RTW day 159-61: verso Jodhpur tra forti e templi

Partenza prevista alle ore 9:00, ma da protocollo reale non possiamo partire senza che Mr. Singh ci abbia attaccato bottone pure a colazione. Foto di gruppo a memoria immemore, e veniamo tenuto in ostaggio un’ora per suggerimenti con la pala sugli hotel e sui ristoranti di Udaipur, sempre con la premessa: “ditegli che vi manda Mr. Singh!”.

Ormai è tempo di andare, l’ego di quest’uomo ha invaso ogni angolo di questo posto e noi non ci stiamo più dentro. Per carità, ospitali ma un po’ troppo autoreferenziali.

Proseguiamo verso un’altra città, Chittorgarh, tra strade disastrate e villaggi remoti. Il passato di questa città è uno dei capitoli più emozionanti nella storia indiana: racconta la saga di innumerevoli assedi e l’eroismo dei suoi combattenti, che hanno trasformato Chittorgarh quasi in un mito. Uno dei tanti racconti ambientati tra le mura della fortezza e nei palazzi ormai in rovina, riguarda Padmini, rani (regina) di Chittor. Il suo pappagallo decantò la bellezza della donna e la notizia si sparse in molte parti dell’India. Il sultano di Delhi, incuriosito dai racconti sul fascino di Padmini, partì con il suo esercito e inviò un messaggio al marito di Padmini, con il quale gli comunicava che avrebbe risparmiato la città in cambio della regina. Si arrivò ad un compromesso: il sultano, disarmato, poteva guardare l’immagine di Padmini riflessa in un lago e così fu. Successivamente, un messaggero informò il sultano che Padmini in persona sarebbe giunta da lui, in realtà si trattò di un agguato dell’esercito di Chittorgarh. Nella battaglia che seguì, Chittor però perse i suoi migliori guerrieri: la città non poteva resistere a lungo, ma la resa era impensabile per i Rajput. Per tre volte (nel 1303, nel 1535 e nel 1568) Chittorgarh subì l’attacco di nemici molto più forti e ogni volta i suoi abitanti preferirono la morte al disonore, scegliendo di compiere il “jauhar“: dopo aver indossato gli abiti color zafferano del martirio, gli uomini uscirono dal forte per andare incontro a morte certa, mentre le donne e i bambini si immolarono su grandi pire funerarie.

La storia di questo luogo incarna tutto il romanticismo, l’epica e la drammaticità della cultura tradizionale indiana e occupa un posto speciale nel cuore di molti rajput, tanto che Chittor viene ancora nominata quando gli uomini impegnano la loro parola con una stretta di mano.

Dopo aver letto questa storia non vediamo l’ora di entrare nelle mura di questo luogo ricco di fascino che aspetta solo di essere esplorato. Visto dal basso il forte si erge dalla pianura su una gigantesca roccia e con pareti rocciose su ogni lato, non a caso è il più grande complesso difensivo di tutta l’India. Come sempre non esiste la mappa di questi posti, quindi procediamo a naso, sotto il sole cocente, visto che, per ascoltare i consigli e le storie del buongiorno di Mr. Singh, siamo riusciti a partire solo alle 10:00 (grazie ad una scampanellata) e siamo arrivati sotto il sole di mezzogiorno. Bobby poi sembra avere il terrore di scassare gli ammortizzatori, e ad ogni buca quasi scende a spingere la macchina. Meglio così che pazzi che vanno 100 all’ora, eh! Però i tempi di spostamento ne risentono.

Bobby ci scarica in un parcheggio, e dopo 15 minuti, tra fiumane di tuk tuk che ci vogliono caricare e persone che vogliono un selfie, arriviamo al Gora Badal Palace, un palazzo in rovina, antica residenza degli eroi leggendari che hanno combattuto difese di questo forte in tempi remoti.

Oggi ospita un tempio Jainista, quindi entriamo, rigorosamente a piedi nudi sulle pietre ustionanti. Assistiamo ad un rito religioso: una sorta di sacerdote è in preda all’euforia in stato di trance. Urla e si percuote, mentre tutti assistono.

La Vale mi va in sbattimento visto che ha appena mangiato dei dolcetti offerti da un fedele e, vedendo il santone, ora teme siano allucinogeni. Ci defiliamo a rito concluso… Non vediamo ancora draghi volanti, quindi tutto a posto. Ci dirigiamo verso il Gaumuk Kund, un bacino di acqua attorno al quale sorgono templi induisti, cenotafi e una torre a memoria delle vittorie dei popoli che qui abitarono attorno al 1400.

Siamo a secco di acqua e di energie. È tempo di ripartire verso un’altra città, Udaipur, dove faremo una fugace tappa. Udaipur è chiamata “la Venezia dell’India” e quindi noi la saltiamo a piedi pari, ci passeremo solo la notte.

Il giorno seguente lasciamo Udaipur quasi senza lasciar traccia. Venezia batte Udaipur: 10-0. Bisogna stare attenti ai paragoni, perché poi si creano delle aspettative davvero alte. Una foto a testa è tutto quello che abbiamo di questa città. Un panorama dal tetto di un ristorante…

… e una particolare statua con i denti da castoro.

E qui si capisce quanto siamo complementari, uno ha la visione d’insieme e l’altra dei particolari! Squadra che vince, non si cambia.

Prima di lasciare la stanza ci accorgiamo di una guida in una nicchia: Nepal… ci chiama da un po’, sfogliamo le sue pagine e meditiamo sulle prossime mete!

Ci fiondiamo a Kumbhalgarh. Prima di scriverlo e pronunciarlo giusto, senza riempire di sputazzi la Vale, ho dovuto studiare un tomo in sanscrito antico. E a proposito di paragoni, anche ciò che vedremo questa mattina ha un ben noto concorrente che si trova in Cina. La muraglia del Forte di Kumbhalgarh, che attraversa tutta la fortezza è considerata la più lunga parete del mondo subito dopo la grande muraglia cinese. Ed è per questo che anche conosciuta come “la grande muraglia dell’India”. La parete si estende per una distanza di 36 km e il camminamento è abbastanza largo da ospitare otto cavalli al passo. È possibile percorrere a piedi l͛intero circuito, ma è stato calcolato che ci vogliono almeno due giorni. Non fa per noi.

Entrati dalla porta principale ci sono due opzioni:

  • a sinistra si sale per il Forte
  • a destra si seguono le mura su per la collina

Noi dove siamo andati? Basta vedere dove si trova il Forte in questa foto.

Eh si, perché alla Vale viene l’idea del secolo… perché salire direttamente al forte quando sei carico di energie, quando puoi camminare per 3 chilometri lungo la muraglia, senza sapere cosa troverai dietro quella maledetta collina? Il fatto che nessuno, dei pochi turisti che ci sono, vada in quella direzione fermerebbe chiunque, ma lei no.

Ci accorgiamo presto che è tutto un finto piano, dopo pochi metri anche le mura salgono con una bella pendenza.

Una volta arrivati in cima alla prima altura, devo ammettere che la mia volpe del deserto ci ha beccato anche a questo giro. La muraglia ridiscende sinuosa dalla collina, creando giochi e geometrie che non ci fanno distogliere lo sguardo e ci verrebbe voglia di percorrerla tutta davvero. Sembra di camminare sulla schiena di un enorme drago, talmente vecchio che non accenna neanche un movimento.

Non riusciamo a vedere la fine della muraglia che si perde in un panorama sconfinato.

Ci saranno 45 gradi, ci bagnamo la testa, siamo tentati di proseguire, ma la successiva altura ci sembra troppo lontana. Ovviamente la volpe manda sempre in avanscoperta me, per vedere se il panorama è interessante.

Dal fondo di una scalinata di 4 milioni di scalini ripidissimi la fotografo mentre cerca il suo equilibrio interiore. Io invece mi cerco un nuovo polmone per rifarmi tutti i gradoni e risalire.

Questo posto entra di diritto tra i top 10 dell’India!

Torniamo verso il forte, che visto da qui sembra ancora più bello, anche se qualche nuvola copre il sole cocente (bene!). Non avremo portato la pioggia pure qui?

Però sto forte è molto lontano e molto in alto… provo a cercare una scorciatoia in modo da salire direttamente dalle mura, nonostante la mia dolce metà sia contraria, perché non vede vie d’accesso. Vedo una biondona che sta cercando di fare lo stesso e mi accodo, mentre la Vale mi lancia la sfida per chi arriva prima. Purtroppo finisco in un vicolo cieco e la biondona è pure sparita (un miraggio?). Sono costretto a zompare giù da un muro di due metri e a correre come un matto per arrivare prima della mia consorte, ma niente da fare. La trovo bella riposata davanti al portone principale e sento una vocina… “chi è lo re?”…

Arriviamo in cima al palazzo con la lingua di fuori e ci sediamo per riposarci all’ombra delle cupole. Da qui, con il cielo sereno, sembra si possano avvistare le dune del deserto del Thar… intanto lascio alla Vale l’onore di far da vedetta e io me ne sto ben ancorato alla balaustra, che io e gli strapiombi non andiamo d’accordo.

Appena dico alla Vale: “ti faccio una foto, il cielo si è proprio aperto sopra di te!” Tempo zero sento un tuono. Siamo riusciti nell’impresa pure qui!

Corriamo giù verso il parcheggio, prendendoci pure qualche scroscio di acqua e rischiando di slittare ad ogni passo.

Siamo di nuovo in marcia, destinazione Ranakpur e il suo famoso tempio Jainista. Arriviamo nel tardo pomeriggio, quindi la visita slitta a domani. All’alba? Eh no, visto che per i turisti il tempio apre dalle 12:00, sotto il sole cocente. Grazie, troppo buoni.

Quindi passiamo la mattina seguente in completo relax forzato, dopo mesi di trottolamento ininterrotto. Ma già i piedi scalciano per uscire! Quando il sole è nel punto più alto noi ci troviamo all’ingresso. Via le scarpe, via l’acqua (proibitissimo portarla nel tempio). Sembriamo due discepoli di Giucas Casella che camminano sui carboni ardenti. Io procedo sui talloni, che dopo un mese di sandali in India sono duri come il cuoio, la Vale cammina come Carla Fracci e finisce per ustionarsi gli alluci anche oggi. Già abbiamo le gambe gonfie come quelle dell’elefante della foto qui sotto, ci mancavano pure le piante dei piedi brasate!

Il fondamento principale di questa religione è la non violenza o ahiṃsā, perché i Jainisti affermano che è proprio attraverso la violenza che viene prodotta la maggior quantità di karma negativo. Per violenza si intende sia violenza fisica, che di pensiero o di parole. La non violenza viene applicata non solo alle persone ma anche a animali, piante, fino alle forme di vita più sottili e invisibili presenti nell’acqua o nel fuoco.

I Jainisti sono monaci o monache, camminano a piedi nudi e talvolta spazzano con una piccola scopa di fronte a loro per non calpestare inavvertitamente un insetto. Vestono di bianco e qualcuno porta una mascherina sulla bocca e sul naso per non respirare o ingoiare inavvertitamente qualche insetto.

Peccato che la Vale ha appena spatarrato una zanzara e, rendendosi conto subito del gesto inappropriato, esclama: “ops, mi sono dimenticata, ma mi ha punto la stronza!” Ecco… porterà sfiga?

Siamo in cerca di un soffitto particolarmente elaborato che abbiamo visto in una fotografia, ma dopo mille giri ancora non lo abbiamo visto. Sono tutti stupendi, ma del nostro nessuna traccia.

Passiamo anche per un tempio minore a poca distanza. Qui ci sono rappresentazioni del kamasutra (che per vederle finisco di brasarmi i piedi), ma niente soffitti elaborati. Chiediamo ad una guida che ci rimanda al tempio principale. E ora? Già al primo ingresso ci avevano perquisito manco stessimo per entrare in un sito super segreto! Recuperiamo un’audioguida al volo e fingiamo di essercene dimenticati al primo giro… funziona… ci riperquisiscono di nuovo da capo a piedi, ma ci lasciano rientrare e il disegno che cerchiamo è proprio a due metri dall’ingresso! Mannaggia alla Vale e alla sua avversione alle audioguide, che ci avrebbero risparmiato una brasata ai piedi!

Il disegno è elaborato è davvero notevole, sembra lavorato a uncinetto ed invece è scolpito!

È l’una passata e stiamo morendo di fame, invitiamo Bobby per una pizza in un ristorante pseudo-italiano che abbiamo visto sulla strada. Ne approfittiamo per conoscerlo meglio, siamo insieme ormai da un paio di settimane, ma sappiamo poco di lui. Ha moglie e due figlie che vivono a Dharamsala, famosa per aver ospitato il Dalai Lama in esilio. Lui lavora e vive a Delhi e torna a casa ogni due mesi circa. Ci spiega la sua visione delle caste e ci sembra abbastanza critico sulle proteste dei Dallit di questi giorni. È contento di avere solo figlie femmina, perché sostiene che accudiscano meglio i genitori anziani e non gli ciulano l’eredità… pragmatico il nostro Bobby!

Ripartiamo sazi e arriviamo a Jodhpur, la città blu, in serata. La guesthouse che ci ospita ci permette di scegliere tra due stanze:

  • Stanza grande con rumore di clacson continuo che sembra di avere un tuk tuk in bagno
  • Stanza piccola con rumore di clacson continuo che sembra di avere un motorino nell’armadio

Scegliamo la prima sperando che agli abitanti di questa città non piaccia fare le ore piccole.

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