RTW day 128: l’otto ogni giorno

Il nostro primo giorno a Luang Prabang coincide con l’8 marzo e anche qui in Vietnam è la festa della donna. È addirittura festa nazionale, tutti gli uffici pubblici sono chiusi. Questa giornata per la mia dolce metà è abbastanza indigesta. Le spuntano i canini da Dracula e a nulla servono i piatti vietnamiti pieni di aglio. Questo si traduce nell’impossibilità di avvicinarla senza essere morsi, neanche una tavoletta di cioccolato fondente può sedarla. Diventa una sorta di incrocio tra il Grinch, Scrooge e la Donna Lupo. Ha i suoi buoni motivi, ma nonostante io li condivida, questo non mi rende immune ai suoi morsi (e si dice che, se la Valicantropa ti morde, diventi allergico anche al Natale e a San Valentino).

Come se non bastasse dall’Italia arrivano notizie su scioperi di mezzi pubblici per la violenza sulle donne e poi quando sul bus uno ti infastidisce tutti si girano dall’altra parte, autista compreso. Viviamo in un sistema paradossale che dispensa contentini per un giorno all’anno. Poi non fa niente se qui le donne si spaccano la schiena sotto ceste da 50 chili e in Italia in alcuni settori guadagnano fino a quasi il 30% in meno dei colleghi uomini a parità di ruolo. Avete la vostra festa, cosa rompete i maroni? Non vi va bene? State a casa a far figli e a farvi mantenere dai maschi alfa. Oppure vi diamo la possibilità di lavorare, ma puntualmente ad ogni colloquio scatta sempre la fatidica domanda: “hai figli? Ne vuoi? Perché l’ufficio ha bisogno di stabilità!”. Questa è la mentalità dominante da cui ci siamo distaccati quattro mesi fa ed è la stessa che abbiamo ritrovato in molti paesi. Fortunatamente qualche eccezione fonte di ispirazione l’abbiamo incrociata sul nostro cammino, ma la norma è un’altra. E quindi per questo ti salta il nervoso quando ti fanno gli auguri, perché non è di auguri che c’è bisogno e neanche di mimose (tra l’altro il fiore più brutto e puzzolente del mondo). Ma di iniziative concrete, vera uguaglianza, che non è quella delle quote rosa, ma delle vere pari opportunità. Che ad oggi sono solo becero marketing. Come questa festa.

Detto questo, sono sopravvissuto agli amorevoli morsi della mia consorte e per distrarla abbiamo iniziato a cercare qualche organizzazione locale a cui dedicare il nostro tempo e da sostenere. Abbiamo letto che nel Laos non ci sono biblioteche, neanche nelle scuole, così andiamo ad approfondire due iniziative interessanti relativamente al mondo della lettura:

  • la biblioteca di Luang Prabang, i cui progetti prevedono il raggiungimento di villaggi remoti sul fiume attraverso la “barca del libro”, caricata di libri da dare in prestito ai bambini.
  • la Lao Big Brother Mouse, che pubblica storie in lingua lao e in inglese e ha sviluppato un programma per la pratica quotidiana dell’inglese tra popolazione locale e stranieri.

Arrivati davanti ad entrambe ci accorgiamo che anche queste oggi sono chiuse, quindi ci ritenteremo domani; con questa prospettiva nella mente gli animi sembrano essersi rasserenati.

Così iniziamo ad esplorare le vie di Luang Prabang. Una cittadina gioiello, patrimonio dell’UNESCO, restaurata perfettamente, con stupende case coloniali. Nello stesso tempo è asiatica e non lo è. Il caos, i clacson, le capanne fatiscenti e i longyi, a cui ci aveva abituato il Myanmar, qui sembrano lontani anni luce.

Anche il mercato è ordinato e silenzioso, la popolazione occidentale (specialmente francese) è presente in gran numero e gestisce molte delle attività. Solo le uova rosa del mercato un po’ mi irritano… non c’è niente da fare, questo colore mi perseguita.

Pranziamo in un ristorante sulla strada a gestione locale, infatti all’esclamazione “no spicy” rabbrividiscono e il piatto della Vale arriva rigorosamente piccantissimo, ma è buono, quindi anche se con le lacrime agli occhi se lo sbafa tutto. Io vado di spring rolls autentici, mangiati mischiando 72 componenti diversi in una foglia di insalata (che so già che non digerirò).

Più passeggiamo tra le vie di questa città e più ci accorgiamo che è dotata di un’eleganza naturale, impossibile da simulare, di una nobiltà che prescinde dal benessere economico e dovuta forse alla profonda spiritualità che la contraddistingue. Giriamo per i due templi maggiori, il Wat Mai e il Wat Xieng Thong, entrambi riccamente decorati, sia all’interno che all’esterno, con lacca nera e rossa e foglie d’oro con motivi ripetuti, come le foglie di loto. Ci chiediamo in che incantesimo siamo capitati: se è tutto finto, è finto bene. Troviamo anche un gong che, se accarezzato, suona… ovviamente a noi questa mossa non funziona.

Proprio quello che ci serviva per ricaricare le batterie dopo le levatacce di quasi un mese in Myanmar e prima di trottolare nel Vietnam. Non abbiamo programmi e decideremo giorno per giorno cosa fare.

Finiamo la serata al calar del sole in cima al Monte Phousi. Salendo questo promontorio per centinaia di gradini si può godere del tramonto sul fiume Mekong. La Vale mi comunica che ha avvistato nuvoloni neri e che a poca distanza sta diluviando, così sarebbe meglio scendere. Pivella: “ma è là il temporale, mica qui!”. Dopo 10 minuti siamo sotto il diluvio! Serata conclusa inzuppati e rintanati nel primo ristorante.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. NINO ha detto:

    Chissà se la Valilicantropa potrebbe avere effetto anche per i Compleanni e per gli Onomastici?(specie per chi ha la mia età o giù di lì nella ricorrenza del compleanno non c’è niente da festeggiare anzi….) smack!!!

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