RTW day 163: la deserta Osian

Salutiamo il blu di Jodhpur e della nostra bellissima stanza, per spostarci poco più a nord.

Oggi osiamo e infatti ci dirigiamo ad Osian. La nostra destinazione finale in Rajasthan è Jaisalmer, ma invece di andarci diretti con 5 ore di viaggio, facciamo tappa intermedia a Osian. Secondo le fonti della Vale, qui si trova uno dei templi Jainisti più belli e importanti della regione, tanto che ha dato il nome alla città stessa. In effetti dalle foto viste su internet non sembra niente male.

Io però ho realizzato solo questa notte che non ho la più pallida idea di dove dormire una volta lì. L’offerta di alloggi ad Osian è abbastanza limitata (chissà come mai?) e decisamente inusuale (gli accampamenti nel deserto vanno per la maggiore). Trovo una mega offerta di fine stagione allettante e prenoto. Sento una vocina dentro di me che mi ricorda che l’ultima volta che ho fatto una roba simile non è finita benissimo (vedi questa avventura). La zittisco all’istante… questa volta è diverso… “tenda deluxe con vista duna in accampamento nel deserto del Thar con vera cacca di cammello davanti alla porta”… il tutto a soli 15 euro, prezzo scontato del 70%. Deve essere mia!

Arriviamo ad Osian senza troppa fatica, la strada è buona e scorrevole. Siamo davanti al tempio di Osiyan Mata, ma rimaniamo incerti per un quarto d’ora buono. Siamo sicuri di essere nel posto giusto? Gli archi all’ingresso che lo hanno reso celeberrimo, hanno subito una “discreta” trasformazione. Ora tutto è coperto da lastre di plexiglass verde e ringhiere in acciaio 18/10 scintillante sono spuntate ovunque, per la gioia di Mastrotta. Magari sarà riuscito a rifilare pure qualche materasso. Cerchiamo in ogni angolo uno scorcio suggestivo, un particolare non contaminato dalla “modernità”, ma niente da fare. Non ho neanche il coraggio di scattare una foto. Avviliti ci sediamo in cima alla scalinata per meditare il da farsi. I fedeli che arrivano qui portano cibo in dono e, forse perché ci vedono così abbattuti, iniziano ad offrirci di tutto: caramelle, mandorle cotte, pezzi di cocco. Se restiamo qui ancora cinque minuti scendiamo rotolando!

Una caramellina di zucchero se la cucca pure il socio alle nostre spalle.

Anche gli altri templi in zona si rivelano trascurati e sotto le aspettative. Non ci resta che fare rotta verso il mitico Thar Camp!

Arriviamo e non c’è nessuno. Nessuno alla reception, nessuno al ristorante, nessuno nelle tende. Veramente non ci sono neanche le tende… solo i bastoncini in metallo. Vabbè che siamo alle porte del deserto, ma qui è veramente troppo deserto! La Vale mi guarda con la faccia dell’angelo custode che “ti avevo detto che facevi la cazzata”. Dopo dieci minuti spunta il primo addetto. Colpo di scena: la nostra tenda esiste! Anzi a dire la verità è un bungalow travestito da tenda, pure con l’aria condizionata! Bingo! L’unica pecca è che nel processo di impacchettamento si sono dimenticati un geco nell’intercapedine e ora san Francesco-Vale soffre a vederlo intrappolato lì.

E ovviamente tocca a me l’operazione free-geco. Cosa che fallisce miseramente per mancanza di pazienza del sottoscritto e di collaborazione da parte dell’animaletto.

In tutto l’accampamento siamo gli unici ospiti. Surreale. Decliniamo le offerte di cammellata sotto il sole cocente e decidiamo di gironzolare per il campo verso il tramonto.

C’è pure una casa sull’albero, devo salirci subito!

Il cameriere baffuto del ristorante, visibilmente annoiato dalla quiete del posto, non vede l’ora di trovare qualcosa da fare e ci accompagna per tutto il campo, offrendosi come fotografo ufficiale.

Lasciamo la nostra firma nel deserto, che presto il vento porterà da qualche parte…

La mia dolce metà è riuscita nel frattempo ad insabbiare il suo cellulare. Via la custodia protettiva per la pulizia approfondita. E ovviamente segue caduta libera del cellulare sul cemento del vialetto. Incredibilmente è ancora tutto intero. Fatto sta che comunque ai suoi telefoni ne succede sempre una: uno è rimasto sull’aereo in Marocco, uno è caduto nel Grand Canyon in America e tanti altri hanno trovato morte atroce nei vari viaggi. Sempre e solo in viaggio. Vorrà dire qualche cosa?

Torniamo dalla cena e sulla via del ritorno, come in una via crucis tecnologica, l’iphone cade di nuovo per la seconda volta, sempre senza custodia, nonostante gli avvertimenti del sottoscritto, che viene tacciato di essere un portasfiga. Ora campeggia un originale salvaschermo.

Tutto bello e ancora funzionante se non fosse che ad ogni tocco rischi di infilarti una scheggia nel polpastrello e che per distinguere la j dalla i devi stare mezz’ora a guardare in controluce. Se vedete aumentare gli errori di ortografia nei prossimi post della mia dolce metà sapete perché.

Il giorno seguente partiamo di prima mattina, ma non prima di aver immortalato la compagnia dell’anello: io, la Vale, Bobby e la Suzuki Dzire.

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