RTW day 132: Hanoi a noi due

Oggi compare un nuovo timbro sul passaporto: Vietnam!

Fino a non molti anni fa questa parola veniva associata alle brutali immagini di una guerra combattuta nella giungla. Solo di recente, l’immagine di questo paese è cambiata, diventando un luogo tutto da scoprire. Grande all’incirca quanto l’Italia, il Vietnam ha una forma allungata e stretta che ricorda, vagamente, una lettera “S” maiuscola; più fantasiosamente, secondo i locali, rappresenta un serpente in procinto di attaccare o un dragone stilizzato.

Raggiungiamo Hanoi con un breve volo da Luang Prabang, sul quale incontriamo la nostra amica tedesca, conosciuta qualche giorno fa al Big Brother Mouse e in viaggio come noi da 4 mesi. Oggi è super ansiosa di ritrovare i suoi genitori che la stanno per raggiungere proprio in questa città. La salutiamo e ci auguriamo a vicenda di continuare alle grande i nostri viaggi e chissà che non ci rincontreremo per caso in qualche altro posto.

Atterriamo nella città dei 5 milioni di motorini sotto la pioggia battente.

Ma la stagione umida non doveva iniziare fra un mese? Vabbè sarà solo uno scroscio… arriviamo in hotel con uber e al check in troviamo facce spaesate… sono sicuro di aver prenotato qui… o forse no? Intanto che cerchiamo di capire se abbiamo sbagliato posto ci mangiamo tutte le caramelle sul bancone. Ops, abbiamo mandato in crisi mezzo staff e scopriamo che il nostro alloggio è dall’altra parte del quartiere vecchio… Ma sì, sono solo venti minuti a piedi, dai che nel frattempo ci facciamo una passeggiata rilassante… Peccato che ad Hanoi il traffico è anarchico, non esistono precedenze, i semafori hanno la stessa funzione dei lampioni, i pedoni sono birilli da schivare.

Noi, con tanto di trolley al seguito, avanziamo timorosi. Seguiamo il consiglio più diffuso dalla gente del luogo: camminate e attraversate lentamente, senza fermarvi o fare movimenti inaspettati. Attraversiamo esattamente con lo stesso spirito di un fachiro che cammina sui chiodi, ma magicamente il flusso dei mille mila motorini ci scorre attorno e dopo poco ci troviamo indenni dall’altro lato. Funziona! Ora ci mancano solo altri 27 incroci…

Lasciamo i bagagli in hotel e ci dirigiamo verso il lago Hoan Kiem, uno dei posti più sacri del Vietnam. Qui una tartaruga consegnò all’imperatore una spada magica, grazie alla quale in battaglia respinse l’invasione cinese. E sempre qui la tartaruga se la riprese, sprofondando poi sul fondo. Sembra che una rarissima tartaruga gigante dal guscio molle esista veramente e porti prosperità a chi la avvisti. Ci fiondiamo subito, non si sa mai che la becchiamo e riceviamo un’improvvisa eredità da uno zio d’America e stiamo in giro altri 6 mesi. Ora che siamo nell’ultimo terzo di questo viaggio già stiamo fantasticando sui posti rimasti fuori dalla lista… ma l’Iran? E la Cina? Oh, ma la Mongolia? Non ci spaventano altri mille tuk tuk e bettole in cui dormire. Zio d’America se ci sei batti un colpo e schiatta. Lanciamo pezzi di pizza nel lago per attirare la tartaruga ninja, ma niente da fare… forse qui funziona solo con i noodles fritti. O forse sarà per il gruppo di cinesi sbraitanti vicino a noi, che se io fossi la testuggine fatata col cavolo che esco per farmi sparafleshare. Niente tartaruga e ci riattiviamo di nuovo nella modalità “spending review” su ON.

Decido che devo comprarmi una giacca impermeabile decente, che forse quella da corsa con i fori e le prese d’aria ovunque non è proprio il massimo sotto l’acquazzone (tra parentesi piove ancora). Quale posto migliore del Vietnam per fare shopping? Tutto quello che abbiamo in dosso, tra l’altro, è Made in Vietnam. Vedo un modello bellissimo che in Italia costa almeno 300 euro. Chiedo il prezzo: 15 euro. Svengo. La Vale ha la faccia di quella che “guarda che te stanno a fregà”, ma la qualità sembra veramente buona! La successiva mezz’ora si svolge in un siparietto pressappoco così:

  • Provo una L. Stretta.
  • Chiedo alla ragazza del negozio una taglia più grande, ma la fanciulla mi si pietrifica.
  • Interviene il boss del negozio che nel giro di 5 minuti sforna 72 giacche dello stesso modello, tutte taglia L, ma nessuna uguale all’altra: una larga, una stretta, una corta, una ancora più corta. Ho la conferma che la faccia della Vale dica, come sempre, più di mille parole.
  • L’ultima provata è visibilmente larga. Le maniche mi arrivano alla fine delle dita. “Perfect!”, esclama il proprietario, con il pollice all’insù. La Vale scoppia a ridere!

  • Faccio presente al proprietario che potrebbe andare bene allo Yeti. “No problem”, controbatte sicuro di sé, allacciandomi le strap delle maniche e tirando le cordine in vita. Mi guarda con la faccia del sarto di alta moda e tutto gasato se ne esce con un: “Very perfect!”. Questa volta entrambi i pollici delle mani all’insù. Sembro l’omino Michelin.
  • La Vale mi guarda dalla strada mentre si rotola dalle risate. Inizio ad intuire che forse mi sto infilando in una fregatura epica, quindi mi svincolo più o meno agilmente facendomi scudo con la commessa (imbalsamata nello stesso posto e nella stessa posizione da prima) e fuggo.

Ci addentriamo nel quartiere vecchio in cerca di botteghe caratteristiche, ma ormai qui è tutto un fiorire di merci tarocche… forse ci dobbiamo addentrare ancora di più, ma le strade sono un dedalo di viuzze e ci sembrano tutte uguali. Finiamo per attraversare gli incroci più trafficati, ovviamente.

Vediamo se riusciamo a trovare del cibo autentico. Ad Hanoi hanno acquisito dai francesi la cultura del pane e propongono come specialità locale delle piccole baguette ripiene di carne di maiale o pollo, una sorta di fusione tra due culture. Non abbiamo molta fame, ma diluvia ancora, quindi un panino da Banh Mi va più che bene.

Piove a non finire e io tranquillizzo la Vale sul fatto che questi temporali durano pochi minuti… ormai non si fida più delle mie previsioni, e fa bene, anche perché smette dopo più di un’ora! Nel frattempo ci sbafiamo 3 panini aspettando che spiova.

Riprendiamo il cammino appena smette di diluviare e con un’umidità che sfiora il 90% portiamo a termine i due fondamentali compiti che ci siamo prefissi: trovare le stringhe per le scarpe della Vale, che ormai sono ridotte a un filo di cotone, e riparare la montatura dei miei occhiali di nuovo rotta. Per la prima parte entriamo in negozio di scarpe (tarocche) con la richiesta di un paio di stringhe blu, ne usciamo con un paio rosa orride. “Very very perfect” direbbe il nostro amico, a sto giro! Io avevo posto il veto sull’orrido colore, ma più chiedeva un colore scuro più arrivavano lacci sempre più rosa. Ci accontentiamo pensando che vendano solo questa tinta, d’altronde qui anche i poliziotti hanno le infradito (che te li vedo correre dietro ai ladri in ciabatte), mica puoi fare la schizzinosa. Per i miei occhiali invece andiamo a colpo sicuro, il nome ci ispira subito fiducia: Anh-Dò (Fa Caldo). Chiare origini vietno-sicule evidenti dal nome stesso e da due baffazzi tremendi più coppola in testa. Due colpi di martello e una saldata e via come nuovi.

Un altro aspetto curioso della vita di Hanoi è quello legato al cibo, si consuma per strada, sui marciapiedi, seduti su minuscole sedie di plastica simili a quelle delle bambole. È qui che il cibo viene cucinato e dunque i marciapiedi, a tutte le ore del giorno, sono invasi da padelle che friggono, da spiedini che girano e da pentoloni di brodo che bollono in continuazione. E’ frequente sedersi allo stesso tavolo di sconosciuti e chiacchierare con loro. D’altronde tutto ciò lo abbiamo visto in quasi tutti i paesi asiatici che abbiamo visitato, ma per l’impossibilità di camminare sulla strada a causa dei mille mila motorini forse qui l’abbiamo notato ancora di più.

La mercanzia invece si vende sulle biciclette, il più delle volte cariche da scoppiare.

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