RTW day 139: sgommate a Bich Dong e remate a Trang An

Ripropongo l’abbigliamento fashion di ieri con tanto di impermeabile a pois della Pimpa visto che pioviggina e il tempo non sembra voler migliorare. Destinazione Bich Dong, dove sembrerebbe esserci un punto panoramico per vedere le risaie.

Si parte, dopo un primo tratto di strada asfaltata inizia lo sterrato di sassi e già mi mi chiedo dove diamine stiamo finendo.

La strada sassosa si trasforma presto in un sentiero di terra battuta, che con la pioggia battente non è proprio in buono stato…

Morale della favola quasi finiamo in una risaia. Paolo è talmente sporco di fango che un contadino esce dalla sua casa ridendo come un matto (e io più di lui) con una spazzolina in mano per aiutarlo a pulirsi.

Ci fa entrare nel recinto e ci cede pure l’usufrutto dello stagno in cui stanno scagazzando le sue oche per un Paololavaggio completo.

Salutiamo il nostro salvatore e dico al centauro impantanato che forse non è il caso di proseguire oltre, vista la strada scivolosa, lui candidamente mi risponde che ora torniamo sulla strada asfaltata per raggiungere il tempio. Quello era un percorso alternativo concepito dalla sua mente malata, consultando probabilmente le mappe del Risiko. Non ho parole. Esiste una strada asfaltata e noi, nel mezzo della pioggia, siamo finiti a fare il Camel Trophy tra le sabbie mobili. Non riesco neanche a cazziarlo troppo perché sto ancora ridendo per tutti pantaloni smerdati!

Arriviamo finalmente al Bich Dong, ma gli ostacoli da superare non sono finiti. Parcheggiamo il bolide e il parcheggiatore vuole 10.000 dong… Ne abbiamo 20.000, non ha il resto, ci fa segno “dopo”. Fidamose.

Facciamo due passi la vecchina che sta all’ingresso del tempio ci chiede i soldi del parcheggio. Abbiamo già pagato! Niente da fare, dice che dobbiamo spostare la moto e pagare lei perché abbiamo parcheggiato nel posto sbagliato.

Lascio Paolo nelle grinfie della nonnina che sbraita (degna vendetta per il Camel Trophy di poco fa) e dopo 10 minuti lo vedo arrivare un po’ provato. Per riprendere le energie parte l’autoscatto di rito all’ingresso. Ma la nonna ci bracca quindi fuggiamo a gambe levate!

Entriamo nel tempio e un cagnone inizia abbaiare a più non posso, vorrei tornare indietro, ma Paolo preferisce farsi azzannare dal cane, pur di affrontare la vezza di nuovo. Saliamo fino alla terza e ultima pagoda, attraversando una grotta poco illuminata.

Sembrerebbe esserci ancora una piccola scalata da fare per vedere il panorama sul fiume e sulle risaie. Però le rocce sono umide e scivolose, decidiamo che non è il caso di spaccarci una gamba e che ci servono ancora tutte e due integre. Scopriamo un altro percorso dietro al tempio che dovrebbe portare a tre grotte, ma per proseguire dobbiamo prima passare di nuovo della temibile vecchina, che per attraversare ci fa pagare i soliti 20.000 dong… Alla fine ce l’ha fatta! Ci sembra di essere stati catapultati nella scena del film “Non ci resta che piangere”. Paghiamo sto fiorino e passiamo.

Ora cerca pure di inseguire Paolo per vendergli una barchetta fatta di bambù… Ricomincia un’altra scenetta di 10 minuti. Io sgattaiolo via di nuovo e lo lascio lì ad espiare i suoi peccati.

Le grotte sembrano chiuse, ma mentre stiamo per tornare indietro ci viene incontro un ragazzo che ci apre il cancello alla scoperta di una di queste.

Appena entriamo nella grotta scatta la modalità velocità massima: punta la luce a destra, poi a sinistra, di nuovo a destra, in alto, in basso… Il tutto condito da un sottofondo di ba bang ta tan tu tung bu bu e di nuovo ta tan. Insomma, non ci abbiamo capito nulla tranne che c’è tanto “ta tan” in questa grotta.

Non riusciamo a stare dietro ai movimenti della torcia, usciamo ubriachi e con altri 20.000 dong in meno, ma allora Paolo alla vecchina cosa ha pagato? Boh…

Torniamo al via e la nonna di lilla vestita riabbraccia Paolo; altra scenetta con lei saldamente ancorata ai suoi polpacci per non farlo fuggire… Non vorrai mica andartene senza comprare una bottiglietta d’acqua a 20.000 dong!?

Torniamo in hotel e la proprietaria quasi mi sviene alla vista della motoretta tutta infangata; ci chiede dove siamo stati, ma la nostra risposta non la convince… Ci buttiamo in stanza al grido di “le cavallette!!!!”. Per recuperare dalla mattinata intensa, mi sbafo una tavoletta di cioccolato e cado in letargo.

Il pomeriggio è dedicato a Trang An, che ieri avevamo saltato in quanto preso d’assalto dai vietnamiti della Domenica. Ci andiamo appositamente verso le 16:00, puntando sul fatto che tutti i tour in giornata da Hanoi saranno già ripartiti. E in effetti c’è pochissima gente. Paghiamo l’ingesso e arriviamo agli imbarchi. Vogliamo provare l’itinerario numero 3, appena inaugurato da un mese circa.

L’escursione su queste imbarcazioni a pagaia, chiamate sampan, condotta da una persona locale nelle acque pigre del fiume, fra le risaie e le montagne è una esperienza molto suggestiva.

Siamo impazienti, ma non possiamo partire. Le barche con meno di 4 passeggeri devono aspettare. E vabbè cosa vuoi che sia… dopo mezz’ora siamo ancora lì… fino a quando una comitiva di venti avvenenti vietnamiti, tutti volteggiando fanno il loro ingresso. Vengono sapientemente distribuiti come i 44 gatti con il resto di due: tutti su due barche stracolme e i due fenomeni del gruppo sulla nostra. Perfetto, siamo ufficialmente parte del carrozzone.

Uno dei due personaggi con cui condividiamo il viaggio, è la versione vetnamita di Albano con tanto di capello tinto; dopo essersi sparato 42 selfie con la sottoscritta (che neanche in tutto questo viaggio mi sono fatta tante foto), più mezz’ora di videoregistrazione di qualsiasi cosa si muova, decide di allietarci con la sua ugola d’oro, specialmente mentre siamo nelle grotte dove rimbomba tutto e le stalagmiti tremano.

Il compare è lo spipettatore del gruppo e ogni 15 minuti si accende una sigaretta. E quando non fuma, rema, spruzzando d’acqua Paolo che è seduto proprio dietro di lui. Andiamo di bene in meglio e ridiamo…

Paolo tenta il suicidio sbattendo la testa su una delle stalattiti della caverna, ma la nostra barcarola Sue non ci sta e lo avvisa di ogni pericolo con il suo “Hello”. Eh sì, perché qui in pochi parlano inglese, così per comunicare con te occidentale l’unica parola buona è “Hello” e dal tono di voce e dei gesti capisci cosa ti vogliono dire. È anche divertente in fondo.

Osservando le grotte dal fondo della cavità rocciosa, sembra che queste si stiano chiudendo con gli spuntoni di roccia che si abbassano verso l’acqua. All’interno, le stalattiti pendono dal soffitto come perle iridescenti, bellissime formazioni calcaree di diverse forme e colori che scintillano come pietre preziose.

Scendiamo ad una pagoda e il nostro Albano decide di passeggiare sui suoi occhiali mentre scende dalla barca, frantumandoli in mille pezzettini. Questo deve essere il risultato delle stramaledizioni di Paolo. Non sembra molto turbato, anzi è ancora più canterino del solito. Risaliamo e ora è partito il contagio, cantano tutti!

Arrivati a tre quarti del percorso, le nostre strade si dividono. Eh, che peccato! Ci saluta tutta la combriccola calorosamente e rimaniamo soli con la simpatica Sue, a goderci il suo dolce sorriso e la quiete di questo posto, in cui vale veramente la pena di essere.

Rientriamo in hotel per le strade di campagna buie. Paolo dice che ormai conosce tutte le buche a memoria. Sarà… L’oscurità nasconde le tracce di fango sulla motoretta e ci evitiamo altre domande scomode. Speriamo che nella notte piova e l’acqua si porti via le prove. E infatti piove… sui nostri sandali lasciati fuori. Ormai abbiamo rinunciato ad averli asciutti. Abbaiano pure, sarà ora di dare loro un nome e comprare un guinzaglio.

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