RTW day 169-171: i broccoli di Munnar

Salutiamo Thomas che ci rifila altri due regali: borsetta luccicosa con gli elefanti per la Vale e peperoncino più varie spezie, come se non ci fosse un domani, per me… che di sicuro ci sequestrano tutto alla prima dogana.

Almeno ci è andata meglio a sto giro, niente urna di metallo per le ceneri. Lasciamo una lettera al nostro host per ringraziarlo dell’ospitalità e per la sua innata follia, ne diamo una anche ad Alex per augurargli buon viaggio e che i suoi passi lo possano portare in luoghi da togliere il fiato.

Usciamo di casa con il quadro, le spezie e la borsetta sotto braccio e dopo più di 4 ore di viaggio, tra curve a gomito e pazzi scatenati alla guida di bus enormi su strade minuscole, arriviamo a Munnar: non credo avrei potuto resistere ancora 5 minuti senza tirar su l’anima. Almeno qui si respira, aria fresca! Questo paesino infatti è situato a 1.600 metri di altezza ed è il luogo in cui già gli inglesi si recavano per sfuggire alla calura estiva. Ora la cittadina è uno sciatto centro amministrativo, tuttavia, allontanandosi di pochi chilometri, ci si ritrova immersi in un caleidoscopio di sfumature verdi, interrotte solo dai colorati copricapi delle donne che sforbiciano le foglie di tè sin dal mattino presto. È qui che ci perderemo nei prossimi giorni.

Pranziamo in un posto super spartano in centro al paese. Il menù, come da copione, è incomprensibile. La Vale si rifugia nelle sue amate patate, che ancora un po’ che le mangia fa i butti e le spuntano le radici. Io mi lancio, ordinando il piatto speciale della casa. Portano una foglia di banano e penso “ottima idea come tovaglietta!”. Dopo qualche secondo scopriamo che si tratta del piatto. Bene, eco-friendly! E poi vai con il cibo! Il cameriere arriva con dei bidoni di latta, tipo rancio del militare, e riversa mestolate sul “piatto di foglia di banano”.

Tutto rigorosamente in scala da spicy a super-spicy.

Come se non bastasse, una volta posate le ciotole, il cameriere ci si apposta alle spalle per assicurarsi che:

  • Mangiamo tutto (super-spicy incluso)
  • Mangiamo nell’ordine giusto (guai a pappare lo yogurt col mango e tronchi di palma prima della brodaglia di aglio e peperoncino urticante)
  • Mangiamo nel modo giusto (ovvero mischiando tutto sulla foglia di banano e ingurgitando con le manazze a quattro palmenti)

Dopo qualche minuto, sconsolato per la nostra performance, entra in campo e sbriciola con le sue manazze il pane indiano direttamente nel mio piatto. Amuchina ciao ciao, oggi mi sa che il cagotto è assicurato! E invece incredibilmente arriviamo in hotel senza smottamenti. Un’ulteriore conferma della nostra teoria, che ormai stiamo studiando da mesi come cavie: aglio e cibo piccante sterilizzano tutto, meglio del disinfettante.

Ritorniamo al nostro alloggio, altre curve… Ci riprendiamo un po’, perché dopo tutto questo zig zag siamo due lenzuoli. E poi fuori piove, in fondo se è tutto così verde, un motivo ci sarà, no? Ceniamo nella nostra guest house, insieme ad una coppia di Los Angeles, in giro per l’Asia da 7 mesi. Prevedono di continuare fino all’anno, terminando il loro viaggio in Europa. L’esercito dei viaggiatori seriali che mollano tutto per inseguire la loro passione si fa sempre più numeroso!

La mattina successiva la Vale si alza con la spalla e il collo incriccato… la tentazione di mollare e stare a letto è durata 5 secondi, ma poi con una spalmata di balsamo di tigre e un cerottamento di voltadol fatto con le mie manine, che neanche Balotelli ha mai avuto, salta fuori dalla stanza come uno stambecco! Ma il balsamo di tigre se l’è spalmato o l’ha sniffato?

Ci dirigiamo verso la Top Station, che dicono essere un punto panoramico molto bello. Da lì si domina tutta la vallata e si vede il confine tra il Kerala e il Tamil Nandu. Era la vecchia stazione con cui gli inglesi trasportavano a valle il tè raccolto in queste morbide colline. Ci arriviamo in due orette. Il panorama non ci lascia a bocca aperta, forse perché siamo abituati alle nostre Alpi, ma scendiamo comunque al punto di osservazione per qualche fotografia di rito.

Passate le 10:00, comitive di indiani iniziano a riversarsi su questi pendii e il numero di selfie nell’area schizza alle stelle. È tempo di andare, anche perché nella salita, abbiamo individuato almeno un centinaio di posti dove fermarci per fare fotografie ai campi di tè, che rivestono queste colline rendendole simili a dei broccoli giganti.

A rendere tutto questo più affascinante sono gli incontri sulla strada e ai bordi delle piantagioni, dove si riuniscono le donne impegnate nella raccolta. Io mi allontano per qualche foto panoramica e la Vale, come al solito, attacca bottone con queste signore, uniche, dalla forza immane, piegate sotto il sole, ma sempre pronte a donarci un sorriso e a dedicarci del tempo.

Raggiungo la Vale che mi racconta la storia di Angely, una ragazza dal sorriso dolce, che lavora nei campi da tè, come sua mamma e sua nonna. Ha già raccolto due sacchi di foglie questa mattina e tanti altri aspettano di essere riempiti.

Camminando, arriviamo in un altro campo, dove altre operaie si muovono rapidamente, seguendo il percorso tracciato tra un cespuglio e l’altro.

Qui la Vale attacca a chiacchierare con un’altra signora, Sara Sue, forse la più anziana del gruppo.

Sarà Sue le dice che la raccolta del tè è un lavoro molto duro e che tutti i giorni va a casa con il mal di schiena, anche perché, al termine della giornata, quei sacchi colmi di foglie se li deve caricare in testa per portarli fino ai camion. In tutto questo sorride, ci fa sedere all’ombra di una pianta, dove ricambia le domande della Vale, incuriosita dalla nostra presenza. Ci offrono con orgoglio il loro tè, a chilometro zero, anzi a metro zero! Tirano fuori da un pentolone un bicchiere a testa e dobbiamo ammettere che quello è il tè più dolce e più buono che abbiamo mai bevuto. Forse lo abbiamo sentito ancora più dolce per la gentilezza con cui siamo stati accolti.

Sara fa gli “onori di casa”, presentando alla Vale tutto il gruppo di donne che lavora nei campi e le vedo chiacchierare, metà in inglese e metà a gesti, come se fossero amiche di lunga data. Sinceramente non so come faccia, ma riesce a comunicare con chiunque, con gli occhi, con il sorriso, con la sua curiosità di capire e comprendere… fatto sta che ovunque andiamo la Vale lascia una traccia dei suoi passi.

Tutte hanno dei robusti teli di cerata avvolti intorno alla vita per proteggersi dei rami e dalle spine, ma nello stesso tempo soffrono un gran caldo.

Anche Dala viene a salutarci, con un’allegria contagiosa! La Vale le confida che il suo è il più bel sorriso che abbia mai visto in questo viaggio e lei sorride ancora con più gusto.

Arriva il momento di chiudere i sacchi colmi di foglie. Tutte se ne caricano almeno uno sulle spalle o in testa e, sotto l’occhio attento del capetto di turno, sfilano ad una ad una e spariscono dietro le colline, salutandoci un’ultima volta.

Ma la grande Shakti risponde da lontano al suo capo, facendogli capire che prima deve terminare il suo tè. La Vale le dice che fa bene a farsi rispettare e si strizzano l’occhio.

Andiamo via pure noi prima di far partire una rivolta femminista. Scherzi a parte, in questi sei mesi abbiamo visto sempre e solo donne lavorare come dei muli, piegate da pesi incredibili e impegnate a far lavoro di tre persone… vorrei sapere chi ha coniato il termine “sesso debole”…

Entusiasti di questi incontri, il giorno seguente ci spingiamo ancora oltre. Vogliamo passeggiare tra questi campi e salire per le strade sterrate che si inerpicano a zig zag per le colline. Su consiglio del proprietario della guest house ci dirigiamo alla Laxmi Estate, poco fuori Munnar. Arrivati lì, imbocchiamo il primo sentiero e girovaghiamo senza meta.

Sarà il caldo, sarà l’altitudine, sarà che non sono più abituato agli scarponcini dopo due mesi di sandali, fatto sta che penso bene di inciampare e spalmarmi stile pelle d’orso per terra, con la Vale che mi guarda ridendo e dice: “ho visto che cadevi! Sei andato giù al rallentatore!”… mai che mi prendesse al volo una volta! Fossi stato la statuetta di Ganesha si sarebbe immolata! Mi rialzo tutto smerdato di fango e con le mani grandi il doppio e pulsanti, che sembrano quelle di Topolino. Lei sghignazza sotto i baffi a più riprese ripensando alla scena.

Arriviamo ad un punto di raccolta del tè, dove un gruppetto di donne sono radunate attorno ad una pesa. Come da regola, 30 donne con la schiena spezzata e un uomo che dà ordini. Tutte ci salutano sorridendo, ma non il caporale, che scontroso ci ricorda che siamo su una proprietà privata e ci intima di andarcene.

Ogni sacco pesa 22-25 chili e presto queste donne se ne dovranno caricare un paio sulla schiena e trasportarli a valle.

La scena si ripete in un’altra piantagione più a nord, nei pressi del museo del tè. Dopo esserci inerpicati per qualche chilometro, veniamo rispediti a fondo valle con la motivazione che: “ci sono in giro animali pericolosi”. La Vale ignora bellamente l’avviso, mentre la fotografo in posa tra questi campi verdissimi.

Autoscatto time corredato da amputazione di dita nel cavalletto… oggi è la mia giornata! Di solito queste cose succedono sempre alla Vale.

Poi visto che il tizio insiste, la Vale entra in modalità faccia da cu… cucciola e fa la stupita: “Animali? Oh no! (Fintissima! Un’attrice nata!!) Grazie per averci avvisato! Ma quali animali pericolosi?”. E qui parte un elenco interminabile di bestie, tra cui l’elefante selvatico (lo vedo proprio salire su sti sentieri, che me lo abbattono dopo 10 metri perché gli schiaccia le piantagioni), il bufalo (che paura), il cinghiale (o puccello setoloso), l’istrice (che se gli cado addosso sono finito). Ci fingiamo terrorizzati e riscendiamo… in cerca dell’elefante!! Che poi sembra più l’inizio di una barzelletta: “Cosa fanno due italiani e un elefante in un campo di tè? Fan tè!”… vabbè è il caldo che mi fa straparlare…

Non riusciamo a staccare lo sguardo da questi panorami…

Mentre scendiamo incrociamo di nuovo delle lavoratrici, che si affrettano a rientrare prima che piova; le nuvole in effetti non promettono niente di nuovo anche questo pomeriggio. Ci fidiamo del loro istinto e rientriamo anche noi, con gli occhi e la mente colmi di questo verde intenso, di questi visi bruciati dal sole, di questi sorrisi sfolgoranti.

Il giorno seguente lasciamo Munnar all’alba per tornare verso la costa e le famose backwaters, ma prima di salutarci questa vallata ci regala ancora un panorama mozzafiato.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. ros ha detto:

    che donne meravigliose …a tutte le latitudini le ho viste anche io faticare più degli uomini….baciiiiiii

    1. la Vale ha detto:

      È una verità scomoda purtroppo…

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.