RTW day 174-175: Thimphu, la porta del Bhutan

Ci godiamo l’alba, prima di riprendere barchetta e auto per raggiungere l’aeroporto di Kochi. Lasciamo le backwaters, il caldo umido del Kerala e ci prepariamo a salutare l’India.

Prendiamo un volo da Kochi per Nuova Delhi; resta solo una notte a separarci da questa intrigante nazione, il Bhutan. Prenotiamo un hotel in periferia in modo da essere vicini all’aeroporto per il volo di domani delle 6:30 per Paro. In teoria in linea d’aria l’hotel si trova a 5 minuti dall’aeroporto; in pratica la strada circumnaviga tutta la città e ci si mette 45 minuti. Chiamiamo un Uber, il più tamarro della storia: arriva sgommando e si ferma con un testa-coda, accompagnato dalle note di “Boombastic” di Shaggy a tutta palla, seguito da canzoni sempre più tamarre.

La nostra testa ha già voglia di novità ed è proiettata verso il Bhutan. La domanda che ci pongono più spesso è “l’India vi è piaciuta?”. La risposta non può essere che sì, e forse per certi aspetti ci siamo presi pure una mezza cotta per questo Paese. Sono quelle cose irrazionali, come l’amore o la fede, perché l’India è maleodorante, è sporca, povera, ingiusta, caotica e corrotta, ma questo Paese è anche ospitale, generoso, curioso, sorridente, speziato e colorato. E soprattutto è fatto di una moltitudine di persone che danno colore, quando con i loro saree spiccano tra le abitazioni e nel paesaggio, come se fossero arcobaleni, e ti domandi come facciano ad essere sempre così impeccabili, visto che noi ogni sera dobbiamo lavarci i pantaloni e le scarpe sempre più smerdate. Ti chiedi poi come la gente faccia a vivere qui, i sensi sono iperstimolati, nessuno riposa mai.

La vista… se ti guardi in giro non trovi mai un angolo in cui non ci sia una persona e quando attraversi la strada ti trovi vacche sacre, tori, motorini e tuk tuk che sbucano ad ogni angolo. In India non ti senti mai solo.

L’udito… clacson e strombazzamenti ad ogni ora, musica e vociare non stop.

L’olfatto… la sporcizia per le strade e gli escrementi di animali rendono l’aria irrespirabile, le spezie e i profumi si mischiano creando un cocktail inimmaginabile.

Il tatto… mani che ti toccano e spintoni per le strade, gente che ti stringe la mano e ti presenta a tutta la famiglia, abbracci e carezze.

Il gusto… tutto speziato, tanto… troppo a volte, così da piallarti la lingua e non farti più distinguere un sapore.

Arrivi alla sera completamente ubriaco perché tutto questo lo vivi in ogni attimo, invece a guardare loro sembra che tutti questi stimoli siano resettati e che percepiscano solo ciò che gli interessa. La gente sdraiata per strada o bambini amputati che chiedono l’elemosina non sembrano sfiorarli, forse sono così abituati o semplicemente lo accettano, mentre tu sei lì che ti fai mille ragionamenti in testa. Ed è proprio per questo che forse l’India è unica: qui ti senti diverso che altrove, provi altre emozioni, pensi altri pensieri. Alla fine non giudichi più, accetti, ti adatti e la tua testa passa in modalità “senza regole”. Qui più che in altri paesi, la protagostista è la religione, che detta le regole e scandisce i tempi…e ci incasina la testa con un sacco di nomi di dei e reincarnazioni.

Questa è la nostra India, che tornassimo indietro rifaremmo ad occhi chiusi, ma non è sempre splendida come alcuni blogger la descrivono. Secondo noi o la vivi così com’è o dopo un giorno scappi urlando.

Ora però siamo irrequieti, abbiamo bisogno di cambiar aria e abbandonare questo caldo insopportabile. Passiamo il pomeriggio a lavare tutti i nostri (pochi) vestiti e approfittiamo della temperatura infernale per metterli ad asciugare… solo dopo aver scassinato la valigia, causa laccetti da elettricista che le compagnie aeree indiane amano tanto.

Presso il nostro hotel sembra che ci sia una convention di zanzare. Vengo menato in ascensore da una baby gang di insetti ronzanti. Solo tre piani ed esco tumefatto in ogni angolo del corpo.

Al mattino fuggiamo pagando in contanti e senza nemmeno aspettare il resto per paura di essere inseguiti dal nugolo di zanzare che ha preso residenza nella reception.

Ma non ci interessa. Il nostro passaporto non sta più nella tasca per la gioia di ricevere un nuovo timbro! Sono le 3 e mezza di mattina e su suggerimento (pessimo) del proprietario dell’hotel siamo arrivati in aeroporto 3 ore prima. Ci siamo io, la Vale, una zanzara che ci ha accompagnato e un indiano addormentato sul nastro trasportatore dei bagagli. Forse l’abbiamo presa un po’ troppo larga. Tra una sonnecchiata e un controllo bagagli, con una lentezza tale da essere quasi snervante, arriviamo finalmente al momento del decollo.

Il volo sembra vuoto. Sulla tratta Delhi-Paro è possibile ammirare il massiccio dell’Himalaya ed è uno dei più scenici al mondo. Noi ovviamente siamo sul lato destro dell’aereo, quello sbagliato, con vista India. Per di più lato corridoio. Molti posti sono liberi quindi, mentre io ronfo per recuperare ancora qualche minuto di sonno, visto che la sveglia ha suonato alle 3, la Vale, lesta come una faina, si sposta sul lato sinistro da cui si gode tutto il panorama. L’aereo si avvicina sempre di più alle montagne… ancora e ancora.

Fino a quando la Vale non resiste e viene a svegliarmi… ci metto qualche minuto a connettere, ma poi “guardo il mondo da un oblò” e non mi annoio manco per niente! L’Himalaya è ad un palmo di mano da noi, poi qualche vuoto d’aria ci fa sussultare un po’.

Scalo tecnico a Kathmandu, dove l’aereo compie una decina di giri sopra all’aeroporto trafficatissimo, ancora un giro e tiriamo su la colazione. Infine atterra sfiorando una collina e su una ruota sola, sopra una delle piste di atterraggio più corte del mondo. La maggior parte dei passeggeri ha in mano il sacchetto del vomito, per fortuna nessuno ha prodotto, ma tutti siamo decisamente bianchicci. L’aereo si riempie completamente e siamo quindi costretti a tornare ai nostri posti con vista carrello del catering. Ma ci rifaremo nel viaggio di ritorno! Si riparte da Kathmandu e in poco meno di un’ora siamo in terra bhutanese.

Neanche un minuto che siamo atterrati e già la Vale è in fibrillazione da controlli doganali, visto che ha comprato mezzo chilo di mandorle che teme possano costarle la galera a vita. Quindi me le devo mangiare tutte in 5 minuti. Qui potete osservare come sgranocchio le ultime cinque prima di crollare al suolo soffocato.

D’un tratto realizziamo che l’aria è più fresca, pulita… non sentiamo clacson all’uscita dell’aeroporto. 26 gradi, umidità nella norma. Stiamo sognando? In aeroporto vediamo subito la foto della famiglia reale, tutti gran fighi!

Noi in compenso abbiamo due facce sfatte, che ai controlli devono guardare 10 volte la nostra foto per capire che siamo noi. Comunque il timbro sul passaporto ce lo mettono… mi aspettavo un dragone, ma ci accontentiamo.

Fuori ci attendono la nostra guida Sonam e il driver Ugyen, che saranno i nostri compagni di viaggio per i prossimi giorni. Il Bhutan funziona così, a pacchetto completo. Per avere il visto devi pagare una quota fissa di soggiorno giornaliera all’agenzia (obbligatoria) ed è tutto incluso: guida, driver, hotel, pranzi e cene. E ovviamente la guida ti marca a uomo per assicurarsi un impatto minimo sulla vita locale. Per due randagi come noi è qualcosa di nuovo, non sappiamo come reagiremo, ma non c’è scelta, quindi ci lanciamo fiduciosi. Almeno l’itinerario e i posti da vedere li ha scelti la Vale, quindi andiamo sul sicuro. Ma non so quanto la Picanella resisterà a farsi guidare e a non esclamare “andiamo di là”, senza una ragione apparente.

Sulla strada che dall’aeroporto conduce a Thimphu, la capitale del Bhutan, si trova la nostra prima tappa: il ponte del Tachog Lhakhang,un piccolo monastero in riva al fiume. Questo ponte fu costruito interamente in ferro, per sopperire alla carenza di legname di questa zona.

L’artefice di questo ponte fu un monaco che qui si stabilì e divenne noto in tutto il paese come il “costruttore di catene” per la sua abilità nella metallurgia. È raffigurato all’interno del tempio.

L’intero ponte è ricoperto di bandiere e qui qualcuno si potrebbe incatenare a vita. Vero Filippo? Queste bandiere ci indicano il cammino fino all’altra parte del fiume.

Sono fatte da pezzi di tessuto rettangolari colorati, ornati con preghiere, mantra e simboli propiziatori. I buddisti ritengono che le bandiere di preghiera producano vibrazioni spirituali, che vengono rilasciate in aria se agitate dal vento. Ogni persona e luogo toccato dal vento saranno più felici e sollevati.

Questa tipologia, orizzontale, che viene chiamata “Wind Horse“, è formata da cinque bandiere di colori diversi. Ogni colore rappresenta i 5 elementi fondamentali: il blu per lo spazio, il bianco per l’aria, il rosso per il fuoco, il verde per l’acqua e il giallo per la terra. I buddisti ritengono che bilanciare questi elementi porti l’armonia all’ambiente e una buona salute del corpo e della mente. Le bandiere di preghiera sono anche utilizzate per appagare gli spiriti e gli dei locali, per questo vengono posizionate in luoghi dove vi possono risiedere, come montagne, laghi, ruscelli e valli. Si dice che le bandiere di preghiera portino la felicità, l’augurio di una lunga vita e la prosperità.

I fedeli hanno posizionato, vicino alle ruote di preghiera, dei piccoli stupa in terracotta che contengono i loro desideri e le loro preghiere.

Concludiamo la visita al ponte. Forse non sembra niente di che, ma siamo talmente gasati di essere qui che ci sembra più bello del Golden Gate Bridge. Pure il cestino della spazzatura, con la sua inusuale scritta, ci affascina: “Parti da dove sei, usa quello che hai, fai quello che puoi”.

Guardiamo tutto quanto ci circonda, e come le preghiere scritte sulle bandiere, anche i nostri pensieri sono trasportati dal vento.

Arriviamo a Thimphu, l’unica capitale del mondo senza semafori. Diversi anni fa, è stato installato un semaforo, tuttavia i locali si sono lamentati che era troppo impersonale. Quindi, gli addetti della polizia stradale, con i loro gesti graziosi, continuano a dirigere il traffico.

In questa città visitiamo il Changankha Lhakhang, famoso per essere il tempio con più H nel nome al mondo. È pure uno dei più antichi, popolato da simpatiche vecchine, anche loro tra le più antiche del Bhutan.

Ci facciamo affascinare anche dalle ruote di preghiera e dal rumore che emettono. I buddisti ritengono che spingere con attenzione una ruota di preghiera produca gli stessi vantaggi e meriti della recitazione orale dei mantra arrotolati e contenuti all’interno. Maggiori i giri, maggiori i meriti. E quindi tutti a girare sta ruota come neanche Mike Bongiorno ha mai visto.

Ora la moderna tecnologia ha prodotto ruote di preghiera che possono essere azionate elettricamente ed esiste anche in un’applicazione sull’Iphone! Mmm… qui si bara!

Il tempio è anche conosciuto come “tempio dei bambini”, poiché la gente del posto viene qui per dare il nome ai propri figli. I bhutanesi hanno di solito due nomi, ma il secondo non è il cognome di famiglia, come negli altri paesi; sono perciò nomi interscambiabili e senza genere.

Da qui ci spostiamo verso un monastero femminile, la Zilukha nunnery, uno dei pochi in tutto lo stato. Qui si possono incontrare monache di tutte le età, dove le più giovani sono intente a giocare nel cortile con dei sassi, mentre le più grandi meditano, pregano e ridono tra di loro.

Si può anche ammirare Thimphu dall’alto, con il suo tempio-fortezza (lo dzong), il parlamento e l’umile e discreta residenza reale, a lato delle altre due e riconoscibile dal tetto nero sormontato da guglie d’oro.

Terminiamo la giornata in una scuola d’arte in cui si insegnano le 13 arti tipiche del paese. Noi siamo attirati della scultura del legno, dalla pittura e dalla lavorazione dell’argilla. Questi ragazzi sono bravissimi e staremo ore ad osservarli, immersi nei loro capolavori. Solo il taglio e cucito fa venire le bolle alla Vale e lo saltiamo a piedi pari.

la Vale attacca bottone anche qui e chiede come mai il Buddha ha un foglietto con uno smile attaccato in faccia. Il ragazzo le risponde che è per protezione, perché il viso è la parte più complessa da dipingere. Beh, la faccina che ride però fa proprio simpatia!

Finalmente in hotel, facciamo il check-in e, appena in camera, faccio quello che fanno tutti i rappresentanti del genere umano maschile sulla faccia della terra. Pisciatona colossale con scorreggiata epica per marcare il territorio. Peccato che nel frattempo ho dato il colpo di grazia al facchino che ha portato le valigie in camera e, a mia insaputa, si trovava nella stanza durante l’atto barbarico. Facciamo sparire il corpo del reato e andiamo a cenare. La Vale fa finta di non conoscermi e cammina a 10 metri di distanza. Non male come inizio!

Ceniamo spazzolando il buffet e crolliamo esausti appena messo piede in camera. La sveglia all’alba ci ha decisamente provato.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Mara Todde ha detto:

    Praticamente letto in apnea!!! Il significato delle bandiere di preghiera ha colpito molto il nerd che ora vuole ritagliare lenzuola per appenderle al vento sul balcone di casa!😂😂😂
    Buddha mi deve una parure nuova🤪

    1. la Vale ha detto:

      Ahah! Digli di aspettare il nostro rientro per tagliarle… fidati Filippo!

  2. ros ha detto:

    Paolo….che onore sapere che non si ricorderanno della tua gentilezza ma ti riconosceranno per strada….grazie alle intonazioni musicali…..

    1. la Vale ha detto:

      È un baritono!!

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