RTW day 141-142: a Sa Pa si salpa con Caronte

Ore 5:20. La porta dello scompartimento del treno, ormai non più notturno, trema. Qualcuno bussa con forza… dove siamo? Chi siamo? Ma soprattutto… perché? La risposta è dentro di noi, ma è palesemente sbagliata. La porta si spalanca mentre cerco ancora di mettere a fuoco… “coffee or tea?”… “tea” rispondo in automatico… dopo cinque secondi mi trovo due bicchierini di cartone ustionanti in mano con del the amarissimo dentro. Fiftitausenddongtenkiú (tradotto 40.000 dong grazie). Pure!

Questa sveglia ci ricorda il viaggio in Russia sul treno rosso, con la babuska che quasi ci abbatte la porta dello scompartimento all’arrivo a San Pietroburgo.

Siamo partiti da Hanoi ieri sera in treno e ora ci troviamo ad una quarantina di km da Sa Pa. La stazione si trova a Lao Cai, terra di frontiera con la Cina, al di qua del ponte sventola la bandiera vietnamita rossa con al centro la stella gialla, mentre al di là, impera quella cinese, sempre rossa ma con cinque stelle disposte a mezza luna.

Solo pronunciare la parola Cina ci fa balenare un’idea malsana: fare il visto e oltrepassare il confine tra qualche giorno, per poi salire e concludere il viaggio in Mongolia… stravolgendo totalmente l’idea che avevamo di andare in India. Mediteremo in questi giorni, ma nel frattempo prendiamo coscienza che viaggiare per noi è una droga, provoca dipendenza! O forse, più indipendenza!

Ritorniamo con la mente sul pianeta Terra e guardiamo fuori dal finestrino: è ancora buio. Meteo indefinito. Fortunatamente durante la notte l’aria condizionata deve essersi guastata e questo ci ha permesso di arrivare fino a mattina senza assiderare. Un pulmino condiviso ci aspetta all’uscita della stazione per portarci in hotel. Iniziamo a salire verso Sa Pa, mentre si fa giorno. Ma forse il sole si è dimenticato di sorgere. Io sonnecchio e apro gli occhi ogni tanto e quello che vedo è solo un grigiore indefinito. È nebbia che si taglia col coltello.

Arriviamo a Sa Pa e la situazione nebbia non sembra essere cambiata.

Facciamo in seduta stante un monumento alla proprietaria dell’Heart of Sapa che ci ha tenuto la stanza dalla sera prima, per permetterci un early check- in appena arrivati. Bonus honeymoon messo a segno di nuovo. I ragazzi che arrivano dopo di noi sono costretti a svaccarsi sui divanetti, mentre noi sgattaioliamo in camera e sprofondiamo sotto il piumone per un richiamino di sonno ristoratore. Ogni tanto ne ingraniamo una buona anche noi. Temperatura fuori 12 gradi, percepita 2, umidità 97%. Ma marzo non era il periodo ideale per visitare il Vietnam?

Ci svegliamo verso le 11:00 e, con grande sorpresa, mi trovo il braccio tutto ricoperto di macchie rosse, che sembro l’impermeabile della Pimpa della Vale. Penso di essere allergico alla nebbia.

Vabbè visto che fuori il tempo non migliora, decidiamo di fare visita ad un medico per trovare conferma alla mia teoria. La proprietaria dell’hotel mi dice che conosce uno bravo, a Lao Cai, ci chiama subito un taxi, dando istruzioni su dove portarci, anche perché qui nessuno parla inglese tranne lei. Mi assicuro che non pratichi medicine troppo alternative e ci andiamo. Arriviamo e lo vediamo uscire dall’orto sul retro, si sfila gli stivali e indossa con sguardo severo il camice. Piccolo dettaglio, pure lui non parla inglese. Estrae una lente di ingrandimento per collezionisti di francobolli da una cassetta di metallo e mi ispeziona centimetro per centimetro mugugnando parole incomprensibili. Dopo 5 minuti di silenzio in cui penso si sia assopito, emette un suono gutturale. Dalla porta laterale entra una ragazza giovane, forse la figlia. Iniziano i tentativi di traduzione. Ad un certo punto arriva pure il tassista a dare il suo contributo. Il problema è che si capiscono solo tra di loro (forse). In quattro riusciamo a formulare una diagnosi e una terapia. Siamo quasi tutti d’accordo per un’orticaria, solo il tassista propende più per il gomito del tennista. Vince l’orticaria 3 a 1! Pomata e pedalare.

Torniamo a Sa Pa, dove ha iniziato pure a piovere, così ci infiliamo di nuovo sotto le coperte, dopo una cena rigorosamente in bianco. Condizionatore in modalità vento del Sahara. Domani è un altro giorno e sicuramente ci sarà il sole a splendere su queste stupende risaie a gradoni. Nel frattempo diluvia.

Sveglia… l’aria condizionata è ancora sparata a 30 gradi… gola arsa… sento rumore di gazzelle inseguite da leoni affamati e serpenti a sonagli che strisciano sul pavimento. La condensa sui vetri potrebbe far sparire la sete nel mondo in 10 minuti. Fuori: boh… siamo nel limbo. Se non fosse per l’insegna a led sparatissima dell’hotel di fronte, penserei veramente che Caronte è parcheggiato sotto con le quattro frecce col traghetto. Siamo arrivati qui inumiditi da Lan Ha e bagnati da Tam Coc, per macerare a Sa Pa. Caronte non ti crucciare, aspettiamo che la nebbia si levi di torno e scendiamo.

In questo periodo dell’anno le risaie, che hanno reso questi posti famosi, sono ben lontane dal mostrarsi nel loro splendore. La semina del riso inizierà solo tra qualche settimana, i gradoni saranno verdi verso giugno-luglio e raggiungeranno il loro culmine tingendosi di giallo tra settembre-ottobre, prima dell’unico raccolto. Per ora i gradoni sono marroni e avvolti dal grigio della nebbia fitta.

Sempre suggestivi in questa versione lugubre, ma non da diventare l’attrazione principale per i prossimi giorni, come avevamo inizialmente pianificato in questa area. Decidiamo quindi di esplorare i villaggi delle tribù Hmong vicini, ancora memori degli incontri fatti in Myanmar nella valle di Keng Tung. Ma a questo giro non riusciamo a replicare, la nostra guida si dimostra molto frettolosa e poco disponibile ad aiutarci ad entrare in contatto con la gente del posto. In 5 ore percorriamo circa 12 km tra sentieri scivolosi e stradine semicementate. Riusciamo comunque a scorgere qualche momento divertente dei bimbi che giocano nell’acqua o sui trespoli.

Alcuni centauri non si danno per vinti e tentano di salire per le strade fangose con le loro moto, noi ci aggrappiamo alle piante di bambù giganti per evitare di cadere nel pantano.

Mentre passeggiamo tra i tessuti indaco dei H’Mong neri e i copricapo a scacchi delle donne Thai notiamo come ogni terreno, anche il più irto, è stato sottratto alla montagna e trasformato in risaie terrazzate, fino quasi a sfidare le leggi di gravità.

L’evento più significativo della giornata è il gatto che minaccia di suicidarsi buttandosi dalla finestra del ristorante dopo che gli abbiamo negato il pollo (visibile nella foto sotto a destra).

Camminiamo verso l’ultimo villaggio prima di tornare in paese, mente il tempo continua a peggiorare.

Ormai abbiamo maturato una ferma convinzione: abbiamo bisogno di sole, l’umidità delle ultime settimane ci ha messo ko. Mi dispiace Sa Pa, ma sarà per un’altra volta. Domani, con un cambio di programma inaspettato, si torna ad Hanoi in bus e con una trottolata doc ci prenderemo un volo per Hoi An, reinserita a sorpresa tra le mete del Vietnam.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. ros ha detto:

    …..perche il viaggio crea dipendenza !!! che bella droga.

    1. la Vale ha detto:

      L’unica droga che considero non dannosa…

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