RTW day 126-127: in slow(party)boat verso Luang Prabang

La squisita proprietaria del Panna Kalong, ci regala due limoni del suo orto (grandi quasi come meloni), e per non smentire la sua gentilezza ci accompagna alla frontiera con il Laos con la sua auto. Gioiamo per esserci scampati l’ impolverata mattutina, visto che abbiamo ancora gli zaini pieni di terra dalla corsa in tuk tuk di ieri sera.

Ci restano in tasca solo 40 baht (circa 1 euro), giusto il costo dei due biglietti del bus che dalla frontiera thailandese ci porterà a quella laotiana. Piccolo dettaglio, sono le 8:18 e prima delle 8:30 il biglietto costa 25 baht a testa. Faccio gli occhi dolci e chiedo gentilmente una deroga visto che manca una manciata di minuti all’ora fatidica… anche perché non ho veramente più un soldo thailandese in tasca. Niente da fare, la bigliettaia non cede. Evvabbé, io aspetto le 8:30 qui davanti! Visibilmente infastidita, dopo il primo minuto di questa scenetta tristissima, mi allunga i due biglietti, borbottando parole incomprensibili, ma dal significato chiaro. Levatevi dalle scatole. Eseguiamo all’istante.

Dopo neanche 5 minuti di bus siamo alla dogana laotiana per fare il visto all’ufficio immigrazione. Raccattiamo gli 80 dollari che ci stiamo portando dietro dalla partenza dall’Italia, ma niente da fare, troppo spiegazzati. Ravaniamo in cerca di altre banconote e alla fine, dopo lo “stiraggio” dei soldi con i gomiti, 10 minuti di trattative e un giureconsulto dei tre addetti dietro al bancone, riusciamo a farglieli accettare. Riceviamo 10 dollari di resto con cui possiamo pulire i vetri da quanto sono vecchi, scritti e tagliuzzati… vabbè, non questioniamo, che qui ci mettono un attimo ad incenerirci il passaporto. In tutto questo cinema, abbiamo pure un procacciatore di tour che ci pressa continuando a parlare proprio mentre io compilo moduli su moduli. Sguardo della tigre e venditore di tour in fuga! Per la cronaca, dopo tutta questa epopea, il mio visto riporta nel campo del cognome “Valentina” e in quello del nome “L”.

Ehm… ragazzi, qui vi siete sbagliati. Faccio presente la cosa, mica che poi finisco in una prigione laotiana al primo controllo. Tutto ok, secondo i fenomeni dietro al bancone, la “L” è sufficiente ad identificarmi! Se mi ricacciano indietro, poi io torno qui da voi, eh?!

Mentre la maggior parte delle persone in fila con noi ha un tour organizzato che li raccatterà per portarli a destinazione, noi decidiamo per l’opzione tuk tuk condiviso con due possibilità:

  • 100.000 kip (meno di 10 euro) per partire subito e solo noi 2;
  • 50.000 se aspettando un’altra coppia di passeggeri.

Ovviamente noi scegliamo la seconda opzione, non abbiamo fretta, sono le 9:00 e la barca per Luang Prabang parte alle 11:30. Dopo mezz’ora però siamo ancora lì a fare la muffa.

Il nostro autista non si dà un gran daffare, sembra che aspetti che i turisti gli cadano a bordo. Prendiamo in mano la situazione e ci mettiamo noi a fare da PR; in pochi minuti il carico è completo, anzi siamo ben in 5 persone, anziché 4, con i bagagli in braccio (tutto per risparmiare qualche euro)… adesso voglio la percentuale però.

Arriviamo al porto delle slowboat, o quasi, visto che veniamo sganciati a 500 metri di distanza, a differenza di tutti gli altri che per poco non sono accompagnati in braccio sulla barca.

Presi i biglietti, facciamo rifornimento di cibo, dato che ci attendono 6 ore di navigazione non-stop fino alla prima sosta a Pak Beng, dove pernotteremo.

Abbiamo i posti 106 e 107. Tutti i blog consigliano i posti davanti, meno rumorosi e lontani dal bagno. Perfetto, manco a dirlo, noi siamo in terzultima fila!

Per raggiungere Luang Prabang abbiamo scelto la slowboat, soluzione più economica rispetto alla fastboat. E poi il tragitto a bordo di questi barconi tradizionali in legno, che lentamente percorrono il fiume Mekong in due giorni tranquilli di navigazione, ci è sembrato quello più suggestivo. Scivolando, per interminabili ore sulla corrente delle acque di questo lunghissimo fiume, toccheremo il Laos più autentico, scrutando la vita tranquilla che scorre lungo le sponde colpite dal sole, assaporando le distanze e il tempo che passa lentamente, così come i pensieri che fluiscono uno dopo l’altro, senza fare rumore. Un modo affascinante e autentico di viaggiare, in cui si gusta ogni attimo, seduti su spartane panche di legno. Ecco, tutto questo era quello che mi ero immaginata, prima di metterci piede. Uno dei soliti film che mi faccio in testa, anche un po’ fuorviata anche dalle guide lette qua e là; chi le ha scritte si meriterebbe un nobel per la letteratura – categoria fantascienza – e uno per il marketing.

Il Mekong c’è, il barcone pure, le spartane panche sono state sostituite da sedili sradicati da un autobus (che ora avrà le panche e che sicuramente noi prenderemo a breve), poggia testa come sempre non pervenuti e venduti al mercato nero… ma comunque tutto nella norma. Il mio film con questa location si sarebbe girato lo stesso. E poi tende rosa per la gioia di Paolo!

Gli altri barconi hanno pure il vaso di fiori sulla prua, il nostro invece trasporta pulcini pigolanti.

A rovinare il copione che mi ero scritta nelle testa, arriva l’alcool-party che si scatena non appena molliamo gli ormeggi. I passeggeri sono praticamente tutti occidentali, molti giovanissimi, 100% con birra e superalcolici vari in mano. E più la vodka scende a fiumi e più il volume della musica sale. Tra ululati, danze in piedi ai sedili o sul bordo della barca, brindisi e bevute alla goccia, il nostro scivolare per interminabili ore assume una connotazione decisamente meno poetica. Le ore passano e l’unico fiume che questi ragazzi vedono è quello d’alcol: qualcuno è steso, altri sbiascicano senza mollare la bottiglia, altri ancora iniziano ad esser molesti. I pochi passeggeri locali osservano la scena allibiti. Mi cade lo sguardo proprio su una bimba che ha gli occhi sgranati.

Ma non era meglio Ibiza per devastarsi così? Boh… condividiamo la perplessità di questi sguardi e speriamo in un mondo futuro di viaggiatori responsabili, rispettosi del vivere comune, delle usanze locali e dei costumi dei paesi in cui ci si reca.

E soprattutto speriamo di arrivare presto a Pak Beng, per la sosta notturna, perché Britney Spears nelle orecchie inizia ad essermi indigesta.

Attracchiamo mentre il sole sta per tramontare sul Mekong che scorre placido e noncurante di quello che avviene sulla sua superficie.

Finalmente sbarchiamo, ma i festeggiamenti si protraggono fin nel cuore della notte, con la musica a tutto volume e schiamazzi belluini. Non ci resta che sperare che il mal di testa li colga domani. E che il cagotto fulminante colpisca chi ha scritto le guide su sta slowboat.

L’indomani, mentre facciamo colazione, due elefanti sull’altra riva del fiume fanno il bagno, spruzzandosi l’acqua con la proboscide, tra un barrito e l’altro. Starei ad osservarli per ore, ma girando lo sguardo vedo lattine di birra “BeerLao” sparse ovunque e mi ricordo subito che ci aspetta un’altra giornata di navigazione con la banda dei “pirlao”.

Prendiamo il pulmino che ci porta al porto e arriviamo praticamente per primi, il sole è già sorto, ma il cielo grigio e la nebbiolina che sale dal fiume creano una luce magica sul Mekong. Il silenzio completa l’opera.

Oggi sembra che i posti siano liberi, nessun numerino. Ci sediamo davanti per evitare la seconda puntata del party di ieri e goderci un po’ di più questo viaggio. Occupiamo i posti con lo zaino mentre facciamo scorta di vivande. Sulla strada che porta al molo è tutto un grigliare e un affumicare. Quasi quasi bisso la colazione con una fetta di pancetta alla griglia… mentre penso a questo, vengo castigata da una zaffata di peperoncino puro che mi entra nel naso e in gola, cavandomi totalmente il fiato per 30 secondi e per i 10 minuti seguenti ho fortemente desiderato un esorcista al mio fianco. Fuggiamo da qui con i soliti fried noodles nello zaino, occhi fuori dalle orbite e gola in fiamme.

Ritornati sulla barca scopriamo che il nostro zaino è stato gentilmente retrocesso. Visto che c’è l’esorcista ne approfitto… faccio un respiro, ritorno zen e mi sposto di qualche fila, ginocchia in bocca, ma almeno lontana dai party boys, che nel frattempo hanno colonizzato 3/4 della barca e hanno costretto gli altri a stiparsi tutti davanti. Bevono e tracannano senza dare segni di cedimento. Uno di loro ad un certo punto mi si avvicina e mi confida, tra i fumi del coca e rum che tiene stretto in mano che, viaggiando per quattro mesi in questi luoghi, ha raggiunto una consapevolezza diversa e ha capito tante cose. Ha beccato proprio quella giusta, approfondisco l’affermazione chiedendogli quali sono queste consapevolezze e la risposta mi spiazza nella mia ingenuità. Ha capito che ci sono posti nel mondo in cui è molto più economico sbronzarsi rispetto a Londra. La tribù dei Lahu Shi sarebbe svenuta in massa ad un affermazione del genere. Buon viaggio party boy, occhio a non cadere dalla barca mentre ti arrampichi per fare il figo con le party girls, che all’alba delle 10:00 già non stanno più in piedi. Magari poi dai un’occhiata al retro del barcone, dove viaggia la gente di qui che non può permettersi un biglietto da 20 euro per un posto seduto ed è costretta a viaggiare sdraiata sulle assi di legno, nel locale motori, con una sola finestrella, al caldo e col rumore assordante dei pistoni per 9 ore. E magari ti viene una consapevolezza diversa. Magari.

Per fortuna non tutti sono così sulla barca. Come una simpatica signora rumena, sposata in Olanda, residente in Malesia, che ha attaccato la pezza a Paolo da due ore. Credo le stia raccontando tutta la sua vita da quando è nata. Il ragazzo è visibilmente provato, speriamo almeno abbia raccolto qualche informazione sui posti da visitare in Malesia, che non è meta di questo viaggio, ma sicuramente nella to do list.

Oppure come il signore seduto davanti a noi, che tutte le volte che alza il binocolo mi metto a scorgere il cielo come una vedetta lombarda, ma in due giorni non sono riuscita ancora a capire cosa avvistasse… neanche la moglie per la verità.

O il vichingo biondo con zaino e chitarra che meditava in bilico sulla finestra del barcone, mi metteva serenità solo a guardarlo.

Tutto questo e tante altre storie ha trasportato il Mekong sulle sue spalle. Con pazienza e tranquillità.

Arriviamo a Luang Prabang, anche oggi mentre il sole sta per tramontare.

Gli alcolisti anomali scendono miracolosamente dalla barca, barcollando senza però finire nel fiume. Dopo nove ore di viaggio ci mancano ancora 20 minuti di tuk tuk, poiché il molo di attracco si trova a nord, fuori dalla città. Scene di isterismo come quando atterri dopo un volo intercontinentale di 12 ore e la gente si lamenta perché vuole scendere immediatamente. Ma ti sei sparato ore e ore di viaggio, qualche minuto in più cosa ti cambia? Superiamo agilmente la folla di turisti e prendiamo il nostro mezzo bello carico di valigie e stipato di passeggeri.

Ci aspetta una città tranquilla e accogliente che ci piace da subito. Avremo tempo di esplorarla nei prossimi giorni. Intanto apprezziamo il letto del nostro hotel, con un cuscino morbido, finalmente, dopo notti di materassi di marmo con le molle sparate.

Dopo giorni di pranzi al sacco, ci concediamo una cena dall’altra parte del fiume, superiamo un ponte di bambù illuminato solo da lucine dorare e ci troviamo seduti su futon laotiani da Dyen Sabai, circondati da piante di bambù… e fumo di bbq, dove Paolo dà sfoggio delle sue doti da chef!

Come al solito il fumo tira sempre nella mia direzione…

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