RTW day 156: un buon dì a Bundi

A Bundi difficilmente ci capiti per caso, è una scelta intenzionale che spesso implica il dover rinunciare ad altre tappe, infatti tanti turisti ne ignorano addirittura l’esistenza. Il fatto che questa città fosse piuttosto sconosciuta alle dinamiche delle grandi folle di visitatori ci ha attirato, perché ci piacciono i luoghi dal sapore autentico e incontaminato. A Bundi si viene catapultati in un altro tempo e in altro mondo, un luogo leggermente più lento, ma non troppo, rispetto al resto del Rajasthan. Questa città divenne la capitale di un regno indipendente, chiamato Hadoti, nel corso del XII secolo. Solo nel 1947 fu annessa allo stato del Rajasthan.

Bundi si trova ai piedi di una grande collina rocciosa, dal versante la sorvegliano il Forte Taragarh, conosciuto anche come Forte delle Stelle, e il Palazzo Garth, che offrono una vista meravigliosa sui rilievi Aravalli e su quella che un tempo era conosciuta come la cintura dell’oppio.

Decidiamo di spingerci fino al Forte di Taragarh, che domina tutta la città con imponenza e con le sue lunghe mura. Leggo le avvertenze sulla guida: “procuratevi un bastone per farvi largo tra la fitta vegetazione, sostenere le ginocchia durante la ripida salita e tenere a bada gli aggressivi macachi”. E poi?! Eeeh, che esagerazione.

Arrivati davanti all’ingresso cosa vedo? I bastoni!

Guardo il mio Lancillotto ed esclamo: “Senti Paolo, facciamo che vediamo il palazzo e il forte ce lo gustiamo dal basso, che a me fare il giustiziere della notte non mi ispira mica tanto!”

L’accesso al palazzo e al forte è il medesimo, entriamo dalla maestosa Porta dell’Elefante, la Hathi Pol, che culmina con due elefanti che si guardano e ci lascia senza fiato anche per la sua altezza.

Superata la porta troviamo le temibilissime scimmie intente a spulciarsi… in effetti una ha una faccia palesemente incazzosa e accigliata, fortunatamente non ce l’ha con me, ma con un cane che gli gironzola intorno.

L’interno è diroccato e decadente quanto basta per i nostri gusti; scale, labirinti, cunicoli e sotterranei rendono questo edificio irresistibile ai nostri occhi e alle nostre macchine fotografiche. Fu descritto dal celebre scrittore Rudyard Kipling come “un’opera di folletti e non umana”, questo straordinario palazzo, in parte fatiscente, sembra venire fuori dalla roccia stessa su cui sorge.

Nonostante molte parti siano tutt’oggi chiuse e lasciate in balia dei pipistrelli e dei piccioni, le scale conducono a diverse sale , che conservano pregevoli dipinti murali, alcuni purtroppo alquanto danneggiati, altri splendidi, dove il color turchese e il verde acqua prevalgono su tutte le altre tonalità.

Per fortuna c’è anche una mappa del palazzo, altrimenti mi sarei già persa, invece ora sì che vado a colpo sicuro!

Mentre giriamo con la faccia all’insù, un po’ di scimmie iniziano ad azzuffarsi, proprio davanti ai miei piedi, il guardiano mi dice: “Miss, no problem, go!”… magari faccio il giro largo, che mi manca solo la smozzicata della scimmia e in questo viaggio poi le abbiamo collezionate tutte!

L’architettura del palazzo nel suo complesso è in perfetto stile rajput e si adatta meravigliosamente alla morfologia della collina su cui sorge. Da queste cupole e logge, ormai annerite dal tempo, si domina tutto il centro abitato sottostante.

Vista dall’alto Bundi sembra la città blu… ma non avendo ancora visto i muri di Jodhpur, dipinti del colore imperiale, non abbiamo un termine di paragone con la città blu indiana per eccellenza.

Nel labirinto di cunicoli sotterranei che unisce il forte al palazzo si narra che sia custodito un tesoro scomparso, che gli stessi regnanti di Bundi potevano vedere una sola volta nella vita, solo dopo essere saliti al trono. Ed è proprio da uno di questi passaggi segreti che arriviamo ad un bellissimo giardino.

Vuoi non metterci un Ganesha dipinto sul muro sempre pronto e vigile?

Saremmo già soddisfatti così, eravamo già in brodo di giuggiole davanti alla “Porta dell’elefante”, ma decidiamo di vedere un famoso pozzo a gradini, così ci ributtiamo nel traffico di Bundi, dove compaiono anche i cinghiali a renderlo più agevole e scorrevole.

Girovaghiamo tra le viuzze che sembrano non portare da nessuna parte, ma che in realtà ci catapultano un po’ nel passato.

Sparsi per la città ci sono una sessantina di splendidi baori, pozzi a gradini, scegliamo di vedere quello che a “naso” ci sembra il più suggestivo: il Pozzo della Regina, Raniji-ki-Baori, profondo 46 m e con belle incisioni, tra le quali è possibile riconoscere raffigurazioni di Vishnu.

Come molti altri pozzi, anche questo purtroppo ha perso parte del suo fascino, perché si è prosciugato in seguito all’abbassamento della falda acquifera. Questo luogo è comunque degno di nota, anche se lo visitiamo per soli 10 minuti perché ci hanno venduto il biglietto mentre il cancello stava per chiudere. Riusciamo comunque a schiacciare tutte le cacate dei piccioni, che qui sono grandi come condor, e ci ributtiamo nel casino della città.

Mangiamo in un ristorante, gestito da una famiglia locale, sulla riva del lago Nawal Sagar. Lago prosciugato. Con l’immancabile spazzatura in bella vista. Ordiniamo alle 18:30 e la cena arriva alle 19:30… non abbiamo fretta, ma con al calar delle sole si alzano in volo zanzare in massa, in sella ai tuk tuk anche loro, per cenare a base di italiani. Tutti belli bitorzoluti torniamo in hotel.

Nelle botteghe c’è chi approfitta della temperatura serale, leggermente più clemente, per lavorare.

Quando si sente parlare della “Terra dei Re”, ovvero del Rajasthan, i primi luoghi che vengono in mente sono Jaipur, la città rosa, Jodhpur, la città blu, Udaipur, la città bianca, Jaisalmer, la città d’oro; mai si sente parlare di Bundi… eppure questa città ci ha lasciato senza fiato, avvolta da una magica atmosfera di un antico splendore.

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