RTW day 164-165: l’oro di Jaisalmer

Approfittiamo delle cinque ore di viaggio da Osian a Jaisalmer per aggiornare il blog on the road, visto che i panorami sono abbastanza ripetitivi e spogli. Le poche volte che guardo fuori dal finestrino vedo sfrecciare per le strade ogni tipo di mezzo; per alcuni di questi mi chiedo come facciano a stare in piedi.

Infine ecco emergere dal deserto, Jaisalmer, la città d’oro. Come un miraggio, si erge sull’arida pianura un’imponente fortezza, che sembra essere fatta di sabbia. In effetti, inizialmente non era altro che un fortino di fango, molto più piccolo di come lo si vede ora, e fu successivamente ampliato e irrobustito dai successivi governanti del forte.

È proprio lì che dormiremo per le prossime due notti: saremo ospiti di Raj, che tiene sempre nella sua guest house una stanza a disposizione per i couchsurfers, situata proprio sulle mura, in una posizione decisamente invidiabile.

Bobby ci lascia alla Suraj Pol e da lì prendiamo un tuk tuk per arrivare da Raj. Qui non hanno grande fantasia per i nomi degli hotel. La nostra guest house si chiama Surja, ed è attaccata all’hotel Surya, che confina col ristorante Suraya. Ovviamente noi passiamo in rassegna tutti quelli sbagliati prima di trovare il posto giusto, tra gli improperi del guidatore di tuk tuk, pure incazzato per la nostra pronuncia sbagliata. Invece il proprietario dell’hotel Suraya, dopo averci portato le borse in cima a 42 rampe di scale, se avesse potuto sputarci, l’avrebbe fatto con grande gioia!

Lasciamo le valigie in reception, mentre la nostra stanza si libera e ne approfittiamo per pranzare con un’entusiasmante vista sulla città.

Non vediamo l’ora di visitare questa perla di città, però prima urge sosta pomeridiana per schivare i 45 gradi centigradi. D’altro canto, Jaisalmer, città ai confini del deserto, è una delle più calde dell’India del Nord e qui non piove praticamente mai.

Una volta che la temperatura è scesa di quel grado e mezzo, andiamo ad esplorare il forte, rigorosamente senza audioguida, come da tradizione.

All’entrata le impronte delle mani, color dello zafferano, sono state lasciate delle donne reali che hanno praticato il sati, unapratica prevedeva che, una volta morto il marito, la vedova si bruciasse viva sulla pira funeraria del marito. Il rito era percepito come un atto di devozione e solo le donne virtuose erano in grado di compierlo. Altro che vedove allegre!

Le piccole camere si susseguono un piano dopo l’altro e le finestre sono ornate con dei jalis, grate scolpite che sembrano di pizzo.

Affacciandoci, vediamo i massi tondeggianti tutt’oggi impilati in cima alle merlature, che erano pronti per essere fatti rotolare contro l’avanzata dei nemici.

Qui è spiegata la storia della città. Jaisalmer fu fondata nel 1156 da Jaisal, un capo rajput appartenente al clan dei Bhatti, che fanno risalire le loro origini direttamente a Krishna e che regnarono sulla città fino al 1947, anno in cui l’India proclamò l’indipendenza.

Le porte che collegano una stanza al’altra sono piuttosto basse, ma non per via della statura ridotta dei rajput, bensì perché così le persone erano costrette ad entrare nelle stanze in posizione di reverenza nel caso in cui ci fosse il Maharawal (Maharaja).

Le sue infradito poi dovevano essere molto comode…

Anche senza audioguida, seguiamo comunque i numeri del percorso per non perderci niente; arrivati ad uno degli ultimi corridoi una guardia ci urla “tueeentinnain” a 10 centimetri dalla faccia… intuiamo che in quel corridoio hanno tolto il numero dell’audioguida e il suo compito è quello di fungere da numero vivente. Ad ogni visitatore che si affaccia in quel corridoio urla il suo grido di battaglia. Attacca bottone chiedendoci la nostra provenienza e subito dopo ci chiede di integrare il suo stipendio con una lauta mancia, tra una moltitudine di tueeentinain e di starnuti. A tutti i costi ci vuole stringere la mano per salutarci, cerchiamo di evitarlo visto che ce l’ha tutta sputazzata, ma non ci molla. Stringiamo sta mano, niente mancia e via di amuchina. Che se domani ho il raffreddore guai a lui!Mentre giriamo l’angolo invoca ancora il numero 29…. aaaaaah, non molla, se ci fosse il lotto indiano lo giocherei subito sulla ruota di Jaisalmer!

Prima che il sole tramonti vorremmo vedere le mura del forte dal basso, identifichiamo la torre Tazia come un buon punto di osservazione e ci fiondiamo lì.

Per la strada incrociamo diverse botteghe, avvolte nei vivaci ricami dei tessuti locali ed è proprio qui dove la Vale avvista un paio di pantaloni da comprare (visto che non ce la fa più a girare con i pantaloni del pigiama).

Io però sono in trance agonistica da tramonto e tiro dritto. In un quarto d’ora siamo ai piedi della torre. Facciamo il biglietto (più il costo aggiuntivo della macchina fotografica e tra poco la Vale va giù di testa per questa cosa) e scopriamo, solo dopo, che non è accessibile in quanto è la dimora del re. Ma sto re è sempre in mezzo ai maroni in ogni città?! Ma non c’è più il re in India! Caro maharaja fattene una ragione! E soprattutto, noi per che cosa abbiamo appena pagato? Sembrerebbe un museo… Entriamo e cerchiamo il punto di osservazione più alto. La guida che ci accompagna, cammina a due metri all’ora, ansimando in maniera preoccupante, di sto passo vediamo l’alba altro che tramonto! Ci porta in tutte le stanze del museo, abbastanza anonimo, e anche se cerca di mimetizzarsi, appare con la sua panza in metà delle nostre foto. Siamo piegati dal ridere…

Siccome la Vale ha pagato per sta cacchio di macchina fotografica, adesso almeno una foto in ogni stanza la vuole fare. Chi si deve immolare come modello? Io, seduto su uno sgabello, alla Lilli Gruber.

Quando finalmente vediamo una scala che conduce al tetto, un cartello ci avvisa che l’accesso è riservato solo ai clienti dell’hotel. Noi saliamo lo stesso, anche perché la guida ci ha detto di andare… la vista non è memorabile e il forte si vede proprio male. Arrivano intanto i camerieri del ristorante sulla terrazza e mi scacciano… la Vale invece deve aver fatto lo sguardo della tigre, perché, a quanto sembra, può stare e può fotografare! Ingiustizia! Comunque visuale sul forte al tramonto non pervenuta…

La torre regale è comunque molto affascinante… scatto una foto, ma anche qui la guardia ci stoppa! Il re vuole la sua privacy e odia i paparazzi… eccchepalle!

Posso andare a cenare o devo chiedere autorizzazione al re pure per questo?!

Mangiamo, con tanto di bolla regale, in una haveli vicina e poi rientriamo al forte. È ora di cena anche per le mucche sacre, che curiosano affacciandosi in cucina. “È prontoooo???”

Sulla strada del ritorno entriamo in un negozio di cellulari, per capire se ci conviene riparare quello della Vale qui… 2.500 rupie… probabilità che lo schermo sia originale o almeno funzionante dopo due giorni… 0,00001%… insistono per farci lasciare il cellulare e tornare domani a riprenderlo. Seeee, finisce che ci restituiscono il Motorola con l’antenna estraibile. Non ci mollano, sono lì in 6, tutti vicino a noi con il cellulare della Vale in mano. La volpe gli assicura che domani all’apertura alle 9:00 saremo qui, si rimette in tasca il telefono e via in fuga!

Oggi i nostri amici indiani ci hanno esaurito, la Vale è provata anche dai clacson, visto che ogni volta che uno strombazza (ovvero ogni secondo) mi salta per aria! Ci buttiamo a letto con la mia dolce metà che esclama: “non ho sonno”. Due minuti dopo ha la bolla al naso, nonostante la stanza sia un forno. La vista sarà anche bella, min questo momento farei a cambio subito con un condizionatore.

Il giorno seguente si apre con la Vale che cerca di dare il colpo di grazia al cellulare, facendolo cadere nella tinozza di acqua e sapone, dove stava lavando i vestiti. Già l’audio e il microfono funzionano a singhiozzo, lo schermo è una ragnatela unica e ora fa pure le bolle, quel poveretto. Ma questo cellulare sembra essere come terminator, per farlo smettere totalmente di funzionare devi immergerlo in una colata lavica, prendere il tutto e passarlo nell’acido e poi nel cemento, infine buttarlo nella fossa delle Marianne. In tutto ciò i nostri amici del negozio di cellulari ci staranno cercando per tutta Jaisalmer per sfilarci questi 30 euro.

Ma torniamo a Jaisalmer. Il forte di questa città è un cosiddetto “forte vivente”, costituito da un dedalo di stretti e tortuosi vicoli su cui si affacciano case, templi, svariati negozi di artigianato, guesthouse e ristoranti. Noi proprio in queste vie intendiamo perderci, prima di visitare un complesso di templi Jainisti, ospitati nel forte.

L’odore del curry ed il suono del sitar si fondono insieme e inondano tutto il forte.

Passeggiando troviamo una libreria in cui lavora un ragazzo sordomuto, cerchiamo di sfoggiare la nostra conoscenza del linguaggio dei segni, ma capiamo che non li conosce, così comunichiamo a gesti “all’italiana” e qui ci capiamo benissimo. Acquistiamo “il piccolo Principe”, visto che tra qualche giorno saremo ancora ospiti, tramite couchsurfing, da un pilota di aerei e ci sembra il regalo perfetto, visto che l’autore era un aviatore.

Andiamo anche a caccia dei pantaloni della Vale, andando in rassegna di tutte le bancarelle della zona, ma ovviamente quella che aveva individuato ieri è svampata nel nulla.

Arriviamo finalmente ai templi. Solo uno apre alle 7:00, tutti gli altri alle 11:00. Questi Jainisti sono proprio dei burloni, rispettano gli animali, ma ammazzano i turisti sotto il sole cocente.

Visitiamo il primo con tanto di consueto rituale di:

  • Paga il biglietto extra per la macchina fotografica
  • Togli le scarpe
  • Lascia fuori l’acqua che diventa un brodo
  • Zompetta sulle braci ardenti

In questo tempio pare venerino pure un antenato di Barbapapà. Numeri uno!

Sempre all’ombra dei bastioni, camminiamo poi per le viuzze della città bassa, che celano magnifiche haveli costruite con la stessa arenaria color miele del forte. Entriamo nella Salim Singh Ki haveli: costruita 300 anni fa, fu la residenza del potente clan dei Moth e dei ministri ereditari dei governanti di Jaisalmer. Un tempo era alta quanto il forte e i proprietari volevano costruire addirittura un ponte per unire le due strutture, ma il re lo vietò e fece rimuovere due piani all’edificio.

Rispetto a Mandawa e a Nawalgarh qui spicca la totale assenza di affreschi, sostituiti da elaborate sculture e intarsi e architetture più estreme.

È un susseguirsi di balconi , fiori di roccia, pavoni uno diverso dall’altro. Tutto tenuto insieme ad incastro come il Lego, per la totale assenza d’acqua e quindi l’impossibilità di usare il cemento.

Donne e uomini vivevano in torri separate erano separati e comunicavano a gesti dalla finestra… La Vale sarebbe riuscita a “parlare” per ore anche così!

I gradini all’interno sono uno diverso dall’altro, in modo da sorprendere i ladri che, entrando con il buio, si aspettavano gradini tutti della stessa dimensione… peccato che la Vale quasi mi capicolla giù in pieno giorno. Sempre per sentire gli intrusi, tra un piano e l’altro c’è un’intercapedine che amplifica ogni passo… anche casa nostra deve essere stata fatta così e io che pensavo fosse un difetto di costruzione!

Particolare la spiegazione sui bagni, dove le donne si potevano lavare solo una volta al mese, per via della scarsità d’acqua. Durante i 5 giorni di tristezza si dovevano coprire di fango, così che tutti sapevano che non dovevano toccarle perché impure (oltre alle facce incontrollabili della Vale dopo queste affermazioni, aggiunge “cosi tutti sapevano i cavoli tuoi”). Solo dopo potevano lavarsi e usavano per farsi lo scrub un gingillo che all’interno possiede un sonaglino, così il marito, udito lo scampanellio, sapeva che non doveva avvicinarsi. L’acqua veniva raccolta e filtrata, utilizzata per lavare i panni, rifiltrata per pulire la casa e riutilizzata per per concimare i campi.

Tra un lavaggio e l’altro le donne si profumavano con oli ottenuti da fiori di città lontane, visto che nel deserto non ne crescono. Ma l’uomo invece? Niente… l’uomo ha da puzzà!

A pranzo incontriamo Raj alla guesthouse, scambiamo due chiacchiere e ci suggerisce di prenotare la cammellata nel deserto. Infatti, fuori dalle mura, per gran parte di questa zona del Rajastan, fino a sconfinare nella provincia del Sind in Pakistan, si trova lo sconfinato deserto del Thar. Nessun altro luogo riesce a evocare in modo altrettanto suggestivo il mistero del deserto e il fascino esotico delle antiche piste carovaniere, che collegavano l’India ai regni dell’Asia Centrale.

Noi però decliniamo, non siamo molto convinti. Sarà per la foto che troneggia sul tabellone con due cammelli che si inchiappettano, mentre la guida scagazza?

In realtà la temperatura è davvero eccessiva per noi, che andiamo avanti a sali minerali e integratori da un mese, e poi dopo l’esperienza meravigliosa del deserto del Sahara, temiamo una cocente delusione.

Ci prendiamo le prime ore del pomeriggio per pianificare qualche giorno in Nepal… altro giro, altro timbro in vista! Pensavate che l’India sarebbe stata l’ultima tappa? Giammai!! E la Vale sull’onda dell’entusiasmo riesce pure a trovare i suoi pantaloni.

Ceniamo con vista forte al 1st Gate e ci buttiamo su un piatto italiano, solo per il fatto che per la prima volta da quando siamo partiti vediamo la parola “spaghetti” scritta correttamente.

Tutto è perfetto, il sole sta calando sulle sue massicce pareti di pietra di arenaria gialla, che si mimetizzano con il terreno, sono di un colore leone tenebroso (così mi suggerisce la Vale… tenebroso??? Mah…) e pian piano che il sole tramonta diventando di un colore miele oro, per questo motivo il forte è conosciuto anche con il nome di SoneKa Quila, ovvero fortezza dorata.

Gli spaghetti arrivano, sono al dente, c’è tanto sugo per fare pure la scarpetta e alla vista del parmigiano quasi sveniamo!

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