RTW day 151: Jaipur, la città dal colore innominabile

Jaipur è conosciuta come città rosa (colore a me particolarmente indigesto), chiamata così per i muri della parte vecchia. Fu fatta dipingere dal maharaja di questa tonalità, in segno di ospitalità, per accogliere il principe di Galles (futuro re Edoardo VII) che qui giunse in visita nel 1876. Ancora oggi tutti i residenti del centro storico sono obbligati, per legge, a mantenere di questo colore le facciate delle case.

Ci svegliamo all’alba per sfuggire alla calura e per fiondarci quanto prima al Sanjai Bazaar, un mercato di frutta e verdura che si anima nelle prime ore del giorno. Le strade sono ancora semideserte e il suono dei clacson è sostituito da musiche e canti provenienti dai templi buddisti e indù o dalle moschee. Decisamente più rilassante.

Arrivati al mercato la situazione cambia all’improvviso, il caos regna sovrano! Ci tuffiamo nella folla: qui il concetto di sfera personale è molto relativo, mani ovunque sia per spostarti, perché intralci, sia per avvicinarti, perché vogliono conoscerti. Appena mi allontano un attimo la Vale viene costantemente accerchiata per la consueta dose di selfie con chiacchierata annessa, la ragazza sa difendersi bene e trova il modo di scherzare con loro.

Tocchi, spinte, inserimenti, tagli, dribbling stretti, namaste, strette di mano, tutto mischiato con odori indefiniti, spezie e incensi. In alcuni momenti facciamo quasi fatica a respirare, non sappiamo se sia colpa del bancone di peperoncino o della vecchina di fianco che scopetta la sabbia come una dannata. Ma cosa scopetti che vola un sacco di polvere e qui è tutta terra?

Scattiamo fotografie a non finire, ormai abbiamo la street photography nel sangue e prendiamo l’occasione per mettere in pratica i suggerimenti che Fred ci ha dato durante il corso a Hoi An.

Adoriamo la spontaneità di questi momenti, anche se questo vuol dire tossire per cinque minuti di fila e avere le lacrime agli occhi. E non siamo gli unici a quanto pare…

Arrivano tuk tuk, “mini metro” e furgoni stipati di verdure; le donne corrono a scaricarli il più in fretta possibile.

Sebbene la città abbia una connessione speciale con il colore rosa, i mercati di Jaipur sono una scossa di colori.

Le bancarelle sono moltissime, ognuna con la sua specialità e con il suo, più o meno, agguerrito venditore.

Il nostro preferito è il “patataro”, che se la ride di gusto, accerchiato dai suoi sacchi colmi di tuberi. Grazie per il sorriso amico!

Alcuni vendono qui la loro verdura, altri la comprano e la caricano su improbabili tuk tuk (ribattezzati mini metro!) per portarla in altri mercati della città.

Prima che il meteo viri sul rovente spinto, ci avviciniamo al centro della città. La prima cosa che salta all’occhio e alle orecchie è il caos nelle strade: autobus che sfrecciano cercando di evitare i cammelli, ciclorisciò che con la loro lentezza esasperano orde di motociclisti e tuk tuk in cerca di passeggeri… veniamo pedinati costantemente da numerose Ape Piaggio che ci vogliono caricare per il giro della città e la risposta “andiamo a piedi” non sortisce effetti; anzi ci rispondono “fa troppo caldo a piedi!”. Cedo quasi ad una proposta, solo per la sua originalità: “il mio tuk tuk è un elicottero!”. Gli credo sulla parola.

Girovaghiamo per le vie rosa in attesa dell’apertura del primo monumento, anche le strade ci regalano scorci interessanti.

Alle 9:00 in punto facciamo il biglietto per il primo complesso che vogliamo visitare, la tecnica è infilare il braccio con i soldi nello sgabbiotto tutti insieme, sperando che il bigliettaio prima o poi prenda i tuoi… la fila questa sconosciuta. Ma non c’era il detto “in fila indiana”? Entriamo nel Jantar Mantar, che ci appare come una collezione di bizzarre strutture, ma in realtà è un osservatorio reale che conserva ancora un aspetto celestiale. Dopo il pozzo che abbiamo visitato ieri e questi strumenti oggi, siamo sempre più convinti che Escher debba essere sicuramente passato anche di qui.

L’osservatorio trae il suo nome dal termine sanscito “Jantar” che vuol dire strumento e da “mantar” calcolo; infatti contiene strumenti astronomici per misurare il tempo, prevedere le eclissi, seguire la posizione delle stelle, le orbite della terra intorno al sole e i movimenti dei pianeti.

Il Samrat Yantra, che significa “strumento supremo”, è il più grande strumento astronomico al suo interno, ma anche la più grande meridiana del mondo. Questa meridiana dà l’ora locale con un’accuratezza di 2 secondi. Stando lì ad osservare l’ombra, questa si muove visibilmente a 1 mm al secondo. C’è una chhatri indù, una piccola cupola, in cima alla parete triangolare, che viene ancora utilizzata come piattaforma per annunciare le eclissi e l’arrivo dei monsoni.

Usciamo alle 9:30 spaccate, come indica la meridiana (o forse sono le 9:30 e due secondi o le 9:29 e 58 secondi, vabbè insomma ci siamo capiti)

Ci mettiamo in coda per il vicino City Palace, residenza della famiglia reale ancora oggi. Due tipi di ingressi:

  • Standard: 500 rupie
  • Super mega ultra royal tour con accesso pure al bagno della famiglia reale: 2.500 rupie

Ovviamente scegliamo quello low cost, visto che di tutto il palazzo ci interessano 4 porte finemente decorate. Entriamo e le cerchiamo, mostrando alle guardie, all’ombra dei portoni, le immagini della guida.

Tutti ci rimbalzano, rimandandoci all’ingresso da 2500 rupie… paghiamo a malincuore una cifra che è decisamente sproporzionata per gli standard indiani. Vorremmo procedere liberi e felici, ma sfortunatamente è compresa una guida nel pacchetto.

Entriamo nel Chandra Mahal, il palazzo privato tuttora abitato dai discendenti della famiglia reale. La guida ci mostra stanze particolari, come la stanza d’inverno, interamente ricoperta di specchietti e vetri per poter essere illuminata con solo due candele. Davvero suggestiva!

Ogni stanza è diversa dall’altra sia per colore che per decorazioni, tranne l’esterno in cui domina il tanto odiato rosa.

Dalla torre riusciamo ad avere un ottimo colpo d’occhio su tutta la struttura. In cima si vede la bandiera della famiglia reale, che appare spiegata quando il Maharaja è nel palazzo, tuttavia, quando il re è assente, sull’edificio è issata la bandiera della regina.

Attraversiamo altre stanze in cui abbiamo un assaggio di come poteva essere la vita dei reali indiani, prima di essere spodestati.

Il tour prosegue, evitiamo nell’ordine i seguenti trappoloni:

  • Il bar dentro al palazzo: non capiamo se le bevande sono incluse quindi decliniamo gentilmente ogni offerta
  • La dimostrazione di pittura: bastaaaa!
  • Il negozio di pashmine: trappolone supremo dove probabilmente la nostra guida ha la percentuale più alta, vista l’insistenza di volerci far vedere a tutti i costi che la vera pashmina passa da un anello

Fieri di quanto siamo stati impenetrabili, veniamo però riportati alla realtà in brevissimo tempo. Arrivati nel cortile con le famose 4 porte, oggetto del nostro desiderio, troviamo decine e decine di persone, tutte rigorosamente con il biglietto base, a scattarsi selfies a ripetizione. Guardiamo bene ed in effetti si poteva entrare da una porta poco visibile che ci era sfuggita, presidiata da un indiano super baffuto e dall’aria minacciosa.

Pensavamo di essere stati furbi, ma abbiamo sottovalutato gli indiani. Scattiamo le nostre foto con l’amaro in bocca e 5.000 rupie in meno nel portafoglio. Sul Pitam Niwas Chowk, così si chiama questo cortile, si affacciano le quattro maestose porte, note come Ridhi Sidhi Pol, che rappresentano le stagioni.

Il Lotus Gate è l’estate, con un disegno continuo a fiori e petali, dedicata al Signore Shiva-Parvati.

Il Peacock Gate rappresenta l’autunno con motivi di pavoni sulla soglia ed è dedicata al Signore Vishnu. Oh, ci sono pure io nella foto.

Il Green Gate o anche chiamata Porta Leheriya che significa “delle onde”, il cui colore dominante è il verde, evoca la primavera ed è dedicata al Signore Ganesha.

Il Rose Gate, che simboleggia l’inverno con motivi floreali ripetuti e dedicata alla Dea Devi, non è stato fotografato da nessuno di noi. Ops!

Ci rituffiamo nelle caotiche, affollate e caldissime vie della città, tra barbieri nei parcheggi dei motorini e venditori di lassi (bevanda a base di yogurt, insaporita con spezie)… che già il nome è tutto un programma!

Troviamo un ristorante, che solo per il nome piace alla Vale, si chiama Ganesha, è molto spartano e a guardarlo scapperesti.

È un ristorante in cui vanno principalmente locali, quindi decidiamo di assaggiare il garlicnan. Guardando impastare, quello che sembra l’Abatantuono indiano, capiamo subito che il nan all’aglio sarà molto all’aglio! Quei cubetti bianchi sono tutti pezzetti di aglio.

Bisogna ammettere che è il migliore mangiato fino ad oggi! Il Ganesh Special no spicy è peperoncino puro, ci facciamo fuori 2 bottiglie d’acqua alla goccia!

Con una fiatella che potremmo uccidere Dracula, torniamo in hotel per il check out, saltando per questioni di tempo il bel palazzo del vento, che ammiriamo solo da fuori. Intanto Paolo fa la vedetta lombarda sbucando dal New (forse un tempo) hotel.

Con il nostro mitico Bobby ci rechiamo nei laboratori di artigianato sparsi per la città, non sono laboratori qualsiasi, la Vale li ha selezionati per sostenere il coraggio della tradizione e i loro valori.

  • Kripal Kumbh

Iniziamo con il regno della ceramica blu di Jaipur, in questo minuscolo negozio che si trova in una casa privata. Alla fine degli anni ’60 Sri Kripal Singh Shekhawat, conosciuto anche come il “padre della ceramica blu”, ha aperto il “Kripal Kumbh”. È l’unico produttore ed esportatore che produce ceramiche autentiche blu. Conosciamo la figlia e la madre che ci dicono che tutta la famiglia è stata addestrata dal “guru” in persona e che continuano questa tradizione anche ora che lui non c’è più. In un’era in cui i lavori fatti in serie stanno facendo scomparire le tradizioni, questa attività tiene testa alle macchine!

  • Salim’s Paper

Si trova a sud di Jaipur, a Saganer, centro artigianale di riferimento per questa parte di India. È una fabbrica di carta fatta ancora a mano, che annovera tra i suoi dipendenti il 40% di donne, situazione più che unica da queste parti e anche in alcune aziende italiane, direi. È possibile fare un giro all’interno dell’azienda senza nessun preavviso per constatare di persona la trasparenza di questi valori.

La storia di questo posto inizia con Salim Bhai, ora presidente di questa azienda, che ha iniziato in modo molto umile, in un piccolo capannone dove lavoravano tutti i suoi membri della famiglia, ponendo però le basi per quello che oggi è diventato il gruppo Salim’s Paper, che ora esporta in tutto il mondo. I valori umani sembrano essere davvero alla base di questa azienda che è associata ad una serie di organizzazioni sociali e educative e di beneficenza, avendo molto interesse per la sua comunità e per la parte più debole della società.

Appena entrati ci fanno subito sedere e il portinaio inizia a chiamare mezzo mondo.

Sono tutti stupiti ed eccitati di averci come visitatori spontanei e non portati a forza da qualche tour. Dopo 5 minuti arriva un dipendente che ci farà da cicerone lungo tutta la catena di produzione. La carta è ottenuta da scarti di tessuto ed è spesso decorata con petali o foglie, poi viene pressata.

Le donne sono numerose e le condizioni di lavoro sono buone per gli standard indiani.

Acquistiamo della carta da lettera con foglie e fiori pressati, conoscendo la Vale, ne farà sicuramente buon uso!

Toriamo tra le viuzze in cerca di un laboratorio di tessitura che però non troviamo… in compenso incrociamo sul nostro cammino un negozio di pasta (che si scuoce solo a guardarla).

Poi è il turno di un cammello (in effetti fa un po’ caldo) con tanto di carro con cerchioni in lega.

Ci viene fame guardando un carretto di biscotti e vaghiamo senza metà tra tantissime bancarelle colorate e animate esclusivamente da gente del posto, non molto abituata a vedere turisti. Ad ogni passo ci salutano tutti.

È ora di rientrare e di dirigerci verso la casa della famiglia di Deepak, che ci ospiterà nei prossimi giorni. A Jaipur ha aperto dieci anni fa una scuola per bimbi e ragazzi dai 3 ai 16 anni. Dopo un po’ di girovagare per trovare il posto giusto arriviamo davanti alla casa/scuola. Ci sistemiamo sul nostro divano letto e passiamo la serata a chiacchierare amabilmente sul tetto della casa, trasformato in un vero e proprio giardino da Deepak. Ridendo e scherzando (e mangiando) facciamo mezzanotte. Chiediamo loro una mano per scrivere a Pranavi, la cognata del nostro anfitrione a Delhi, “buon compleanno” in hindi, ne nasce una discussione tra moglie e marito si quale sia meglio, portiamo a casa le due versioni e ci penseremo domani, ora ci cala la palpebra. Siamo fortemente tentati di dormire sul tetto visto il caldo che fa…

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Mara Todde ha detto:

    Non ti piace il rosa???😱😱😱
    Questa mi giunge nuova…🤪🤪🤪
    Dai che scherzi 😂😂😂😂

    1. Pablo ha detto:

      Maledetta… te e quella malefica che ho qui a fianco… 😂😂

    2. la Vale ha detto:

      Solo tu puoi fargli cambiare idea, regalandogli un altro poncho rosa!

  2. Mara Todde ha detto:

    😂😂😂

    1. la Vale ha detto:

      Tutta colpa tua… il poncho rosa è stato deleterio!

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