RTW day 124-125: Chiang Rai black and white

Lasciamo il Myanmar e i suoi mezzi di trasporto incredibili. In quasi tutto l’oriente hanno la capacità di caricare qualsiasi cosa, anche di dimensioni inaudite, su un motorino e hanno l’ingegno di far funzionare un trattore con il motore di un frullatore. E poi finisci che su sti trabiccoli ci sali pure tu; l’Asia è così, o l’accetti e la ami o scappi!

È giunto il momento per noi di iniziare il tortuoso percorso che ci porterà a Luang Prabang in Laos. Non essendoci varchi di frontiera aperti con il Laos per gli stranieri, dobbiamo prima passare dalla Thailandia. Decidiamo quindi di uscire dal Myanmar a Tachileik, passare una notte a Chiang Rai, in Thailandia e poi attraversare il confine laotiano a Chiang Khong. È la via più lunga e più economica, ma comunque una bella trottolata. L’alternativa sarebbe tagliare da Mae Sai (prima cittadina dopo il confine con la Thailandia) fino a Chiang Khong direttamente in taxi, ma vogliamo prendercela comoda e soprattutto dobbiamo tenere sotto controllo il budget.

Iniziamo l’avventura con un viaggio in bus di 5 ore da Keng Tung a Tachileik. Ci accompagna alla fermata del bus il proprietario dell’hotel, che secondo me da domani non saprà come passare la giornata senza di noi. Facciamo i biglietti (praticamente dei post-it) e ci controllano i passaporti, che spariscono dalla nostra vista per un buon quarto d’ora, mentre il nostro autista tuttofare ci mostra dal suo cellulare tutti i festival possibili ed immaginabili della città.

È ora di partire, abbiamo i posti in prima fila dietro all’autista, circondato da Buddha e Buddhini di ogni tipo, ma io spero solo che quel vaso con la pianta non gli voli in testa al primo dosso.

Si parte, con le porte rigorosamente aperte e il copilota mezzo fuori e mezzo dentro che rischiamo di perderlo prima curva, dopo il volo del vaso.

Ah sì, e poi c’è una vecchina seduta affianco al guidatore. Credo sia un optional: direttamente la nonna al posto della targhetta “vai piano”!

Tutto sommato il viaggio potrebbe essere anche rilassante se non venisse proiettata la versione di MTV thailandese a tutto volume. Le canzoni durano in media 12 minuti e sono tutte delle mini telenovelas.

Denominatore comune dei video: il venditore di condizionatori, che qui deve essere l’equivalente dell’idraulico da noi, visto che cucca di maledetto con le mogli insoddisfatte.

Finita la proiezione di 3 ore di musica, l’autista fa partire episodi a caso di Tom e Jerry a velocità 8x. Breve intermezzo e via col film di Bruce Lee piratato e sottotitolato, inutilmente, visto che il 95% del film è fatto di scazzottate. Ogni tanto si intravede la testa gigante di un tizio nel film, che poi ho capito essere quello che proietta la pellicola.

Sulla strada è d’obbliglo la sosta…  per la pipì? Eh no, per raffreddare i freni con metodi avveneristici. Secchiata d’acqua e via! Con conseguente fumata bianca che neanche quando nominano il Papa se ne vede una così!

Tutti scendono e si ingozzano alla velocità della luce di ciotole di zuppe di noodles, si ricorderanno che la strada è tutta curve? Forse sarebbe stato meglio mangiare qualcosa di più solido!

Il bus, pagato la bellezza di 10.000 kyat (1 euro) a testa, ci molla alle porte di Tachileik. Da qui proseguiamo in tuk tuk? Nooooo… nessuno ci carica, e poi è troppo lento nel traffico della cittadina. Si avvicina un ragazzo dicendoci che ci porta lui e il suo socio. Via su due motorini (e non chiedeteci dove sono le valige, non lo volete sapere, ma si intravede). Il pilota con il casco con le corna devo ancora capire perché è capitato a me… vuoi non fidarti?

In 5 minuti e con 2.000 kyatt in meno siamo al confine. Da qui proseguiamo e lo attraversiamo a piedi.

Formalità doganali super veloci. Partiti alle 8:00 da Keng Tung alle 13:30 siamo in terra thailandese. Dal confine con un songthaew (praticamente un tuk tuk a quattro ruote e volante-dotato) arriviamo alla stazione dei bus di Mae Sai in 10 minuti.

Da qui con un taxi condiviso (praticamente un pulmino) per poco meno di 2 euro e in altre 2 ore arriviamo a Chiang Rai. Per oggi abbiamo dato con i trasporti. Relax in ostello e serata da chef Sasà, romano doc e pizzaiolo eccellente. Ci voleva per recuperare un po’ di energie!

Il giorno seguente ci alziamo di buon’óra, ormai inutile specificarlo, per visitare il Wat Rong Khun, meglio noto come White Temple, un tempio buddista ed induista contemporaneamente, progettato dal pittore visionario Chalermchai. Ancora in costruzione ma decisamente affascinante, grottesco, al limite del kitsch. Sicuramente originale.

Ciò che ho più amato di questo tempio è il suo simbolismo molto ricercato e sofisticato.

Contribuiamo anche noi ad abbellire il tempio con una foglia argentata, che va ad aggiungersi ad altri milioni di esemplari appesi nei giardini del complesso.

Un ultimo scatto col guardiani del tempio.

Abbagliati dal bianco decidiamo di virare sul suo opposto e ci rechiamo al Baan Dam Museum, più comunemente conosciuto come Black House, opera di un altro artista, Thawan Duchanee. Le forme delle case sono suggestive e il loro colore nero le rende decisamente lugubri, soprattutto associate con pelli, scheletri e teschi di animali. Poco viene spiegato una volta entrati e pagati gli 80 baht, quindi rimaniamo un po’ perplessi davanti a questa opera d’arte, anche se i portali scolpiti da soli sono delle opere d’arte.

La mattina è quasi finita, giusto il tempo di fare il check out e dare una ritoccatina alla chioma ad entrambi approfittando dei prezzi bassissimi (un taglio 3 euro) e della buona qualità dei servizi di questa città.

Ci colpisce la differenza enorme tra Thailandia e Myanmar: qui sono moltissimi gli occidentali (e sembra che nella vicina Chiang Mai siano ancora di più), le case sono normalmente in mattoni, esiste una sanità pubblica di buon livello, ristoranti di ogni tipo, locali ma anche molti occidentali. Capisco perché molti scelgano queste zone per passare la loro vecchiaia. Noi passiamo, questa città non fa per noi, per ora almeno.

Alle 14:00 parte il “taxi” condiviso che porta a Chiang Khong. Chissà se le nostre valigie arriveranno con noi a destinazione o alla prima svolta fischiano giù?

Il sistema di aria condizionata è molto spartano, ma decisamente efficace: portiera aperta e due ventilatori rotti appesi al tetto.

Certo nelle curve rischi di scendere in corsa, ma è solo un dettaglio. Poi non fa niente che prima delle discese il furgoncino rallenti davanti ai tempietti per pregare Buddha che i freni reggano…

Arrivati poco prima del Friendship Bridge scendiamo e contrattiamo con il primo tuk tuk il tragitto che ci resta per arrivare al Panna Kalong. Sto maledetto hotel dalla mappa sembra a due metri dal confine, in realtà non ha un collegamento diretto. Può essere raggiunto in due modi. In mezz’ora di strada asfaltata o in 15 minuti di sterrato e buche. Avendo contrattato al ribasso sul prezzo, il nostro amico tuktukkaro decide di optare per la seconda per risparmiare benza. Mortacci… spero ti si scassino gli ammortizzatori al ritorno per tutta la polvere che mi hai fatto mangiare.

La prendiamo con filosofia considerandola un allenamento per l’India. Gli alloggi sono suddivisi in piccole casette indipendente (e rosa per la gioia di Paolo) e il posto è veramente in mezzo al nulla, a 100 metri in linea d’aria dal confine. Ci piace!!

La proprietaria gentilissima ci accoglie con un piatto di frutta fresca e ci prepara una cena squisita con la gentilezza e il sorriso tipico di questo popolo.

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