RTW day 150: in viaggio verso il Rajasthan

Ultimo giro ad Agra al mausoleo di Itimad-ud Daulah. Ci ho messo un pomeriggio per capire tutti i gradi di parentela e alla fine sono arrivata alla conclusione che il mausoleo è la tomba del nonno di Mumtāz Mahāl, la moglie dell’imperatore Shāh Jahān, a cui fu dedicato il Tāj Mahal. Anche qui delle mura di arenaria lo proteggono e un arco in pietra rossa accoglie l’ingesso in questo piccolo Taj.

Questo edificio è anche noto come Baby Taj, poiché ricorda vagamente il suo fratellone maggiore, che abbiamo visitato ieri. Senza folle oceaniche e senza spintoni, a me ispira quasi più del Taj Mahal per la sua bellezza architettonica molto delicata. Il pavimento è stato fatto con biglie tagliate a mano, mente le strutture del reticolo di marmo hanno un disegno a dir poco perfetto.

Qui il ragazzo è bello sorridente all’ombra, ma il “dietro le quinte” è ben diverso, si è brasato i piedi camminando sulle lastre di marmo… che già ste zampe non sono un bijoux, gonfie e rosse sembrano due cotechini. Io mi sono salvata perché avevo uno strato di cacca di scimmia sotto la pianta che poi ho dovuto pulirmi i piedi con il napalm.

Questo baby Taj ha il suo perché…

E ora via, lasciamo Agra e ci gettiamo sulla strada per Jaipur! Non solo cambiamo città, ma anche stato: passiamo dall’Uttar Pradesh al Rajastan. Ogni angolo dell’India è ricco di fascino storico, ma si dice che il Rajasthan ne racchiuda molto di più di quanto ve ne sia in tutto il Paese, è un’epitome di magnificenza e vivacità.

Questa è la regione più regale, che evoca nella mente il regno dei maharaja e dei loro sontuosi palazzi situati ai limiti del deserto Thar, dove i cammelli lasciano le loro impronte sulla sabbia, dove le fortezze si ergono dal deserto come miraggi fatati di un lontano passato, dove menestrelli ancora raccontano storie di antichi splendori, dove i colori dominano e rendono uniche le città! Da oggi comincia il nostro viaggio in questa tavolozza del pittore, iniziando proprio dalla città il cui colore dominante è “tanto caro” a Paolo.

Sul percorso, quando manca ancora un’ora abbondante alla capitale del Rajastan, facciamo una deviazione per vedere uno dei pozzi più profondi e ampi dell’India, il Chand Baori, situato nel villaggio di Abhaneri vicino a Jaipur.

Prende il nome dal suo costruttore, il re Chand di Abhaneri, e dalla parola baori, che nell’India occidentale significa pozzo. Serviva a risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico nei periodi di siccità e per le abluzioni rituali che dovevano essere eseguite dai fedeli prima di recarsi al tempio Harshat Mata, che si trova di fronte. Ora è uno spettacolo per gli occhi che ti incasina la vista!

Il pozzo ha 3.500 stretti gradini, divisi per scalinate, che scendono per oltre 13 piani, fino a raggiungere l’acqua alla profondità di 30 metri. La leggenda narra che fu costruito in una sola notte dagli spiriti.

I suoi profili, grazie ai giochi di luce che il sole di mezzogiorno crea, sembrano usciti da una litografia di Escher. Non riusciamo a stare lì più di 15 minuti, il caldo è insopportabile e la mia macchina fotografica lancia messaggi stani di surriscaldamento.

Ci rimettiamo in marcia e quello che oggi mi tiene appesa ad un filo sono le mani delle donne che battono sui vetri dell’auto senza sosta per chiedere l’elemosina, molto spesso con in braccio dei neonati con degli gli occhi grandi che non ho mai visto in vita mia. Tum, tum, tum… e in quei momenti mi chiedo sempre cosa sia più giusto fare. Credo non mi abituerò a questo, penso che non riuscirò a stare indifferente, ma ormai ho maturato la decisione che si possano aiutare più efficacemente con un turismo responsabile e dedicando il proprio tempo ad attività che vadano a beneficio della comunità. Leggendo su internet mi accorgo che quasi tutte le associazioni di volontariato sono cattoliche, in effetti se qui sei un “intoccabile”, una donna sfigurata o un invalido non ti assiste nessuno, soprattutto a causa di logiche culturali ormai radicate.

In tutto questo, al primo semaforo veniamo accerchiati anche da venditori ambulanti di qualsiasi cosa. Uno di loro, che vende oscuranti per i vetri dell’auto, quasi si aggrappa alla portiera di Bobby, che ha fatto il grave errore di abbassare il finestrino per chiedere un’informazione. Non molla e insegue l’auto correndo fino al prossimo semaforo. Scherziamo con Bobby dicendo che ora lo inseguirà fino a casa.

Nel tardo pomeriggio arriviamo a Jaipur, capitale del Rajasthan, il cui nome deriva dal suo fondatore, discendente dai rajput, guerrieri che mantennero il controllo su questa regione per più di 1.000 anni e che si professavano come discendenti del sole, della luna e del fuoco.

Jai Singh II fece costruire la città secondo precise geometrie: ampi viali suddividono la città in zone perfettamente rettangolari, ognuna delle quali è dedicata a una diversa attività artigianale, come prescrivono gli antichi testi hindu dello “Shilpa Shastra”.

Anche se vestita in rosa, questa città reale è caotica tanto quanto Delhi, ci penseremo domani a come affrontare la giungla stradale.

Stanotte alloggeremo al fantastico Hotel Jaipur (New). Il fatto che new sia tra parentesi non ci lascia proprio sereni… entriamo guardinghi. Non sembra male, è un haveli ristrutturata. Se non fosse per l’odore di fogna di Calcutta che esce dal bagno e per i 3000 gradi centigradi all’interno degli spazi comuni sarebbe anche gradevole. Purtroppo hanno deciso di tappare la struttura con un tetto di plexiglass e di mettere i motori dei condizionatori all’interno. Scelta progettuale ottima… se vuoi coltivare cactus. Tocco di stile finale: i faretti della reception posti dietro ai ventilatori, che danno quell’effetto psichedelico anche senza assumere allucinogeni.

Domani saremo ospiti di una famiglia locale, tramite Couchsurfing. Non vediamo l’ora!

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