RTW day 137-138: il mare di risa a Tam Coc

Uau, stamattina siamo su un pullman fichissimo! Ha le prese usb (che non caricano), ha la TV (che non si sente grazieaddio), ha l’aria condizionata (spenta) e pure il wi-fi (che non si connette). Manca solo il volante che non gira e il freno che non frena.

L’autista sfodera una serie di film super splatter senza audio, che questa notte Paolo mi deve narcotizzare per farmi addormentare.

Oggi con questo magnifico mezzo, che sospetto abbia il motore di una panda, ci recheremo da Cat Ba a Tam Coc, considerata la Ha Long Bay della terraferma. Sostituite il mare della baia più famosa del Vietnam con i campi di riso e ottenete Tam Coc (o la sua sorella maggiore Trang An poco più a nord).

Dobbiamo ritraghettare, ma a questo giro restiamo a bordo del bus; ci deve essere qualcuno che teme di affondare, visto l’olezzo nauseabondo che si spande, proprio mentre siamo chiusi dentro. Vuoi che “muoro”??

Altre tre ore e siamo a Tam Coc, sganciati all’inizio della viuzza che porta al nostro alloggio, il Green Peace Bungalow. Come sempre zero cartelli. Entriamo in un cancello seguendo l’istinto: bellissimo posto rispetto ai nostri standard di hotel! Bonsai favolosi, tutto nuovo, arance sul tavolino fuori, vestiti appesi ad asciugare e porta chiusa… ehm… mi sa che è una casa privata…

Proseguiamo nella nostra ricerca e finalmente troviamo i bungalow e la proprietaria, Julia, che ci arriva incontro saltellando. Neanche abbiamo posato i bagagli e già ci ha fatto un programma perfetto dei prossimi tre giorni. Ovviamente appena arrivati in stanza sconvolgiamo tutti i suoi piani e appena svegli, il giorno seguente, abbiamo cambiato idea di nuovo almeno cinque volte.

Notiamo subito una cosa in questa città: bonsai in ogni dove! In ogni angolo, dal benzinaio, dal ferramenta, in tutte le case, anche quelle più cadenti, spuntano questi mini alberi dai rami intrecciati e arroccati su dei sassi… e più le case sono vecchie, più i bonsai sono imponenti e bellissimi, radicati nei loro vasi con scritte per noi indecifrabili.

Inizio soft, ci addentriamo tra le viuzze attorno al laghetto, dove le persone escono di casa per salutarci, per dirci il loro nome e scoprire il nostro. In un paese in cui il nome è mediamente formato da quattro lettere, quando mi presento tutti sgranano gli occhi e Valentina li lascia spiazzati: ormai io sono Tina, la prima parte se la perdono sempre per strada.

La bellezza mistica di Tam Coc ci ha conquistato immediatamente, non solo per gli enormi faraglioni che spiccano in mezzo al verde intenso delle risaie, ma soprattutto per le persone, sempre pronte a dirti “helloooo!”. Perché te lo dicono tutte le guide che l’Asia è il paese del sorriso e quindi ti aspetti quasi che, come passi tu, la gente sprizzi gioia da tutti i pori. No, non è proprio così! Al primo momento sono un po’ perplessi, non capiscono cosa ci sia di così particolare nel fotografare un cappello di paglia o un pescatore sulla sua barchetta. E quando gli sguardi si incrociano, ti guardano dal basso all’alto e rimangono composti, poi tu accenni un sorriso ed è lì che tutto cambia. I loro visi si illuminano, ti regalano un sorriso pieno, di quelli che cambiano anche l’espressione degli occhi e delle rughe. Quindi ho incominciato a sorridere a tutti, al signore mercato, alla donna chinata nelle risaie, al nonnino sul treno e in cambio ne ho ricevuti così tanti che mi sentivo luminosa! Questo mi ha fatto felice e quando tornerò in Italia io sorriderò, poi se qualcheduno penserà che “ce sto approvà” o che mi manca qualche rotella, chissene!

Non so, ma proprio ora mi risuonano nella testa le parole di una persona impossibile da dimenticare, la mia prima responsabile, che mi disse: “il tuo sorriso è oro!”. Cara Marisa, una cartolina per te, come ai vecchi tempi, ma con destinazione paradiso.

Passeggiando per la via principale vediamo un cartello con Brad Pitt e Angelina Jolie in sella ad una motorino. Se l’hanno fatto loro, noi chi siamo? I figli della serva? Motoretta a noi! Che già lo so che domani cambiano il cartello con i Picanellis in sella!

Poi oggi ho pure fatto l’acquistone del secolo: un fantastico impermeabile usa e getta a pois che Angelina sfigura a confronto! Solo dopo averlo indossato, mi sono resa conto di essere uguale alla Pimpa. Vabbè Angelina per questa volta vinci tu… poi non facciamo troppo i sofisticati, che abbiamo i vestiti tutti bagnati e quei pochi asciutti camminano da soli e abbaiano!

Motoretta presa! Facciamo slalom nelle viuzze tra parrucchieri old style, cappelli di paglia tipici vietnamiti, bandiere rosse sventolanti… e poggia, tanta pioggia!

Ci perdiamo tra le risaie che, vista anche l’acqua che viene giù senza darci tregua, sono di un verde intenso.

Prima tappa di oggi: le grotte di Hang Mua. O meglio, non siamo tanto interessati alle grotte, quanto ai 500 scalini che permettono di arrivare in cima alla montagna. Prima di scalarli dobbiamo fare lo slalom tra i parcheggiatori che ci invitano a posteggiare il bolide a 2 km dall’ingresso.

Parcheggiamo e il modo che hanno qui di assegnarti il posto è scrivere sulla carena del motorino con il gessetto degli scarabocchi, apparentemente per noi incomprensibili!

Ci accoglie all’ingresso un dragone in pietra che ci avvisa che sta per iniziare la scalinata della múerte, così iniziamo subito con una sosta.

Ci inerpichiamo fino in cima, dove il colpo d’occhio è veramente unico nel suo genere: il tranquillo corso d’acqua, il fiume Ngo Dong, somiglia ad un serpente che si snoda fra risaie e formazioni rocciose calcaree, scorrendo tortuoso fra di esse. C’è anche un po’ di nebbia che non ci molla mai. Da quassù è chiaro come Tam Coc si sia meritato il titolo di “Halong Bay tra risaie”. Le risaie circondano letteralmente sia il corso d’acqua che le formazioni rocciose ed hanno un colore verde brillante che ha spinto i vietnamiti a chiamarle “il Mare Verde”.

Un’altro dragone sul crinale della montagna ci indica che siamo arrivati in cima.

Tra un selfie e l’altro con la gente che ci chiede una foto insieme, tra corteggiatori più o meno espliciti e curiosi dalla mano morta (capitati a Paolo!!) ci passiamo un’ora abbondante.

Troviamo un attimo per degli autoscatti acrobatici, che se il ramo non avesse retto o il cavalletto fosse caduto già me la vedevo la tragedia.

Ci perdiamo tra questi scorci fino a mezzogiorno e poi decidiamo di proseguire più a nord per il megatempio di Bái Dính, che ospita la pagoda più grande di tutto il sud-est asiatico.

Lungo il tragitto, passiamo davanti all’ingresso del parco di Trang An, da cui partono le barche a remi che conducono tra questi scenici paesaggi. Oggi, essendo domenica, è letteralmente preso d’assalto dai Vietnamiti, che si accalcano sulle rive aspettando la loro barchetta. Ripasseremo domani.

Arriviamo al tempio, ma non ci conquista, anche se è sicuramente particolare per le dimensioni e per il fatto che lì si recano solo le persone del luogo. I riti sono più simili a quelli cinesi, come il bruciare i soldi o le foglie d’oro; anche le statue sono ben lontane dai buddha a cui siamo stati abituati fino a qualche giorno fa.

Il serpente con la dentiera poi vince a mani basse come la chicca del tempio.

Nella pagoda principale vediamo per la prima volta da vicino un curioso frutto che, per via della sua forma peculiare, viene comunemente chiamato “Mano di Buddha”. Si tratta di una varietà di cedro, i cui spicchi si diramano formando dei prolungamenti molto simili a delle dita. Anche per il nome stesso del frutto, esso è stato considerato come uno dei migliori doni di ringraziamento da offrire a Buddha. Due frutti accostati l’uno all’altro nella maniera corretta possono ricordare la sagoma di due mani giunte in preghiera.

Mentre sono seduta in attesa che Paolo fuoriesca da una grotta, decisamente troppo affollata e umida per i miei gusti, conosco una bimba vietnamita di nome Vi. Chiacchieriamo un po’, finché non arriva tutta la famiglia a stringermi la mano e a sorridermi.

È ora di rientrare, non prima di aver assaggiato due fantastici wusterazzi di non-voglio-sapere-di-quale-animale, arrostiti tra le mille bancarelle all’ingresso.

P.s.

Se noi non facciamo slalom tra le mucche non siamo contenti…

P.s.2

Qui la specialità del posto sembra essere il capretto dalle balle mostruosamente giganti. Mi domando come faccia a camminare. E se fossi la gallina mi sposterei velocemente…

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