si cammina. Tre ore, o forse più, all’andata e tre ore, magari meno rotolando, al ritorno. L’incognita è: su quale passo è stato stimato il percorso?

  • Se quello della nostra guida, che in salita è più agile di uno stambecco, allora abbiamo un problema, Houston! E la tattica è quella di sfiancarlo facendogli domande.
  • Se quello di un occidentale standard in sovrappeso e con zaino di 42kg che cammina bevendo una birra ubriaco, in questo caso ce la potremmo fare.

Come potete notare si inizia con la tattica numero uno: “facciamo tante domande!”

Ma come dicono gli sciamani dalle nostre parti, “mal che si vuole mal che non duole”: pur di bissare l’esperienza di ieri siamo disposti a tutto, quindi saliamo in fila indiana, imprecando in silenzio.

Oggi raggiungeremo il villaggio della tribù Lahu Shi, a nord di Keng Tung. Il nome La-hu significa “cacciatori di tigri”, mentre Shi “vestiti di blu”. Sono stati talmente abili con le tigri, che non ne è rimasta neanche una in Myanmar. Niente pericolo di essere divorati. Peccato avrebbe posto fine alle nostre sofferenze in maniera epica. Camminiamo tra le risaie, ora secche in attesa della stagione delle piogge, per poi inerpicarci sulla montagna, con il classico repertorio: un mix di fiatone e “quanto manca?”.

La salita non è estrema, ma costante e il sole inizia a farsi sentire, così facciamo qualche tappa all’ombra degli alberi sul percorso. La nostra guida, Leng, ci racconta un po’ di sè: ha studiato in Thailandia, a Chiang Mai, e una volta ritornato in patria ha iniziato ad insegnare inglese agli operatori turistici e ai monaci. Probabilmente è stata una delle prime guide qui, accompagnando i turisti, che arrivavano dalla Thailandia, a scoprire la vecchia Birmania. Ha visto questi luoghi evolvere velocemente, da inaccessibile punto strategico del triangolo d’oro a città turistica con tanto di elettricità, motorini e cellulari. Ora Leng lavora saltuariamente come guida senior e segue per la maggior parte del suo tempo progetti di costruzione di scuole e di pozzi nei vari villaggi, grazie alle donazioni dei viaggiatori. Ci dice che sono anche alla ricerca di un’insegnante per questo villaggio, quasi impossibile da trovare.

Arrivati al villaggio di Lahu Shi, sull’orlo di una visione mistica, cerchiamo riparo dal sole proprio nella capanna dello sciamano anziano.

A differenza di ieri, il boss è in casa. Ci colpisce subito la sobrietà di questa tribù. Niente vino, niente oppio, niente caos. Sono composti e sereni, apparentemente meno poveri (anche se in realtà sono tra le tribù più indigenti della valle). Hanno tutti i pantaloni blu e una camicia bianca. E tutti sono bellissimi.

Qui non hanno niente e ci accolgono come fratelli, condividendo quel poco che hanno. Per noi scaldano un dolce di riso e sesamo, preparato durante il loro capodanno, circa due settimane fa. Infatti sto dolce è una pietra, che in confronto il carbone dolce che mangiavo da piccolo alla befana è un mash mellow. Per capirci lo tagliano a colpi di machete. Però una volta scaldato in padella si ammorbidisce, quasi filando come fosse formaggio, ed è pure buono!

Assorto a contemplare i visi, ad ascoltare i loro canti e le loro nenie me lo sono pappato tutto. Pure i biscotti che abbiamo portato noi, pucciati nel loro the, sono spettacolari. Gli adulti prima si assicurano che tutti i bimbi ne abbiano ricevuto uno e poi ne prendono anche loro. Al secondo biscotto che mangio (la Vale dice quinto), inizio a sentirmi quasi in colpa e poso il terzo/sesto.

La loro attenzione oggi è focalizzata su di noi, sui nostri strani usi e sul nostro modo di vivere, non facile da capire. Ci dicono che non coltivano più di quello di cui hanno bisogno per vivere perché poi le persone diventano avare e vogliono sempre di più, finendo per non pensare più al bene comune.

Anche qui chiedono alla Vale se sappia cucire, stessa risposta di ieri ed ilarità generale… inconcepibile per loro, come il fatto di non avere figli. Ascoltano con molta attenzione ciò che la guida traduce in risposta alle loro domande.

Qui qualche turista ogni tanto passa, ma di rado, però sono stupiti del fatto che siamo longilinei, sono abituati a vedere pance più rotonde. Ci chiedono cosa mangiamo, perché secondo loro ci nutriamo a pillole per essere così alti, gli sembra impossibile che siamo cresciuti così tanto senza mangiare riso tutti i giorni.

Dopo circa un’ora ecco arrivare il nuovo sciamano, tutto vestito di bianco. Eh sì, perché lo sciamano anziano che ci ha accolto in realtà si è ritirato, cedendo il suo scettro al discepolo più meritevole. Ci dà il benvenuto chiudendo le nostre mani tra le sue e cantando.

Neanche dieci minuti ed ecco la prima perla di saggezza tribale: “siamo noi che ci creiamo i problemi e solo noi possiamo risolverli”. E subito dopo eccone una seconda: “se vogliamo essere amici degli altri, prima dobbiamo essere amici di noi stessi”. Ci sarebbe da riflettere per ore su queste due frasi, così vere, indipendentemente dal contesto in cui sono pronunciate. In questa tribù le applicano, praticando l’astinenza da alcool e oppio, visti come fonte principale di disgregazione sociale e di violenza anche verso le donne. Integerrimi e saggi.

L’atmosfera è cordiale, rilassata, si divertono a prenderci un po’ in giro e noi stiamo al gioco. Il silenzio è interrotto solo dalle risate fragorose della nostra guida e dal salmodiare ritmico dello sciamano.

Io mi sdraio quasi quasi… e sempre quasi quasi su queste assi di legno e su questo sacco di mais mi abbiocco… mi sa che ho pure sognato: ero a caccia di tigri armato di un dolce di riso a forma di lancia. E per fortuna che qui non fanno uso di oppio, sennò avrei pensato di essere sotto l’effetto di strane sostanze…

Prima di salutarli gli lasciamo le nostre magliette bianche che avevamo nello zaino, quella della Vale piace alla grande e se la accaparra una signora che stava cucendo una gonna… la indossa, ma probabilmente mai nella vita riuscirà ad allacciarla.

Sono le 15:00, il sole inizia ad essere più clemente, quindi salutiamo tutti e torniamo sul sentiero verso casa. Sulla strada incontriamo un gruppetto di bimbi che gioca con dei copertoni e (guarda un po’) delle trottole. Sarà un caso?

Passiamo oltre e nelle tre ore del rientro riflettiamo continuamente su quei visi e quelle parole che ci resteranno dentro a lungo.

Al ritorno percorriamo un’altra strada, tra risaie più verdi e bufali che pascolano.

Le persone che abitano gli altopiani del Myanmar orientale sono diverse e veramente uniche, ciascuna con propri costumi, religione, storia e lingua, e qui si scopre la vera diversità. Kengtung sintetizza pienamente la ricchezza culturale del Triangolo d’Oro, dove si incontrano Laos, Thailandia e Cina, e la rendono unica, nonostante “turisticamente” parlando non abbia nulla da offrire. A noi però sta intrigando per la sua bellezza culturale e per la mescolanza di vari gruppi etnici. Dieci stelline.

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