RTW day 173: Kakkathuruthu mi manchi tu

Salutiamo la famiglia che gestisce la guesthouse in cui abbiamo soggiornato a Kumarakom e diamo un abbraccio alla piccola Menuu prima di andarcene.

Oggi andiamo in un posto che, quando ho letto il nome, non ho resistito. Ho dovuto inserirlo nel programma di viaggio. La Vale aveva identificato le backwaters del Kerala come luogo da 3 stelline, da visitare assolutamente, ma senza specificare la città di partenza e la modalità di esplorazione. Avendo carta bianca ho scartato subito le houseboat. Troppo inflazionate, troppo noiose, troppo costose, a meno di affaroni improbabili che so fare solo io, come quello in cui sono cascato in Vietnam. Leggendo qua e là, salta fuori che esiste un isolotto chiamato isola dei corvi, o Kakkathuruthu, raggiungibile solo in barca, proprio nel mezzo delle backwaters. Kakkathuruthu! Come si fa a non amare un posto con questo nome!?

Il National Geographic, nel 2016, ha inserito questo luogo tra le migliori destinazioni nel mondo per i suoi tramonti spettacolari. Non possiamo lasciarcelo scappare. In realtà cercando qualche foto su internet, più che i tramonti, ci hanno colpito le foto delle persone che abitano questa lingua di terra: genuine e sorridenti, immerse nella loro vita quotidiana. E soprattutto non ho visto foto di tuk tuk. Quindi la zona è clacson free, altro motivo per visitarla senza pensarci due volte.

A legare la terra ferma con l’isola solo un abbozzo di ponte, con quattro piloni solitari testimoni di questo progetto interrotto, fortunatamente fermo da tre anni. L’unica via di accesso è il molo, dove veniamo caricati su una barca, molto simile a quelle che abbiamo visto in Myanmar sul lago Inle.

Dopo pochi minuti eccoci sbarcare davanti ad un gruppetto di cinque piccole casette, pulite e decorate graziosamente, secondo lo stile del posto. Qui esiste solo un hotel, il Kayal Island Retreat, una gemma, perfettamente integrata con l’ambiente circostante. Come al solito ci siamo solo noi in tutta la struttura (che strano!). Qui non esiste né una scuola, né un ospedale, né un supermercato, per tutto ciò bisogna attraversare il fiume. Lasciamo le valigie in stanza e insieme a Saiju, il manager dell’hotel, facciamo un salto a visitare il villaggio e a comprare dei granchi per la cena di questa sera.

Il primo incontro, a pochi metri dal recinto è subito inusuale. Un gruppetto di uomini è seduto sul prato e sta giocando a carte ad una sorta di scala 40 indiana. Come in tutto il mondo, anche qui c’è il tizio che non gioca e guarda le carte degli altri, commentando ad alta voce e scatenando le ire di tutti.

Passiamo poi per il molo pubblico, dove attracca la barca che porta le persone del villaggio sull’altra riva.

Nel centro dell’isolotto, sui muri delle case abbandonate, si possono notare i simboli del partito comunista indiano, che qui sembra avere un discreto seguito. Con tanto di faccine del Che stampate ovunque.

Siamo attratti da un capannello di persone, radunate attorno ad un tempio. Qui fervono i preparativi per la Puja, ovvero la festa per la fine dei raccolti, che si terrà questa sera. Alcune donne pestano il riso per ricavarne farina. L’umidità e il caldo sono asfissianti e queste donne non smettono un attimo di battere i bastoni; le più anziane controllano se la consistenza della farina è al punto giusto, girando la polvere con le mani tra un colpo e l’altro. Che a vederle non so come facciano, io mi sarei già pestato le dita 100 volte.

Dall’altro lato del cortile gli uomini invece mettono a bollire il cocco per ricavarne il latte e poi l’olio. Avvolti intorno ai tronchi delle piante notiamo alcune scalette fatte di scorza di cocco per facilitare la salita.

I ragazzi sono i più curiosi e i meno indaffarati, così si avvicinano per conoscerci, tra questi una giovane ragazza di nome Kryshna Priya e il suo fratello Bibik Baiju, con cui scambiamo qualche chiacchiera.

Dobbiamo rientrare, ma sembrano dispiaciuti di vederci andare via, così ci diamo appuntamento per questa sera alla festa.

Sulla strada del ritorno incrociamo un simpatico vecchietto di 85 anni, che ci saluta in tutti i modi che conosce: “hellogoodmorningbyebyegoodnightnamaste!”.

Un mito! Tramite il nostro “Virgilio indiano” riusciamo a parlare con questo dolcissimo e simpatico personaggio.

Gli scattiamo qualche foto e gliele mostriamo. Ci dice che le adora!

Non smette più di ringraziarci! Speriamo di rincontrarlo questa sera.

Mangiamo (molto bene), tanto che la Vale fa pure il bis e vorrebbe fare il tris.

Ronfiamo (come ghiri) e alle 16:30 spaccate ci lasciamo accompagnare su queste acque tranquille dal barcarolo dell’hotel. Il celeberrimo tramonto tanto decantato dal National Geographic non arriverà, visto il cielo plumbeo. Non sappiamo perché, ma ci avremmo scommesso… tutte le volte che leggiamo che un posto è figo per una determinata caratteristica, noi puntualmente arriviamo nel momento sbagliato. Ciò non ci impedisce di apprezzare questi luoghi pacifici e caratteristici. E non impedisce alla Vale di farsi mozzicare da un tafano mannaro. Per una strana alchimia, mentre tutte le zanzare preferiscono me, i tafani sono innamorati perdutamente di lei.

Dopo il giro, ritornati in stanza, decidiamo di dedicare l’ultima pellicola di stampa della Polaroid al nonnetto, come ringraziamento dei suoi sorrisi. Stampiamo la foto più bella.

Arrivano le 19:00 ed è ora di tornare al tempio! Sulla strada ribecchiamo il vecchietto sull’uscio di casa e gli regaliamo la sua foto. Non ci crede quasi! È felicissimo e così gasato che ci risaluta per mezz’ora.

Siamo davanti a casa di Krishna e Bibik ed entriamo a salutarli. Ci aspettavamo un ciao con la mano sull’uscio, invece ci corrono incontro e ci abbracciano contenti di questa sorpresa. La ragazzina salta al collo della Vale e non le lascia un attimo la mano. Ci fanno entrare in casa e ci presentano tutta la famiglia, radunata qui al completo. Saranno 20 persone tra genitori, zii, cugini, fratelli. E con tutti è d’obbligo un selfie.

Poi arrivano pure i dolcetti al cocco caldi e io non capisco più niente. Tra una foto e un dolcetto mi trangugio pure due bicchieri di latte di cocco, risparmiando alla Vale il rischio cagotto. Che ora che ci penso il water è nel giardino della camera dell’hotel… passerò la notte sul trono, divorato, pure sulle chiappe, dalle zanzare! Troppo tardi…

La Vale cede ai ragazzi la sua Olympus, detta Olly, e gli insegna a mettere a fuoco, ad inquadrare e a scattare le foto. Sono super gasati!

Bisogna un po’ migliorare la mira e la messa a fuoco, ma ce la possono fare…

La nostra Krishna, con le 20 persone al seguito, ci mostra la casa sul retro e ci presenta altre 10 persone della famiglia.

La Vale viene prima pucciata nello stagno e poi le viene consegnato il sacro mestolo del potere per cucinare un’altra dozzina di dolcetti al cocco.

Arriva il mio turno e, come sempre quando mi cimento io in cucina (che in questo caso sono due tizzoni a terra), metà dell’impasto finisce fuori obiettivo e smerdo tutto il fornello. Nonostante questo parte la ola tra il pubblico presente che chiede il bis.

Sono quasi le 20:00 ed è ora di andare al tempio; tutta la famiglia viene con noi e Krishna e Bibik ci prendono per mano per guidarci tra i sentieri bui dell’isola.

Una volta arrivati, Krishna ci presenta a tutti i presenti, stringiamo un milione di mani e veniamo coinvolti in tutte le attività. Dei candelabri costruiti con un tronco di banano e dei piccoli cocchi, come porta olio, stanno per essere ultimati e anche noi siamo chiamati a contribuire… anche se con scarsi risultati.

Tutto intorno fervono gli ultimi preparativi e i canti rituali dei fedeli del tempio si fanno più forti.

Mentre Krishna fa gli onori di casa, Bibik ci porta i suoi amici per scattare una foto. Questi due ragazzi sono il nostro lascia passare in questo posto non noto al turismo e ancora così genuino.

Cediamo la Olly per uno scatto tutti insieme… i ragazzi fanno progressi!

Tutte le fiamme sui candelabri vengono accese e lo spettacolo è bellissimo.

La Vale per poco non si trasforma in una torcia umana cercando di far partire la fiamma di un lumino.

Ha inizio il rituale religioso, derivato dall’induismo, con canti, incensi, lanci di acqua e riso.

Al termine, comunichiamo che per noi è giunta l’ora di andare, anche se tutti insistono per farci restare. Vorremmo trattenerci, ma inizia ad essere tardi. Avevamo detto che ci saremmo fermati mezz’ora e sono passate 3 ore, quasi senza accorgercene; non abbiamo ancora cenato e domani si parte all’alba per Delhi. Poi sembra che stiano preparando dei fuochi d’artificio e visto che il fratello di Krishna ha una mano mezza ustionata da uno di questi, non vorremmo fare la stessa fine. Salutiamo tutti, diamo un forte abbraccio a Khrisna e un’ultima strizzata alle guanciotte di Bibik e torniamo verso la nostra camera, dall’altra parte dell’isola, guidati dalla sola luce di una torcia elettrica. Miracolosamente arriviamo indenni senza cadere in nessuno stagno.

Giornata intensa, ma esattamente come la amiamo: vera, umana, dolce, intima. Lontana dal caos, dal turismo di massa e dai luoghi comuni di questa regione. Non siamo ancora partiti e Kakkathuruthu già ci manca.

Lasciamo farmaci e pomate che abbiamo in valigia per curare l’ustione alla mano del fratello di Krishna, con la raccomandazione di andare in ospedale, anche se temiamo che questa opzione non verrà presa in considerazione, visto che qui non c’è possibilità di cure mediche.

Da un po’ ci portiamo dietro il libro de “Il piccolo Principe” in attesa di essere regalato per un’occasione speciale. Khrisna ci ha confessato che la sua materia preferita è l’inglese, così glielo lasciamo in dono come ringraziamento di averci trattato come vecchi amici.

BANDIERA

Ultimo giorno in India, domani si parte per nuove mete, quindi è giunto il momento tanto atteso da Filippo. Dobbiamo ammettere che questa foto è scaricata da internet perché non abbiamo mai visto sventolare la bandiera indiana da nessuna parte.

La bandiera indiana viene anche detta Tiranga, ovvero “tricolore” in sanscrito. Consiste di tre bande orizzontali di color zafferano, bianco e verde.

Esistono varie interpretazioni sul suo significato:

  • il color zafferano simboleggia il coraggio, il bianco è per la pace e il verde per la prosperità
  • l’arancione e il verde rappresentanti le principali religioni del paese: buddismo e islamismo ed il bianco come simbolo della tolleranza esistente tra le due
  • l’arancione come simbolo di umiltà, il verde come omaggio alla natura del luogo e il bianco come simbolo universale di pace e unità

L’interpretazione più diffusa rappresenta ogni colore come le tre principali religioni in India e il loro apporto nella liberazione del paese e il sacrificio nelle battaglie. L’arancione infatti rappresenta i fedeli di religione Sikh, il bianco per gli Hinduisti e il verde per i Musulmani.

Originariamente al centro della bandiera c’era il Il chaKRa, che rappresentava la ruota di filatura di Gandhi, simbolo dell’autosufficienza. In seguito, venne sostituita dalla Ashoka Chakra, una ruota blu con 24 raggi, ovvero “la ruota della vita buddista”, che si trova negli emblemi del III secolo a.C. dell’Imperatore Ashoka. Il chakra è associato alla virtù e ai mutamenti della natura, i 24 raggi della ruota simboleggiano le 24 ore del giorno e il progresso costante.

Questo cambiamento non piacque a Gandhi che affermò che mai avrebbe onorato una bandiera con tale vessillo. La bandiera venne adottata ufficialmente dall’Assemblea costituente indiana il 22 luglio 1947.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Nicoletta Metta ha detto:

    Bellissimoooo!!! 😍😍😍😍

    1. la Vale ha detto:

      Uomo di marketing non mente…

  2. ros ha detto:

    tappa bellissima!!!

    1. la Vale ha detto:

      👌🏻

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