RTW day 131: a spasso con gli elefanti (dentro di noi)

Ieri sera, passeggiando per le strade di Luang Prabang, ci ha colpito una fotografia: un piccolo elefante. Era all’ingresso di una delle tante agenzie che affollano la via principale del centro di Luang Prabang. Si capiva subito che non era la solita agenzia, nessun cartello, nessuna mega scritta, nessuna super offerta. Solo un elefante.

Uno dei simboli che vedi raffigurato più spesso quando arrivi in Asia è proprio l’elefante, un po’ perché profondamente radicato nelle fondamenta del buddismo come animale sacro, un po’ perché fa parte del folclore locale e un po’ perché in queste terre ha lavorato fianco a fianco all’uomo da millenni. E c’è stato un tempo in cui gli elefanti sono entrati nella leggenda, tanto che il Laos era noto come Lan Xang, ovvero la “Terra di un milione di elefanti” dai racconti di una loro epica processione, non lontano da Luang Prabang, quando attraversarono il fiume Mekong per tre giorni interi.

Oggi questi pachidermi sono un’attrazione turistica, ma di certo questo non li sta proteggendo dall’estinzione, infatti qui ora se ne contano circa 800, sterminati a causa della caccia di contrabbando o obbligati a sforzi estremi ed estenuanti nel trasporto del legno. In questi giorni ne abbiamo visti numerosi partecipare all’industria del turismo, portando sulla loro groppa coloro che visitano queste zone per una manciata di kip.

Purtroppo anche questo contribuisce al loro declino. Lo sfruttamento intenso di questi animali li porta alla malnutrizione (dovrebbero mangiare per 18 ore al giorno, ma lavorando non possono farlo), all’esaustione (il loro stesso scheletro viene deformato dalle ceste e dalle cinghie) e alla depressione (che manifestano rifiutandosi di mangiare).

Ma quell’immagine di un elefante libero da ceste ci suggeriva qualcosa di diverso, una realtà alternativa. Mandalao, questo il nome dell’organizzazione che si occupa della protezione di questi animali e sensibilizza i turisti organizzando passeggiate nel bosco con gli elefanti, invece che sopra di loro.

Ci informiamo meglio e diamo una possibilità a questa iniziativa, che ci convince. Hanno sette elefanti, sottratti ad una vita di lavoro nei campi di disboscamento, a volte inbottiti di anfetamine per farli lavorare senza sosta. Ora a queste meravigliose creature è stata offerta una vita dignitosa e confortevole in armonia con la natura. Vengono lasciati nella giungla periodicamente, ma dopo qualche mese ritornano nel parco, perché, essendo vissuti con l’uomo a lungo, lo riconoscono parte della loro famiglia. Gli incassi del tour vengono investiti per preservare e proteggere sia gli elefanti già addomesticati sia quelli ancora allo stato selvatico. I bracconieri vengono assunti all’interno del parco per dare loro una valida alternativa di sostentamento; infine le feci degli elefanti sono utilizzate per produrre carta e souvenir derivanti dalla carta, che serviranno poi per finanziare altre iniziative e a pagare assicurazioni per i contadini in caso gli elefanti decidano di passeggiare sui loro campi.

È così oggi siamo qui davanti a queste facce sorridenti, a queste orecchie sventolanti, queste proboscidi curiose, a questi occhi intensi. Testa contro testa, quasi a condividere i nostri pensieri.

E niente, camminiamo. Camminiamo con loro e pensiamo. Pensiamo agli elefanti che abbiamo dentro di noi. A quelli che non riusciamo a far passare, a quelli che dovevamo lasciare in Italia, a quelli che ci aspetteranno al nostro ritorno. E tutto d’un tratto il branco si mette a correre dentro di noi, devastando tutto nella sua corsa. L’elefante è così… pacifico e sorridente, fino a quando non inizia a caricare. E noi ci siamo riempiti di elefanti pensando che fossero innocui.

Perché sarà la stanchezza del viaggio o i lacci che ci legano e che non abbiamo mai veramente tagliato, fatto sta che oggi gli elefanti hanno corso a perdifiato nella nostra profonda giungla.

E ora raccogliamo i pezzi… io e la Vale, ciascuno i propri. Non possiamo aiutarci a vicenda, perché proprio oggi tutti e due abbiamo corso e distrutto qualcosa e solo noi stessi possiamo capire se questo qualcosa è da aggiustare o da lasciare per terra. Come dicevano i Lahu Shi, noi ci creiamo i nostri problemi e solo noi li possiamo risolvere.

Ma queste enormi zampe hanno rotto solo quanto era inutile, calpestandolo con precisione chirurgica, perché se io guardo indietro e ripenso a questa giornata, mi ricordo:

  • della Vale, prescelta come custode dell’ananas più spungicoso della storia, che, tutta spinata, lo nasconde davanti a sé per non farlo vedere agli elefanti. L’ordine della guida è stato chiaro: “tienilo per dopo!” (Ma dopo quando??)

  • sempre della Vale, inseguita dall’elefante goloso di ananas, che lo fiuta ad un chilometro, ma quando ce l’ha sotto la proboscide non lo vede

  • dell’elefante che limona l’orecchio della mia mogliettina in cerca di banane (da me posizionate strategicamente lontano dalle mie di orecchie)… che pure l’elefante sulla destra se la ghigna!

  • delle mille foto ad minchiam scattate dalla nostra guida, di cui solo una decente

  • della guida della coppia belga che faceva foto da National Geographic, con gli elefanti che quasi si mettevano in posa, mentre la nostra ci scattava foto, a suo dire, “beautiful” con il culo degli elefanti in primo piano.

  • di tre grossi testoni che ci hanno concesso l’onore di accompagnarli in questa camminata dentro e fuori di noi, spettatori sereni, fiduciosi, silenti, felici di vederci ritornare nel nostro nuovo centro di gravità e con la consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre fragilità. Anche noi elefanti in un mondo di cristallo. Ci basta una buona assicurazione in fondo.

Trascorrendo del tempo qui scopriamo che esiste un modo positivo e più naturale per connettersi con gli elefanti, che non è di certo mettendosi sopra di loro, ma mettendosi al loro stesso piano (o quasi, visto che il più grande era alto 3 metri) e camminando fianco a fianco, iniziando a fare amicizia offrendogli una golosità, una banana o un ananas, così da far capire che non siamo per loro una minaccia.

Anche se il loro modo di esprimere le emozioni può essere diverso dal nostro, è innegabile che condividiamo molti degli stessi sentimenti. Questo viaggio è stato un modo perfetto per vedere questi elefanti godersi una passeggiata nel loro habitat naturale, tra la misteriosa bellezza della giungla del Laos, fino in alto sulle colline, dove gli elefanti passano la maggior parte del loro tempo a nutrirsi di vegetazione selvatica e a rilassarsi.

Abbiamo vissuto un’esperienza unica nella vita, imparando da loro la fiducia verso l’altro, anche perché camminare vicino ad animali così grossi mette sicuramente alla prova e ci insegna, ancora una volta, che la vera grandezza è quella interiore! Bothang, Than e Cambong hanno avuto la capacità di trasferirci la loro energia e calma solo standoci vicino.

Lasciamo il santuario, mentre ci auguriamo in futuro un trattamento più umano e etico di questi animali sia in Laos che al di là sua confini.

Torniamo a Luang Prabang, il night market è quello che ci serve per distrarci un po’. La Vale sparisce a caccia di una sorpresa per me, io mi concedo una maglietta meno occidentale… più passa il tempo e più mi sento un robot vestito con tutta sta roba tecnica!

Tra le bancarelle risuonano musiche familiari (e non certo laotiane)… con in sottofondo la Vale stonata come una campana ma felice!

Celebriamo i nostri piccoli acquisti con la nostra torta preferita di meringhe, di cui non riusciamo mai a fare una foto, visto che ci lanciamo sopra sempre come fossimo a dieta da un anno appena ce la mettono sul tavolo. Ecco la versione postuma:

Giornata decisamente intensa, nonostante il carico di zuccheri extra, crolliamo esausti, pensierosi, abbracciati, ansiosi di ricostruire dopo la carica degli elefanti, orgogliosi del nostro personale elenco di “WE DON’T CLIMB”:

BANDIERA

Qui abbiamo accontentato due piccioni con una fava: Francesca, amante degli animali, e Filippo, bandierologo di professione.

L’attuale bandiera del Laos è stata adottata nel 1975, quando i comunisti del partito Lao PDR (Repubblica popolare democratica Lao) deposero il Re e presero il governo della nazione. La bandiera è formata da 3 strisce orizzontali, di cui quelle agli estremi di colore rosso e rappresentano il sangue versato dalla gente durante la battaglia per la liberta’; quella centrale è blu ed indica la prosperità. Il cerchio bianco rappresenta l’unita’ del popolo. Un altro significato del cerchio bianco sullo sfondo blu, decisamente più poetico, è la luna piena sul fiume Mekong.

Adesso sfoggiamo una perla, perfettamente a tema con la giornata, e mi sa che spodestiamo nuovamente il sacro tomo delle bandiere.

Prima del 1975 la bandiera era tutta rossa e al centro vi era un elefante a 3 teste che richiamava l’antico nome del Laos conosciuto come “la terra del milione di elefanti”. Le tre teste dell’elefante simboleggiavano i 3 regni che unendosi (Vientaine, Champasak, Luang Prabang) diedero vita al Laos. I 5 gradini del piedistallo rappresentavano il sistema legislativo su cui si basava il paese all’epoca, mentre l’ombrello a 9 livelli era il simbolo reale, mutuato a sua volta dal buddismo.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Mara Todde ha detto:

    Il sacro tomo è stato bruciato e Filippo chiede se potete prolungare il giro del mondo così stampa direttamente il vostro blog!!!😂😂😂
    La bandiera laotiana con gli elefanti sarà riprodotta fedelmente in classe davanti agli altri nerd che assecondano questa passione!!
    Francesca invece ha rivisto la sua posizione sul terribile divoratore di criceti e ora crede che Paolo abbia il potere di parlare con gli elefanti! Però non ha ancora ben chiaro cosa ci faceva Vale con “l’albero di ananas” davanti a quell’enorme pachiderma 🤣🤣🤣
    Grazie ragazzi…voi gli elefanti che abbiamo dentro ce li fate diventare più leggeri😘

    1. la Vale ha detto:

      Non lo dire troppo ad alta voce che quasi facciamo una pazzia e deviamo in Cina… oggi abbiamo praticamente dormito su un’asse di legno ma la voglia di scoprire batte tutto! Stiamo ridendo come matti sulla storia della bandiera, adesso è diventata per noi una responsabilità per tutti i nerd! Paolo invece riscattato agli occhi di Francy non ci sembra possibile…

    2. la Vale ha detto:

      Paolo mi diceva: “ferma che ti faccio la foto con l’elefante dietro!” Poi Bothang si avvicinava perché sentiva l’odore del cibo e aumentava il passo, cacchio io scappavo e Paolo: “ma nooo che volevo farti la foto!” No comment!

    3. Pablo ha detto:

      Infatti io ho sempre sostenuto che le mie flatulenze sono in realtà barriti con cui comunico con questi fantastici pachidermi 😂

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.