RTW day 162: mille Jodhpur blu

Ci alziamo presto per arrivare al forte ad un orario umano, visto che alle 9:00 qui il sole picchia come alle 13:00. A ferragosto. A Milano. Con l’olio d’oliva spalmato addosso. Paolo decide di ordinare il suo primo lassi, bevanda indiana a base di yogurt, usata per contrastare gli effetti del piccante. Ma cucinare i piatti meno spicy, no? Va beh, in un attimo di ripensamento per contrastare gli effetti del lassi-tivo ha preso quello alla banana. Se non dovesse funzionare, vorrà dire si farà la salita che porta al Forte correndo, in cerca di un bagno.

La fortezza vista da quaggiù è decisamente imponente, pare nascere direttamente dalla rupe sulla quale si innalza. Iniziamo a scarpinare, ma a metà strada abbiamo già la lingua di fuori! Ieri sera, visto dalla finestra del nostro alloggio, il forte di Mehrangarh sembrava a due passi, quasi lo toccavo.

Beh, in linea d’aria forse, ma a piedi c’è un bel dislivello e si accede percorrendo una salita tortuosa. Scatto qualche foto per strada per riprendere fiato.

Arriviamo alla biglietteria, paghiamo anche il biglietto extra per la macchina fotografica… E prima o poi qualcuno mi spiegherà come mai, visto che anche cellulari fanno le foto e non pagano. Il momento polemica finisce quasi subito, perché mi faccio prendere da questo posto, il cui nome deriva da “Mehr” che significa Sole ed è proprio questa divinità che il clan rajput della dinastia dei Rathore adorava.

Mehrangarh è un luogo intriso di storia e di leggenda: alla fine del XV secolo, il potente clan che si stabilì qui abbandonò la vecchia capitale Mandore e scelse una vicina cresta rocciosa quale sede di una nuova fortezza di proporzioni colossali, il Mehrangarh appunto, intorno al quale sorse la nuova città di Jodhpur. Secondo la leggenda, un sadhu eremita, che lì soggiornava, fu costretto ad allontanarsi dal luogo e maledisse la discendenza dei Rathore. Si crede che sia questa la causa delle periodiche gravi siccità che affliggono la zona, nonostante sia “seduta” su di una falda acquifera. Mannaggia all’eremita, anche noi schiattiamo di caldo! Il regno dei Rathore prosperò grazie ai profitti derivanti dal commercio di legno di sandalo, oppio, datteri e rame e con il passare del tempo arrivò a controllare una vasta zona conosciuta con il nome di Marwar, Terra della Morte, per via dell’aridità del territorio e dell’inclemenza del clima.

La fortezza è decisamente imponente e si mimetizza completamente con il colore del terreno.

Entriamo nel forte attraversando la cinquecentesca Imritia Pol e qui sostiamo per fare mente locale sul percorso. Non ci hanno dato mappe del posto alla biglietteria, ma Paolo se ne salta fuori con una fantastica pianta del forte realizzata delle Giovani Marmotte Indiane (organizzazione oggi estinta, poiché tutti i suoi membri si sono persi nel deserto). La seguiamo con fiducia. La tattica dovrebbe essere quella di percorrere internamente tutte le mura e uscire dalla parte opposta, sbucando nella vecchia zona della città che è caratterizzata da case blu.

Poco dopo attraversiamo la Loha Pol, la Porta di Ferro, che era l’ingresso originario del forte, le cui punte acuminate in ferro costituivano un efficace deterrente contro gli elefanti dei nemici.

Appena oltre la porta, in una nicchia, sono seduti dei suonatori di piffero che partono a suonare appena vedono l’ombra di un turista avvicinarsi.

Sono quasi sul punto di dargli dei soldi per farli smettere di spifferare… per fortuna che al ritorno non passeremo di qui, grazie alla mappa di Paolo, che ci catapulterà direttamente nella città blu.

Sul percorso vediamo scolpite su una parete delle piccole mani, una per ogni rani, ovvero regine e dame di alto rango di Jodhpur, sacrificatesi per onore nel Jauhuar. Qui, come in molte altre fortezze rajput.

Continuiamo a salire fino ad arrivare al palazzo residenziale con le sue affascinanti pareti a graticcio; le decorazioni sono realizzate con una tale maestria da sembrare scolpite nel legno, anziché nell’arenaria.

Camminiamo ancora fino ad arrivare nel punto più alto; si dice che nei giorni limpidi, dall’alto del forte, lo sguardo possa spaziare fino al Forte di Kumbhalgarh, a 128 Km di distanza (quello che abbiamo visto ieri, qui trovate tutta la storia), ma oggi c’è un po’ di foschia quindi nisba!

Poco distante sorge un tempio Jainista. Secondo la mappa di Paolo proprio lì c’è un passaggio segreto che ci permette di proseguire e scendere di nuovo in città. Secondo me invece le mura bloccano il passaggio, ma Paolo insiste perché Google Giovani Marmotte Edition gli dice così. Che pazienza!

Adesso, a meno che non ci sia una porta alla Harry Potter sulla piattaforma 9 3/4, dubito che possiamo uscire da qui, almeno senza buttarci giù dalle mura.

Parte la discussione, che quasi azzanno pure un venditore di cartoline che si è intromesso, per sua sfortuna. Quand’ecco passare un guardiano. “Dai Paolo chiediamo!”, dico io. Macchè macchè, vuoi sporcarti l’onore di quest’onta? Piuttosto la morte e altre due mani sulle pareti del forte! Forse l’ho convinto. Eccolo che torna indietro verso l’ingresso a malincuore, salvo poi continuare a borbottare per tutta la strada che secondo lui c’era un altro accesso. Io resto sulla mia posizione: bisogna uscire dal portone del forte e percorrere le mura esternamente.

Ritorniamo alla famosa Loha Pol e appena girata la curva riecco i pifferai che ripartono ancora più indemoniati. Ora siamo fuori dal forte, ma il ragazzo non è ancora convinto, così mi fa ritornare indietro. Arientriamo nel forte, aripartono i pifferai, poi arrivati a metà strada troviamo una guida che ci dice di seguire il cartello indicante “Flying Fox” e di uscire da sto benedetto forte. Ecco appunto esattamente la direzione che dicevo io 2 ore fa… Chi è lo re allora? Io!!! Non sento mai però una vocina che lo ammette! Non ce la fa… oh, per una volta che ci azzecco io sulle strade, lasciamela questa soddisfazione, no?!

Salutiamo di nuovo la Loha Pol e i pifferai, che ormai ci arruolano ad honorem nella loro banda.

Costeggiamo le mura esterne del forte e da sotto cosa vediamo? Il tempio! E, guarda caso, nessuna traccia di passaggi all’orizzonte.

Finalmente arriviamo a questa benedetta città vecchia…

Ai suoi piedi si estende un caotico insieme di case blu dalla caratteristica forma cuboidale e splendide haveli, il tutto all’ombra delle poderose mura cinquecentesche.

Per tradizione, il blu dovrebbe essere il colore delle famiglie dei brahmini, ma di fatto la distinzione non è più così rigida come un tempo. E oltre a conferire alla città riflessi di luce misteriosa, questo colore sembra avere la proprietà di tenere lontani gli insetti.

La città vecchia è caratterizzata da stretti vicoli labirintici e tortuose stradine medievali, che sembrano non condurre dove ci si aspetterebbe… infatti, quando sei convinto di arrivare a destinazione, dietro l’angolo compare una famiglia che ti chiama per far due chiacchiere, con la domanda di rito “where are you from?”, o un cane che ti segue per mezzo quartiere, o una mucca, o una montagna di rifiuti dai quali saltano fuori dei simpatici topastri… tutto totalmente inaspettato.

Sinceramente paragonata ad un’altra mitica città blu, la marocchina Chefchaouen, questa zona non ci dà molta magia, forse perché tutti i sensi sono concentrati per evitare i motorini che sfrecciano anche in queste viuzze… anche se rivedendo le foto, in silenzio e tranquillità, non ci sembra così male!

Dopo pranzo ci rinchiudiamo in stanza per riprenderci dalla calura. Passano solo 5 minuti, guardo Paolo e mi sembra una scena del film “Delitti irrisolti”… forse gli hanno sparato mentre ero in bagno o è stato abbattuto col peperoncino…

Mi assicuro che respiri. Dopo due ore rinviene e gli mostro la foto della sua posizione; mi risponde che stava facendo stretching. Ahahah! Gli scoppio a ridere in faccia!

Nel pomeriggio andiamo nei pressi della Torre dell’Orologio, circondata dai suoni, dai colori e dagli aromi delle affollate botteghe del Sadar Bazar. Al mercato facciamo scorta di banane, perché tutto questo spicy inizia a procurarci smottamenti di panza preoccupanti. Le strade odorano d’incenso, di fiori e di fogna, sicuramente un mix originale e il caldo amplifica tutto all’ennesima potenza. La piazza ospita negozi e bazar che vendono di tutto e si prova la sensazione che chiunque ti rivolga la parola abbia intenzione di venderti qualcosa, ma non è sempre così…

Tutto è colore qui, dalle spezie ai tessuti, dai sari delle donne ai turbanti degli uomini.

Paolo fa conoscenza con un gruppo di signore ben felici di essere fotografate e di entrare nei nostri ricordi di viaggio!

Io invece ho visto il baffo indiano che, a confronto, il nostro baffo italiano gli fa un baffo!

Rientriamo in hotel, passando per un pozzo a gradini nei paraggi, il Toorji Ka Jhalra. Non è così particolare in confronto ad altri visti finora, ma è il primo in cui vediamo i ragazzi del posto tuffarsi nelle sue acque per trovare un po’ di refrigerio, tra urla e risate.

Prima di andare a cena girovaghiamo ancora per le vie in cerca di un po’ di blu dipinto di blu… felici di stare trottolando ancora insieme! Anche se con le zampe gonfie per il caldo che manco Ganesha!

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