RTW day 147-148: nuovi amici a Nuova Delhi

Siamo in aeroporto a Da Nang, pronti alla traversata internazionale per raggiungere Nuova Delhi. Oggi ci aspettano tre voli e il primo è in ritardo di 3 ore, iniziamo bene! Ci facciamo rimborsare il biglietto tempo zero e cambiamo compagnia per non restare a terra e, più o meno agilmente, arriviamo a Delhi con una coincidenza lampo a Bangkok. Recuperiamo le valigie che è ormai mezzanotte passata (per noi con fuso Vietnamita sono le 3 di notte) e ci trasciniamo dentro al primo taxi.

Per questo viaggio i sentimenti sono contrastanti: un misto di timore (indotto dal sentito dire) ed entusiasmo di conoscere una terra nuova.

Ce l’hanno detto tutti quelli che ci sono stati: “l’India è estrema, nel bene e nel male. Oh, portatevi l’imodium, il cagotto è assicurato”.

Ce l’hanno detto in molti di quelli che non ci sono stati: “io, in India, mai nella vita!”.

Ce l’hanno detto tanti di quelli che ci vorrebbero andare: “non vediamo l’ora di leggervi e sognare! Ma che assicurazione sulla salute avere fatto?”

Ormai ci siamo, stiamo per immergerci in questi posti. Penso alla storia di questo immenso stato, disseminato di vestigia degli imperi passati, che ospita le rovine di città imperiali dalle quali si diramano strade perennemente congestionate dal traffico. Mi riecheggia nella mente ciò che ho letto sulla condizione delle persone che vivono qui: genti di religioni e provenienze diverse, che mantengono le proprie identità culturali intatte, in una realtà urbana ricca di forti contrasti e contraddizioni, dove il benessere convive accanto alla povertà estrema, dove gli stili di vita, determinati da scelte religiose radicali, camminano accanto alla gioventù in jeans e maglietta, dove le mucche sacre vagano imperturbabili in mezzo al traffico cittadino. Forse nulla di ciò che leggi, soprattutto se fino a ieri hai vissuto in Europa, può mai preparati a questo posto. Beh, ora ci siamo, abbiamo il timbro sul passaporto e lo scopriremo.

Iniziamo la nostra nuova avventura partendo dalla città che ha festeggiato il suo centenario come capitale pochi anni fa, ma che da tempo immemore svolge un ruolo importante nella storia del Paese e risulta già citata nell’antichissimo poema epico del Mahabharata, che risale a ben tremila anni fa. Delhi non è sicuramente la città più bella in India, ma è la porta d’ingresso per questo paese che conta più di un miliardo di abitanti.

Iniziamo subito con due giorni di couchsurfing, ospiti di Varun e della sua famiglia. Bussiamo alla sua porta che sono le 2:00 di notte, ci accoglie con un gran sorriso e già, vista l’ora, la cosa ci spiazza; poi ci cede pure la sua camera da letto, mentre lui dormirà sul divano. A nulla valgono le nostre richieste di sistemarci sul divano. La sua ospitalità è ineguagliabile… crolliamo non appena poggiamo la testa sul cuscino, nonostante il forte caldo.

Al mattino conosciamo anche la sua famiglia, Varun abita con i genitori, il fratello più grande e la cognata. Ci dà qualche dritta su cosa vedere e ci tuffiamo nella metropolitana, dove ad ogni ingresso veniamo controllati da cima a piedi con il metal detector.

Schiviamo tuk tuk, parrucchieri di strada, venditori di qualsiasi cosa, dribbliamo mucche, cacche di animali vari, motorini, guide turistiche, il tutto condito da profumi e odori, clacson, sirene, musiche in sottofondo. Arriviamo incredibilmente incolumi di fronte al Forte Rosso (Lal Qila).

Le mura di arenaria rossa della struttura massiccia si innalzano fino a 18 metri sopra il clamore della Vecchia Delhi, come un ricordo del magnifico potere degli imperatori Moghul. Le pareti, progettate per contenere gli invasori, ora respingono soprattutto il rumore e la confusione della città.

Quello che mi colpisce di più sono gli sguardi degli indiani, intensi e profondi, gli uomini ti fissano negli occhi e non danno segno di cedimento. Quegli occhi neri come l’inchiostro me li sento addosso, e infatti ce li ho addosso, provo un certo imbarazzo e alla fine cedo guardando per terra. Una, due, tre… dieci volte, niente da fare, la spuntano sempre loro. Noi occidentali abbiamo un concetto della privacy e dello spazio personale molto diverso rispetto a questo popolo, sarà un buon allenamento per imparare a non vergognarsi di nulla e tenere testa a questi occhi che sembrano quasi dipinti con il marcardor (ma non lo sono, qui hanno il cajal naturale).

Partiamo dall’assunto che gli indiani sono curiosi come delle scimmie, non per parlare con luoghi comuni, ma vogliono sapere di te, vogliono capire qual è il tuo mondo ed entrare un po’ a farne parte, non ti chiedono permesso e non arrivano in punta di piedi, spalancano la porta e te li trovi lì con le loro domande. A noi tutto sommato fa pure piacere e sarà un bell’esercizio per riuscire a farsi rispettare.

Arrivano richieste di selfie pure da mariti con vicino le mogli, che se Paolo fa una cosa del genere finisce a schifio! Le bimbe invece sono troppo tenere…

Il forte ha scorci interessanti, ma la maggior parte delle costruzioni al suo interno non sono accessibili o sono in restauro (perenne a quanto sembra). Ci concediamo qualche scatto all’ombra di un magnifico albero.

Riprendiamo la metro e raggiungiamo Varun per pranzo al Dilli Haat, una specie di fiera dell’artigianato e dei sapori, che mostra la ricchezza della cultura indiana in questi due campi.

Il nostro amico ci spiega origine e particolarità delle varie bancarelle, ci fa assaggiare spezie e dolci, che probabilmente non avremmo mai provato. Diventiamo matti per delle gelatine di mango tagliate a fogli sottili e ne facciamo scorta per i prossimi giorni. Parliamo di religione, politica, usanze… il tempo passa in fretta e un languirono ci ricorda che è ora di pranzo. Varun sceglie per noi vari piatti da diversi stand così da poter gustare i molteplici sapori della deliziosa cucina locale, provenienti da tutte le regioni dell’India.

Al Bijoli Grill sale sul podio il radhaballavi alu dum, una sorta di mega gnocco fritto da mangiarsi con patate cotte in una salsa rigorosamente speziata e piccante, tipico di Mumbai.

Visto che la temperatura ha superato i 40 gradi ed è impossibile girare per il forte caldo, Varun ci porta al Lodi Garden, a sud della vecchia Delhi. Il giardino di Lodhi un tempo era conosciuto come “Lady Willingdon Park”, ma fu ribattezzato dopo che l’India ottenne l’indipendenza dagli inglesi. Il contrasto tra i mausolei e la rigogliosa vegetazione dei giardini regalano scorci interessanti.

Varun, un attuario con una vena artistica da fotografo di matrimoni, ci dice in che posizioni metterci… noi obbediamo!

Andiamo poi tutti insieme all’Agrasen Ki Baoli, un pozzo a gradoni poco conosciuto nel cuore di Delhi; man mano che si scende nel cuore della struttura la temperatura si abbassa di molti gradi e sinceramente me ne starei qui per ore. Ci divertiamo con dei ragazzi che ci chiedono di fare delle foto con loro, sembrano tutti usciti da un film di Bollywood. Scatta la gara con Verun: chi arriva prima in cima alla scalinata? Non sto a dirvi chi abbia vinto, vi dico solo che sono dovuta stare 10 minuti a riprendere fiato, perché ansimavo come un crotalo.

Ultima tappa al Gurudwara Bangla Sahib, un tempio sikh enorme. Nonostante la folla di fedeli, l’atmosfera è tranquilla e meditativa. Una vasca per le abluzioni è presidiata da un simpatico signore dalla barba bianca che “amico hipster scansati”. Con un bastone, allontana chi si sofferma per troppo tempo sul bordo della vasca.

La nostra visita si conclude con un dolce della consistenza della polenta milanese, schiaffato sul palmo della mano all’uscita del tempio, come simbolica ricompensa per il tempo dedicato e le preghiere profuse. Non puoi rifiutare ovviamente, quindi butto giù… cagotto assicurato!? Lo scopriremo nelle prossime puntate!

Torniamo a casa del nostro amico e chiacchieriamo con sua mamma, una donna simpaticissima e molto decisa, che scambia Paolo per un medico e lo tempesta di domande su come combattere stitichezza, cervicale, pelle secca e cedimenti muscolari vari.

Mangiamo dei piatti tipici cucinati da lei e poi chiacchieriamo amabilmente con Varun. Non conosce la cinematografia italiana, così gli consiglio di vedere in inglese due tra i miei film preferiti: “La vita è bella” di Roberto Benigni, che è un film che mi ha toccato nel cuore, e “Noi e la Giulia”, perché dopo questo film abbiamo deciso che la nostra folle idea di partire doveva diventare realtà! Il film ha delle scene divertentissime, ma il finale mi fa commuovere tutte le volte che lo rivedo… anche adesso che sto incollando il link…

Il nostro amico ci consiglia due film in pieno stile Bollywood.

Crolliamo a letto poco dopo cena, l’India oggi mi ha proprio rintronata, tutti i sensi sono stati stimolati all’estremo ed è ora di metterli a riposo.

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