RTW day 166-168: un’altra India a Kochi

È giunto il momento di salutare il Rajasthan, dopo quasi 3 settimane di trottolate in questo magnifico stato. Ora la nostra attenzione si sposta a Sud, nello stato del Kerala. Con un aereo da Jodhpur raggiungeremo Kochi, la capitale di questa verdissima e rigogliosa parte di India. Passeremo infatti dall’oro del deserto al verde dei campi da tè… un altro colore da aggiungere sulla tavolozza del pittore.

Finiamo l’ultima pagina del nostro diario di bordo con la copertina rosa proprio nell’ultimo giorno del nostro giro in Rajasthan. Paolo esclama: “non abbiamo più pagine, ma tanto sul viaggio di domani non ci sarà nulla da scrivere, dobbiamo prendere solo due aerei”. In effetti è vero, abbiamo una giornata intera dedicata agli spostamenti e sarebbe troppo noioso raccontare che all’ora X siamo saliti sull’aereo, poi siamo scesi e ne abbiano preso un altro…

Ma in tutto questo non abbiamo messo in conto che ci sono due variabili che potrebbero fare le differenza: noi due!!

  • Episodio uno: l’aeroporto di Jodhpur è praticamente grande come la cantina di casa nostra, solo che i controlli sono quelli dell’aereoporto più trafficato al mondo di Dubai. Ogni cosa che abbiamo nello zaino viene sigillata con le fibbie da elettricista (che poi voglio vedere come le apro, visto che le forbicine ci sono state sequestrate), etichettata e timbrata… mi accorgo di essere tutta blu, mi starò forse trasformando in Krishna? Ah no, i timbri sono fatti su tagliandi lucidi e io ovviamente mi sono spalmata l’inchiostro ovunque.

  • Episodio due: scalo all’aeroporto di Delhi, decisamente più grande. Andiamo a mangiare qualcosa e, per cambiare un po’, scegliamo un fast food cinese. Bisogna attendere che chiamino il nostro numero: il 62… ora lampeggia il 59, ci va di lusso, abbiamo pure pochi numeri davanti a noi. Io rimango a curare gli zaini, seduta ad un tavolo, mentre Paolo… boh, si alza. Penso sia andato in bagno. Dopo un po’ non avendo sue notizie, e soprattutto non vedendo cibo in arrivo, inizio a guardarmi in giro. I numeri di chiamata al ristorante cinese passano uno dopo l’altro, il 62 è andato da un pezzo, ma lo scontrino ce l’ha Paolo, che tra l’altro non si vede all’orizzonte. Passa mezz’ora, il mio cellulare ovviamente non dà segni di vita, così mi carico tutti e due gli zaini sulle spalle, che sembro uno sherpa, e vado a cercarlo. Giro mezzo aeroporto e sono quasi tentata di farlo chiamare con il microfono. “Dlin dlon… Il bimbo Paolo è atteso dalla sua consorte incazzata come un giaguaro al ristorante cinese”. Quand’ecco che, con la coda dell’occhio, lo vedo sbucare con il vassoio in mano e i noodles freddi. Mi guarda e con nonchalance mi chiede cosa ci faccio così carica! Lui era imboscato sul divanetto, bello stravaccato davanti alla tv, con il suo 62 in mano e non si era accorto che il numero era stato chiamato da un secolo! Posso abbandonarlo qui?

Arriviamo in serata a Kochi, dove ci aspettano due giorni di Couchsurfing a casa di Thomas. A prima vista la sua casa è un gran casino e neanche molto pulita, ma in questi mesi ci siamo adattati a tutto… mi stringe pure la mano uno scarafaggio e io gli rispondo “namaste“, poi sono troppo stanca per farci caso fino in fondo. Anche perché mia attenzione viene subito attirata da un regalo del padrone di casa: un quadro 50×70, raffigurante una donna indiana con in mano un vaso. Siccome io non sto zitta mai, gli chiedo cosa rappresenti. Mi risponde candidamente: “è una ragazza che porta le ceneri del marito morto nell’urna”. Poi aggiunge altri dettagli, ma mi perdo tutto il discorso, perché sono troppo concentrata a ringraziare per il “bellissimo ” dono, senza fare le mie solite facce incontrollabili. Poi meglio che evito lo sguardo di Paolo, che oltre a fare tutti gli scongiuri del mondo, starà pensando a come diamine ce lo faremo stare in valigia…

In casa con noi c’è un altro couchsurfer, si chiama Alex, è francese e ha preso un anno sabbatico per girare l’Asia. È curioso pensare a quante persone abbiamo incrociato, tutte itineranti per tanto tempo, alla scoperta, ognuno a proprio modo, di questo mondo meraviglioso. Noi siamo un po’ stanchi, così ce ne andiamo in stanza, con la vedova e il defunto sotto braccio. Visto il letto, il sacco lenzuolo ci torna decisamente utile.

Il mattino seguente ci alziamo non molto riposati, l’umidità e il caldo hanno fatto il loro, il materasso in piombo fuso ha fatto il resto e il sacco lenzuolo ci ha dato il colpo di grazia, perché, come sempre, ci ritroviamo avvolti come due mummie egizie in questo sudario!

Mentre mangiamo una colazione frugale, Thomas ci racconta che lavora per 6 mesi di fila sulle navi (e ha una fidanzata in ogni porto) e i successivi 4 mesi sono di ferie. Ma 6+4 fa 10, e gli altri 2 mesi? Boh, non si è capito… Forse va a caccia di quadri dal valore inestimabile?! Ci tiene ad accompagnarci in giro per la città, ma prima di partire devo pagare pegno con un bacio sulla guancia… ricevuto il dazio, saltella come un folletto, tra le risate degli altri due uomini della casa. Guidati dal nostro capitano di ventura, ci incamminiamo verso il l’attracco da cui parte il traghetto per raggiungere l’altra riva del canale, dove è situato il quartiere di Fort Cochin.

A guardarci da fuori, sembriamo la “banda degli scappati di casa”, d’altronde noi le persone normali non le becchiamo mai!

Sulla strada per il molo, sono assalita da una voglia pazzesca di banane, più che altro perché sembrano essere la nostra salvezza per lo stomaco qui in India. E in quel momento cosa passa? Un carretto straripante e l’autista mi saluta pure! Impossibile però seguirlo nel traffico.

L’umidità quest’oggi è davvero pesante, comunque non ci facciamo scoraggiare e facciamo dodici file diverse per riuscire a comprare il biglietto del “ferry”. La barca è il mezzo più veloce ed economico rispetto al bus (4 rupie, ovvero 5 centesimi). Arriverà a destinazione?

In meno di mezz’ora siamo a Fort Cochin, dove Thomas contratta subito con un tuk tuk per farci fare il giro della città. Noi vorremmo girare a piedi, ma lui insiste e, visto che ci sta dedicando la giornata, decidiamo di accettare. Alex invece, che questa zona l’ha già vista, vorrebbe girarsela un po’ a caso senza una meta precisa, ma Thomas non vuol sentire ragioni, la banda degli scappati di casa non si può separare, così viene praticamente buttato a forza sul tuk tuk e rapito per le successive 3 ore… che poi in 4 su quei trabiccoli è davvero un’impresa!

Alla fine anche lui si fa prendere dall’Indian style e dalla pazzia del nostro host, prendendo tutto con filosofia!

La nostra prima tappa è la piccola spiaggia sabbiosa situata sul lato nord-est del lungomare di Fort Cochin, piuttosto piena di spazzatura, dove di fatto non vi è null’altro da fare che osservare i pescatori “danzare” con le loro reti a mano. Sono particolari le enormi reti da pesca cinesi sospese, retaggio dei commercianti della corte cinquecentesca di Kubla Khan. Queste grandi strutture simili a ragnatele si possono utilizzare solo durante l’alta marea e richiedono almeno quattro persone per far funzionare i contrappesi.

Risaliamo sul tuk tuk e, mentre noi scattavamo fotografie, il nostro pazzerello Thomas ha fatto compere di chincaglierie varie alle bancarelle. Guardo Paolo e poi Alex, stiamo pensando tutti la stessa cosa: “speriamo non sia altra roba per noi, tipo vaso di ceneri per i morti”.

Seconda tappa: un paio di chiese cristiane abbastanza anonime. In una è conservata la tomba di Vasco da Gama, primo europeo a navigare direttamente fino in India nel 1498.

Altra corsa e altro giro e finiamo al Vannar Sangham Dhoby Khana, una la lavanderia… non a gettoni, non automatica. Uomini e donne fanno roteare i panni da lavare e li sbattono con forza su una pietra; le loro gambe e le loro braccia sono immersi in vasche d’acqua tutto il giorno.

Un anziano, in particolare, attira la mia attenzione. Io mi avvicino e gli scatto una foto, mentre è intento a immergere degli abiti in un bidone di sapone.

Lui alza lo sguardo, mi sorride e mi dice: “hello, pretty girl“. È fatta, Paolo scansati!

Mi avvicino di più e chiacchieriamo un po’, mi racconta di lui: si chiama Kanapi, ha 85 anni e fa questo lavoro da quando era un ragazzo. Mi stringe la mano dicendomi: “nice to meet you, pretty girl“… mi chiedo da quante ore sia con le mani a mollo per averle così bianche e cotte. Parliamo ancora mentre si asciuga al sole, lo ringrazio per la chiacchierata e per avermi regalato un po’ del suo tempo, gli mostro la foto che gli ho scattato, prima di salutarlo. Lui mi risponde che gli piace e, se voglio, gliene posso fare un’altra per ricordo.

Nel frattempo mi raggiunge Paolo e glielo presento; questo anziano signore ha un viso molto espressivo e ride di gusto alle nostre conversazioni.

Poco più spostato c’è un campo pieno di abiti stesi ad asciugare e la stireria, rigorosamente con ferro da stiro a carbone.

Risaliamo tutti e quattro sul bolide e Thomas ha il sacchetto sempre più pieno di roba lucccicante… ahia!

Poco più il là, a Mattancherry, si apre l’antico quartiere dei bazar, dove l’aria è pervasa da pungenti aromi di zenzero, cardamomo, cumino, curcuma e chiodi di garofano. Scatta il giro al mercato delle spezie con sniffate incluse in tutti i barattoli. Finiamo come sempre a tossire, così usciamo abbastanza rapidamente. Più che una trappola per turisti sembra una trappola per Thomas, che riempie un altro sacchetto di roba; tra poco ci vorrà un tuk tuk solo per lui.

Insieme ad Alex vediamo un museo molto particolare nel Mattancherry Palace, dove le pareti affrescate ritraggono la mitologia e le leggende del Kerala. Purtroppo all’interno sono vietate le foto. Ma non all’esterno dove Thomas vuole una foto di gruppo proprio davanti al cartello mezzo malconcio del museo… la cosa ci fa sorridere, ma lo assecondiamo.

All’ingresso del quartiere ebraico, c’è una galleria d’arte, piena di sculture in vendita: un enorme cavallo di ferro è stato acquistato da un collezionista italiano e qualcuno si è comprato anche il soffitto! Thomas qui non fa compere, ma chiede il prezzo di una scultura in legno di Ganesha in scala 1:1. Per fortuna non è alla sua portata, altrimenti saremmo tornati a casa in groppa a lui.

Momento Ganesha! Guardo trasognata la scultura… forse è ora di spiegare perché mi piace così tanto… partiamo dalla mia affinità con i pachidermi: ovunque mi mettiate, io sono esattamente come un elefante in un negozio di cristallo.

Poi quale divinità può vantare di tenere in mano una ciotola di dolcetti? Che se fossi io, al suo posto, avrei in mano una ciotola vuota solo con le briciole?

A me fa simpatia, anche la sua panciotta… non dà l’idea di sofferenza o di essere una di quelle divinità che, ai giorni d’oggi, vedresti sulla copertina di Vogue o su Instagram mentre si fa un selfie. Me lo immagino invece seduto vicino a me in pizzeria, mentre mi dice: “prendiamo due cose diverse così assaggiamo tutto… e poi alla fine dolce fognoso?… oh Vale, sai cosa ho combinato oggi? Una figura di merda colossale… e poi ho spaccato il cellulare sedendomici sopra. Che era anche il compleanno di Krishna e non gli ho fatto gli auguri e lui è diventato tutto blu dalla rabbia.”

Ganesha, ha anche una zanna spezzata, si narra che fu incaricato di scrivere un grande racconto, sotto dettatura del saggio Vyasa. Rendendosi conto dell’importanza di quanto stava scrivendo, il dio capì l’inadeguatezza della comune penna utilizzata, si spezzò così una zanna e con quella portò a termine il suo compito. Un’altra versione ancora racconta invece che lo stilo impiegato si ruppe e che Ganesha si spezzò allora la zanna per poter continuare a scrivere. Ma io me lo vedo strizzarmi l’occhio e dire: “in realtà stavo mangiando un pezzo di torrone e via la capsula!”

Adesso verrò tacciata di blasfemia, ma la mia fantasia è piuttosto galoppante e non riesco a frenarla facilmente.

Secondo la simbologia induista, la sua grande testa rappresenta la saggezza del pachiderma, le sue grandi orecchie separano il bene dal male; sentono tutto ma ascoltano solo ciò che è buono. E su questo punto vorrei essere un po’ Ganesha anche io, lasciando passare le critiche pungenti.

Il topolino, Mushika o Akhu, sul quale si sposta è il suo mezzo di trasporto. Sembrerebbe impossibile che un animale così piccolo sia capace di sollevare l’immane peso di Ganesha. Per di più è un essere che notoriamente crea sgomento nei pachidermi; proprio ciò simboleggia il superamento delle proprie istintive paure. Infatti lui è il Distruttore degli ostacoli sia materiali sia spirituali, che il più delle volte siamo noi stessi a costruirci. Spezza le barriere e ci permette di superarle. Non so, ma io in questo viaggio di barriere fisiche e mentali ne ho superate davvero tante e molte altre mi aspettano al mio ritorno… in sei mesi non ho mai detto la parola “impossibile”, anche se tante altre parole devono ancora essere schiacciate dagli enormi zamponi di Ganesha (che non sono altro che i miei piedi gonfi per il caldo).

Continuano il nostro giro e il tuk tuk tenta un altro trappolone da turista: negozio di saree… è da quando siamo partiti che la mena con sto saree, non lo voglio sto vestito!! In questo mese di India ho imparato a declinare gentilmente, ma con fermezza, le richieste non volute… funziona e si riparte! Alex, che ancora non è entrato totalmente nel mood indiano, invece si trova in mano una fetta di mela piena di peperoncino, che ancora un po’ il ragazzo ci sputa fiamme!

Ci addentriamo nel quartiere ebraico. Al centro di Jew Town sorge una sinagoga, tutto intorno decine di piccoli negozi di antiquariato sono raggruppati in vecchi edifici malridotti. A Kochi in effetti esiste ancora una piccolissima e molto antica comunità ebraica che ebbe grande splendore, come testimonia ancora la sinagoga frequentata dai fedeli. Visitando il quartiere, mi colpiscono le decorazioni che alternano stelle di David, simbolo ebreo per eccellenza, a ignare svastiche, simbolo induista di prosperità, e che sarebbero state usate secoli dopo come simbolo di orrore e sterminio contro questo stesso popolo, che qui le aveva assorbite come proprie.

La tranquilla Kochi richiama viaggiatori ed esploratori sulle sue sponde da oltre sei secoli, il risultato è un insieme bizzarro di influenze provenienti da molte parti del mondo e una mescolanza di culture: enormi reti da pesca cinesi, una sinagoga vecchia di 400 anni, antiche moschee, case portoghesi e le cadenti vestigia del dominio coloniale britannico.

Mangiamo tutti insieme in un ristorante locale molto spartano, ma circondati da quadri.

Davanti a noi la Monna Lisa, dibattuta e contesa tra Italia e Francia, ormai da tempo immemore… due viaggiatori italiani e uno francese si trovano proprio davanti al suo sguardo serafico e al suo sorriso enigmatico a parlare proprio di lei e a spiegare ad un indiano il perché sia così famosa. Ora, la Gioconda, a guardarla bene si è un po’ ingrassata e l’umidità le ha fatto venire pure i capelli mossi!

Finiamo a parlare di film con Alex e scopriamo che adora Benigni, ma conosce anche le vecchie pellicole come Don Camillo e Peppone. Beh, mitici!

Sulla strada per andare alla fermata dei bus incrociamo varie bancarelle con appeso un articolo molto ricorrente: la maglietta con Gandhi che cammina.

L’immagine richiama la “Marcia del Sale”, che fu una manifestazione non violenta, che si svolse dal 12 marzo al 5 aprile nel 1931 in India ad opera del Mahatma Gandhi. La manifestazione si svolse contro la tassa sul sale, imposta dal governo britannico a tutti i sudditi dell’India. Consistette in una marcia di oltre 320 km a piedi da Ahmedabad a Dandi, con lo scopo di raccogliere una manciata di sale dalle saline, rivendicando simbolicamente il possesso di questa risorsa da parte del popolo indiano. La marcia a piedi si svolse per 24 giorni; ai pochi iniziali discepoli si aggiunsero molti altri dimostranti, arrivando alle saline con migliaia di persone. Gandhi il 6 aprile 1930 a Dandi raccolse una manciata di sale direttamente sulla spiaggia, in violazione delle leggi imperiali. La polizia era presente sul posto per sedare la rivolta e si oppose all’avanzata dei manifestanti con duri colpi di sfollagente, ma i manifestanti continuarono ad avanzare, subendo i colpi senza reagire, subito sostituiti da altri quando cadevano. Gandhi proseguì a sud verso le saline di Dharasavna, ma fu arrestato alla mezzanotte tra il 4 ed il 5 maggio prima di arrivarvi. Gandhi fece della non-violenza il suo principale ideale di vita. Egli utilizzò questo principio come un collante tramite il quale unire la sua India oppressa contro il governo britannico. Egli è, storicamente, meglio conosciuto come Mahatma, che significa grande anima, la stessa che portò l’India ad una storica indipendenza.

Noi invece abbiamo i piedi doloranti, quindi torniamo a casa in autobus… aspettiamo solo che l’autista si svegli e via!

Tappa al super per la spesa, questa sera si mangia italiano, o quasi… diciamo simil italiano.

Fare una pasta non è mai stato complicato come qui:

  • Pulizia pentole incrostate
  • Sterilizzazione di piatti e posate con l’acqua bollente
  • Bollitura dell’acqua su un fornello che acceso fa meno fiamma di un lumino
  • Cambio di strategia, riscaldamento dell’acqua nel bollitore, per poi ritrasferirla nella pentola sul fornello
  • Strategia fallita, l’acqua non bolle e il fornello non si accende più
  • Aricambio di strategia, cottura della pasta nel cuoci-riso
  • Mischiamento con il sugo e cheddar (!!!) a cubetti

Bastianich avrebbe lanciato il piatto ed esclamato: “vuoi che muoro? Se do questo al mio cane…”. I piatti però sono tornati vuoti, quindi la fame ha avuto la meglio…

Sazi e soddisfatti ci ritiriamo ognuno nella propria stanza.

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