RTW day 155: il Picasso di Pushkar

Leggendo sulle guide, Pushkar viene definita una città pura e sentendo parlare gli indiani, questa è la città più bella che esista. Sembra che all’ingresso della città ci sia una specie di posto di blocco, nulla di particolarmente sofisticato: una sbarra abbassata, un gruppo di uomini dentro una baracca e all’ingresso si paga un dazio simbolico di 5 rupie (13 centesimi di euro) con l’impegno di non portare dentro niente che sia impuro: alcol, droghe, uova e carne macellata (chiedo a Bobby se per caso nel bagagliaio ha uno stinco, giusto per sicurezza). Da questa porta si entra in una delle città sante dell’induismo!

È la teoria… poi la realtà a me appare leggermente diversa! La vera storia è che io questo posto di blocco proprio non lo trovo, anzi appena messo piede a Pushkar un tizio mi chiede se voglio hashish, marijuana o fumo… tiro dritta. Faccio due passi e il suo socio ha in mano una pietra per prendere a sassate una scimmia che gli ha fregato una banana ed è fuggita sul tetto di una casa. Questi dogmi imprescindibili per entrare nella città mi sa che sono andati a farsi benedire.

A prima vista mi sembra come tutte le altre città viste fino ad oggi: confusionaria, sporca, con vacche sacre magrissime ed escrementi ovunque, ma forse ciò che la distingue dalla maggior parte delle città del Rajasthan è il silenzio. Non il silenzio che intendiamo noi occidentali, ovviamente, ma l’assenza di clacson che suonano all’impazzata ad ogni ora del giorno e della notte. Come dice Paolo “questi suonano il clacson pure quando camminano!”. Ma qui no.

Ci stiamo per dirigere verso il centro, quando una coppia di viaggiatori ci suggerisce di tornare indietro, perché ci sono dei disordini nella piazza del mercato e non è sicuro recarsi lì. Le caste più basse stanno protestando e nella zona del mercato se le stanno dando di santa ragione con la polizia.

Ritorniamo al nostro hotel, siccome è ora di pranzo, un ragazzo ci accompagna attraverso un “passaggio segreto” che evita il centro ad un ristorante… nel camminare troviamo pure un corno di mucca sacra carbonizzato sul ciglio della strada. Inizio a sospettare che anche le mucche qui non se la passino bene… mi sa che si è sparsa la voce che Pushkar è pura, sono arrivate qui con tutto il parentado e poi sono rimaste fregate.

Capiamo che ci sono molte influenze di vari paesi, tra cui l’Italia, dai menù e dai nomi dei ristoranti. È possibile trovare gli immancabili piatti tradizionali della cucina indiana, ma anche i piatti cinesi, l’hummus tipico della cucina israeliana, addirittura la pizza e ogni ristorante promette un menù italiano, con tanto di cartello che cita “spaghetibolognasi“. Ma la carne no, dicono! Spiegami come fai il ragù alla bolognese senza carne? In effetti è il cameriere stesso a proporre birra, vino, o fumo…e ovviamente carne. Alla fine, anche a Pushkar si trova tutto. Paolo prende la pizza, io vado di hummus e pita, il cibo israeliano è tra i miei preferiti e svetta nella classifica appena dopo quello italiano.

Ripercorriamo la strada a ritroso e ci mettiamo in stanza, cerchiamo di capire maggiormente la ragione dei disordini: sembra che in tutta l’India ci siano dei disordini dovuti al fatto che gli “intoccabili”, i dalit, stiano protestando contro le discriminazioni che subiscono tutti i giorni e contro il sistema delle reservations, per cui ogni casta ha diritto ad una percentuale di posti di lavoro nell’amministrazione pubblica per legge. Anche a me, che credo ciecamente nella meritocrazia, risulta difficile accettare che sia una casta e una quota prestabilita (come le quote rosa in Italia) a definire l’accesso al posto di lavoro. I privilegi maggiori sono riservati, per nascita, alle caste più alte. Ora da un lato i dalit, che tradotto letteralmente vuol dire gli oppressi, “non tollerano più lo sfruttamento e il dominio delle caste elevate”, dall’altro i radicali hinduisti affermano di voler mantenere il sistema delle caste del Manudharma (leggi di Manu), perché non credono nell’uguaglianza delle persone. In realtà, leggendo qua e là, scopro che le caste sono state abolite dalla Costituzione nel 1950, ma sono ancora vive nella prassi quotidiana e la discriminazione dei dalit è ancora radicata nella società. Sembra di stare nell’America di Martin Luther King. Come finirà? Spero solo non mi arrivino bastonate in testa che non ho il turbante!

Nel pomeriggio il proprietario del nostro alloggio ci comunica che la situazione è tornata tranquilla e che possiamo girare in strada senza problemi.

Appena il sole dà un pochino di tregua andiamo ad esplorare questa città raccolta attorno ad un lago sacro, che si narra sarebbe comparso quando Brahma, assorto in meditazione, fece cadere un fiore di loto e dai petali del fiore sgorgò l’acqua che diede origine al lago di Pushkar. Da qui l’origine del suo nome “push” che significa fiore e “kar” mano. Brahma, il dio indù della creazione della terra, con quattro teste per simboleggiare la sua presenza in tutto il mondo, è una delle divinità induiste più venerate e qui sorge l’unico tempio a lui dedicato di tutto il mondo. Ed è proprio qui che noi andiamo come prima meta.

Arrivati all’inizio della scalinata, ci togliamo le scarpe e ci comunicano che la macchina fotografica deve essere lasciata all’ingresso. Non ci fidiamo molto, non vorremmo trovarne quattro al ritorno, e poi la cassetta di sicurezza è una scatola di scarpe. Brahma mi spiace ma sarà per la prossima volta! Intanto che ci rimettiamo le scarpe, Brahma getta la sua maledizione (che con 4 teste non gli è sfuggita la scena) e Paolo viene incornato da un toro, che si impossessa pure dei suoi sandali. Alla fine l’ha scampata Paolo con la testa dura che si trova!

Il ritmo regolare delle preghiere e il suono di tamburi e gong fanno da sottofondo nel nostro peregrinare da un tempio all’altro, in cui veniamo puntualmente rimbalzati, poiché l’accesso è vietato ai turisti e perché Brahma ci ha messo il veto. Questo fervore religioso riecheggia soprattutto verso tramonto, quando decidiamo di raggiungere il lago, dove i protagonisti sono le preghiere e i canti purificanti.

È proibito percorrere le scale che portano al lago con le scarpe, e per noi, farlo scalzi, tra le cacche di scimmie, piccioni, capre e mucche, è un’impresa. Infatti tempo due passi schiaccio qualcosa di umidiccio, ma non ho il coraggio di guardare e tiro dritta trattenendo il fiato per 10 minuti.

Saluto il mio amico Ganesha, che ormai non ne potrete più di sentirmi dire che mi sta simpatico, ma prima o poi vi racconterò anche il motivo…

Troviamo Bobby in riva al fiume e anche lui ci dice che Pushkar è la sua città preferita. Boh, mi sfugge qualcosa… io sto pensando solo “meno male ci stiamo un giorno solo”, anche perché qualsiasi tempio in cui cerchiamo di entrare è inibito agli stranieri.

Mentre sto per perdere le speranze, vedo l’unico Sikh che ho incontrato a Pushkar, seduto ad un banchetto intento a leggere. Mi attirano anche le sue scarpe, non proprio tipiche, e la sua lunga barba bianca. Vedo appesi molti dipinti e mi avvicino…

Ci mostra la sua arte per strada e ci dice che è felice di quello che fa. Dopo qualche domanda ci racconta un po’ di sé, che non ha mai seguito un addestramento formale e ha imparato attraverso la meditazione, così ci mostra la sua “anima” dipinta. Il suo vero nome è Sardar Kishan Singh Munawat, ma negli anni ’70 uno straniero lo chiamò Kikasso, in onore del famoso Picasso. Fino ad allora non aveva mai sentito parlare di Picasso, ma in seguito decise di cercare ulteriore ispirazione da questo grande maestro; in fondo, tutti noi dobbiamo cercare nella vita qualcuno da seguire. Fu allora che Kishan divenne Kikasso. Dopo esserci fatti raccontare tutta la sua vita chiedo se ha un dipinto di Ganesha: “certo che sì!” mi risponde.

Me li scruto tutti, uno dopo l’altro, e alla fine decido di premiare l’originalità è l’unicità di questo simpatico personaggio, che è riuscito a farmi amare anche Pushkar. Ci portiamo a casa un Kikasso originale a ben 1 euro. Il pittore mi concede anche una foto insieme con tanto di tela di Ganesha con il suo fedele tolopolino stilizzato.

Un po’ come il Garpez, ma meno ingombrante di una gamba.

Essendo sottile come un foglio mi porto a casa sia il famoso Buddha dormiente del Vietnam (la cui vicenda potete leggere qui), sia il Ganesh firmato Kikasso dall’India. Così, furba come una faina indiana, ho aggirato il veto del mio consorte visto che ci stanno tutti e due comodamente in valigia. E il mio “vedremo…” di qualche settimana fa, ha avuto la meglio!

Continuiamo a camminare lungo la via principale, che in realtà è un unico, lunghissimo bazar, dove si vende qualsiasi articolo possa stuzzicare la fantasia dei viaggiatori hippies. È quasi ora di cena e le spezie invadono le strade.

Qui capiamo perché il tuk tuk è il mezzo di trasporto più diffuso. Devi cambiare la gomma? Hoplà, ribalti il carrozzone sulla saracinesca del primo negozio e via!

Ritorniamo al lago per vedere la zona illuminata dal tramonto e le luci delle abitazioni e dei ristoranti che si riflettono sul lago. Vedo numerosi hippies occidentali che ballano per la strada. In effetti ci sono meno clacson e la gente è più peace and love, l’atmosfera è rilassata e tutti quelli che vedo sembrano essere in armonia con il mondo.

Però non mi finisce di convincere questa città. Silenziosa, ma pur sempre caotica come l’India ci ha abituati, o quasi abituati, o per nulla abituati, sin dal primo giorno: fangosa, con l’odore pungente delle fogne a cielo aperto che si mischia a quello dolce dei fiori per le offerte religiose, poi cammelli, scimmie, mucche, capre, che gironzolano tranquillamente e ogni tanto fanno uno spuntino con la spazzatura che trovano per strada, lasciando qualche ricordino per quando devo camminare scalza.

Ma anche qui siamo riusciti a trovare un’umanità unica e Kikasso è la perla di Pushkar senza dubbi. Domani si riparte, e ci lasceremo alle spalle Pushkar, mentre faremo rotta verso Bundi. Visto che tutti ce l’hanno sconsigliata, sarà bellissima!

Una scritta su un muro mi ricorda la cosa più importante: “sii felice”.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. ros ha detto:

    Vale nella foto sei bellissima! così come il tuo Kikasso !!! Diciamo che è ora e puoi darti a qualche piccolo acquisto.

    Allora io sto iniziando a stendere il questionario….solo le prime 100 domande che mi vengono in mente….solo 50 a testa!

    vi lovvo ragazzi….
    un grande abbraccio (silenzioso….vista la città)
    ma un pò più profumato!

    1. la Vale ha detto:

      Grazie!! 😍 Piccolo perché ho il rottweiler sempre alle spalle. Come 100 domande?! 😱😱
      Un abbraccio anche a te, non ti assicuro profumato!

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