RTW day 158: Begu, il forte che non c’è

A Bundi abbiamo alloggiato in una haveli ristrutturata. Una delle particolarità di queste “case” sono le porte: più basse del dovuto, perché un tempo, quando si entrava in casa, bisognava fare un inchino in segno di rispetto e riverenza. Mi scatto una foto davanti allo specchio che per 2 giorni ha visto riflesse tante di quelle zuccate che ora sono più alta di 10 cm con tutti i bernoccoli che ho. Per poco non tiro giù pure la porta…

Incontriamo Bobby nel punto della “quasi-strage” di ieri (qui la cronaca) e ritrovo, puntuale con il suo sorriso, esattamente nella stessa posizione, il bimbo con cui ieri avevo iniziato una conversazione dalla finestra. Stavo proprio pensando che mi sarebbe piaciuto salutarlo e lui è lì che se la ghigna, forse perché gli è tornata in mente la scenetta della cacca della mucca sacra o forse, semplicemente, perché é una di quelle persone meravigliose che sorridono, punto.

Adoro questi incontri, queste alchimie, anche se fugaci! Gli mando un bacio con la mano, lui ricambia e ripartiamo, meta: Begun. Città scelta abbastanza casualmente poiché a metà strada tra Bundi e Chittorgarh. Trascorreremo la notte proprio nel Fort Begu, per tirare un po’ il fiato e per concederci, dopo tanto tempo, un posto più carino dove dormire.

Google Maps ci porta letteralmente nel nulla. Paolo, con un atto di umiltà che mi spiazza, suggerisce incredibilmente di chiamare l’hotel, ma a questo giro ci pensa Bobby, in rappresentanza della categoria degli uomini, a rifiutare categoricamente: camminerebbe sui carboni ardenti piuttosto che chiedere un’informazione stradale. Quando siamo quasi giunti nel deserto del Gobi e abbiamo anche scavallato in Mongolia, per giunta in riserva sparata, il nostro amico si convince a tirar giu il finestrino (con la manetta che cigola, come da copione di tutti i film) per chiedere dov’è il Forte di Begun. A vedere dalle espressioni sembrerebbe non lo conoscano nemmeno qui, ma pur di negare un’informazione, da bravi maschi alfa, sparano una direzione con i dadi.

Inizio a pensare che non esista, non compare né sulla Lonely Planet, né su nessun altro sito di viaggio o blog… provare per credere.

Ormai le nostre bottiglie d’acqua si sono trasformate in brodo e gli avvoltoi iniziano a volteggiare minacciosamente sopra di noi. La strada diventa da sterrata a sterratissima e di cartelli neanche l’ombra. Se volevamo un posto fuori dalla rotta classica l’abbiamo trovato!… In teoria. In pratica, lo stiamo ancora cercando.

Finalmente i due uomini su questa auto si convincono a tentare l’ultima opzione, accettando che l’onta della vergogna cada su di loro, chiamando l’hotel. Bobby concorda una staffetta motociclistica e in effetti un ragazzo ci aspetta al primo incrocio per scortarci fino al forte. Tutti e tre veniamo accolti calorosamente dai proprietari: una famiglia di origine nobile, ormai decaduta, ma desiderosa di riportare le sue proprietà agli antichi fasti. Ci assicuriamo che anche Bobby abbia una buona sistemazione per la notte, visto che in zona non c’è altro posto e non vogliamo che guidi per ore sotto il sole in cerca di un alloggio; gli viene assegnata una stanza gratuitamente, vitto compreso. È stranito, ma contento di stare un in luogo inconsueto come questo e soprattutto tranquillo, come piace a lui.

Ci accoglie Mr Singh, ex ministro del Rajasthan. Caratteristica chiave: loquacità estrema. Ci presenta il figlio più piccolo Ajay, direttore dell’hotel, e Mac, responsabile dell’intrattenimento degli ospiti. Già con i nomi sono andata in confusione e non ho capito chi fa cosa.

Il Fort Begu, nel cuore di Begun, risale al 1430 ed è esattamente lo specchio di questa famiglia: nostalgico, decadente e splendido. La parte in cui si trovano le camere è ristrutturata molto bene. Siccome gli unici ospiti siamo noi (forse perché gli altri non sono mai riusciti a raggiungerlo vivi), ci assegnano la suite in cinema alla torre. Un luogo da mille e una notte al prezzo di un ostello a Milano. La nostra stanza è perfetta, c’è anche un angolino con lo scrittoio, una piccola libreria, le abat-jour sono vecchi elmi da battaglia e soprattutto niente bacarozzi. All’esterno spiccano le scagazzate di piccione stile campo minato, il pavone che è più mattiniero dei nostri galletti e il palazzo del principe e della regina che sembrano sempre sul punto di crollare.

Pranziamo con piatti rigorosamente della tradizione familiare. Ovviamente piccanti, ma estremamente gustosi. Elemento chiave: il campanello sul tavolo, che non serve tanto per chiamare il cameriere (cosa che mi rifiuto per principio di fare), ma per far smettere di parlare Mr. Singh, visto che in dieci minuti ci ha raccontato quasi senza prendere fiato tutta la sua vita, commentando ogni singolo quadro appeso nella sala da pranzo. E allora scampano di maledetta!

Mr Singh ha 4 nomi e tutte le volte ci chiede di ripeterli; siccome ci ha confidato che, da giovane, lui era soprannominato il Marlon Brando indiano (?!), io lo chiamo Marlon che mi va pure in brodo di giuggiole!

In realtà quello che mi fa letteralmente impazzire è un suo antenato con lo sguardo spiritato all’Abatantuono nella parte del mago di Segrate.

Trova le differenze…

Sazi, ci ritiriamo nella torre. Il programma reale prevede: ore 16:00 visita con Mac ai palazzi contigui prima che crollino, ore 17:00 visita al tempo di famiglia, al cenotafio e soprattutto tramonto al palazzo sul lago con Ajay. Scatta l’ora X e si alza un vento fortissimo, vola la sabbia e piove, ci dicono inusuale per questa zona di Rajasthan. Per noi no, potremmo far nevicare nel deserto… e qui poco ci manca. Aspettiamo che la fine del mondo si plachi e ci addentriamo nella parte non restaurata e non adibita ad hotel. Incontriamo Bobby che si stiracchia post pennichella.

Saliamo le scale che portano al Palazzo del Principe, si intravedono dei dipinti. Sono coperti di polvere e non hanno i colori molto vividi, ma Mac ha l’arma segreta: lancia una secchiata d’acqua sopra gli affreschi! Io quasi svengo… Paolo ha gli occhi fuori dalle orbite.

Nel bagno del Principe fanno capolino anche dei disegni erotici. Anvedi il principino!

Molti affreschi sono stati coperti negli anni da una vernice bianca, “è un peccato, ci vorrebbe un bravo restauratore”, dico io. Ma c’è Mac, che te ne fai di un esperto delle belle arti? Con il bordo di un barattolo di metallo scrosta la vernice bianca in superficie… trascurando il rumore simile a quello delle unghie sulla lavagna, io ho bisogno della mascherina dell’ossigeno dell’aereo e Paolo rincorre gli occhi che gli sono caduti sul pavimento decorato, anch’esso riportato a nuova vita con una secchiata d’acqua, ovviamente!

Visitiamo anche il pozzo antico, dal quale sbucano tunnel segreti che fornivano il duplice vantaggio di una via di fuga in caso di pericolo e la possibilità di rifornire il forte di armamenti e risorse in caso di assedio.

Qui conosciamo il muratore-capo che sta ristrutturando, un mattone alla volta, il Palazzo della Regina; fa parte della stessa scuola di Mac quindi non vi sto a spiegare lo scempio. I muri sembrano un minimo storti, ma chi siamo noi per giudicare? Magutti bergamaschi? In fondo il Palazzo del Re in cui siamo noi ha retto alla grande!

Arrivano le 17:00 e Ajay con la sua jeep vintage ci porta a visitare gli altri luoghi di famiglia.

Ogni volta che incontra un anziano, probabilmente discendente dei servitori del re, si ferma e saluta a mani giunte. Vediamo uno spaccato chiaro di quanto il sistema di caste sia ancora molto diffuso e accettato dalla società, almeno in questo piccolo villaggio. I figli dei servi saranno servi e vivranno in capanne; i figli dei re saranno ministri e business men e vivranno a palazzo. Anzi alle nuove generazioni rode anche un po’ lavorare, il nostro amico ci confida: “noi siamo nati per governare, non per fare affari!”. Sembra che la vecchia nobiltà non si sia rassegnata e ci speri ancora, anche se non si può proprio dire che se la passi male, visti i privilegi di cui gode ancora. Ci consola il fatto che la struttura dove alloggiamo impieghi personale locale come cuochi, giardinieri, guardie e che il successo di questa iniziativa turistica sembri portare benefici a tutti. Passiamo velocemente per il tempio e per il cenotafio di famiglia, per poi dedicare più tempo al palazzo sul lago.

Per giungere al Palazzo Rajgarh, sul lago omonimo, si passa in mezzo ad un lussureggiante frutteto, che un tempo era riserva di caccia. Al termine della strada, tutto ad un tratto, appare questo palazzo sul lago, collegato alla terra da un ponte ad archi molto suggestivo.

Il bellissimo palazzo e il tempio di Shiva furono costruiti nel 1630, come luogo di villeggiatura dei regnanti. Durante la stagione invernale il lago raggiunge il livello del ponte tanto che ci si possono lavare le mani restando sulle sue arcate.

Sono le 18:00 e dovrebbe esserci il tramonto, come da mesi a questa parte, visto che non piove da un secolo, ma oggi nuvoloni carichi di pioggia hanno fatto un’inusuale comparsata. Non ci abbattiamo, perché il tutto rende l’atmosfera di questo luogo ancora più affascinante.

Qui veniva il re a deliziarsi con le concubine (e Ajay rosica pure qui, no regno no party) in una infinity pool ante litteram e in stanze che si affacciano sulla campagna tranquilla e sull’immenso lago. Anche qui Ajay progetta di creare delle stanze, ma per ora ci ha organizzato un piccolo aperitivo in cima alla torre più alta.

È ora di cena, i ragazzi smontano tutto e chiudono il palazzo, che ripiomba nell’oscurità, da cui era riemerso per qualche ora.

Prima della cena scatta un’altra chiacchierata da protocollo con il capo famiglia nel chiostro: il posto è illuminato solo da lanterne e ci incanta… mentre il nonno completa l’opera e ci ipnotizza a parole.

Per fortuna dopo mezz’ora arriva Mac a scampanellare, il nonno si placa solo dopo una cerbottanata di curaro e noi ceniamo a lume di candela nel giardino del palazzo! A corredo foto orrenda, ma questa passa il convento… anzi, il forte.

Ci buttiamo a letto ancora increduli della perla che abbiamo scovato e contenti di esserci confrontati con un’altra realtà, sicuramente più privilegiata, ma comunque parte integrante dell’India, determinata a difendere il proprio glorioso passato dall’oblio.

Pensavamo di aver prenotato una camera di un hotel e ci siamo ritrovati in un’esperienza unica, un po’ stramba e con qualche contraddizione, ma sicuramente da ricordare. Una fiaba di una notte, con i suoi personaggi strampalati e unici, una sorta di isola che non c’è, fuori dalle dinamiche delle grandi città indiane in continuo fermento sociale. Una realtà che, a tratti, ci ha messo in imbarazzo da quanta ospitalità ci ha riservato, nel suo sforzo disperato di sopravvivere al tempo e al cambiamento che avanza veloce.

Chiudo gli occhi mentre ripenso a quelle bambine che ci hanno seguito per mezzo villaggio, scalze e sorridenti, incuriosite da noi e dalle foto che scattavamo ai monumenti… fino a quando anche loro hanno chiesto di comparire sullo schermo della nostra macchina fotografica.

Si sono fatte serie per mettersi in posa, ma qualcuna è scoppiata comunque a ridere. Io le preferisco spontanee, che ci salutano per l’ennesima volta , e bellissime.

Questa è l’India: un paese di contrasti, dove ciascuno ha un certificato in tasca che riporta a chiare lettere la propria casta, per tutta la vita e non c’è modo di uscirne. Nonostante siano state abolite dalla costituzione.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. ros ha detto:

    posti e foto bellissimi…..grazie ai ricercatori di perle!

    1. la Vale ha detto:

      Sempre alla ricerca di perle….

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