RTW day 177: folli e falli divini a Sopsokha

Anche oggi convinciamo la nostra guida Sonam a recuperarci alle 8:00. Visto che, negli ultimi giorni, al pomeriggio piove sempre, ci sembra cosa saggia e giusta. Quindi come direbbe qualcuno di nostra conoscenza: “anticipare!”

Ci rechiamo quindi di prima mattina al Khamsum Yuley Lakhang, un tempio che domina la vallata. Dobbiamo arrivare in cima alla collina.

Per il sentiero incontriamo un nonnetto che, nonostante il bastone, va di maledetto! Noi usiamo la scusa delle foto per rallentare il passo e prender fiato. Che scoppiati!

Arrivati a metà strada c’è un’enorme ruota di preghiera, dove il nonno sta riprendendo fiato. Ma cosa corri che poi sei lì che rantoli? Vacci piano nonno che Bhudda non scappa.

Arriviamo in cima e saliamo fin sul tetto: la visuale merita proprio.

Questo tempio fu costruito dalla regina madre dopo che un astrologo aveva predetto grossa sfiga per suo figlio. E ad una mamma toccale tutto tranne che il suo scarrafone, quindi in men che non si dica ha fatto innalzare questo tempio in cima alla collina e ora il re può dormire sonni tranquilli. Ma non bastava un bel cornetto portafortuna?

Facciamo qualche foto e qualche autoscatto. Per un motivo imprecisato un cane che gironzola per il cortile finisce sempre nell’inquadratura (e sempre di chiappe)… un po’ come la nostra guida, che quando non ci scatta le foto (storte) riesce sempre ad entrare nelle inquadrature.

Allontaniamo cane e guida e ci godiamo qualche attimo all’ombra di questo bellissimo albero di Buddha, nella pace più assoluta.

Ritorniamo a valle e risaliamo in auto per la prossima tappa, ma siamo bloccati da un mini bus in panne. Interviene l’amico della polizia, come cita la pettorina. Il look è completato da abiti tradizionale, gambaletto immancabile e cappello da cowboy. In men che non si dica ribalta le sorti (e quasi il mini bus)!

Ci fermiamo all’esposizione annuale itinerante di fiori, sponsorizzata dal re. Quest’anno tocca a Punakha e si tiene vicino allo dzong. Ieri era chiusa al pubblico in quanto la famiglia reale era in visita… oh, non iniziamo pure qui, eh! Oggi non c’è ombra di corone in giro quindi liberi tutti.

Non è niente di speciale ai nostri occhi, ma per loro è una novità. A parte per il nostro autista Ugyen, visibilmente critico perché dice che ogni anno è sempre la stessa roba, che però scatta foto a più non posso… a quanto dice Sonam a lui piace solo mangiare e guidare. E si vede, aggiungiamo noi! Risate grasse risuonano nella macchina!

A noi colpisce, fortunatamente in senso figurato, un tronco elaborato e scolpito a forma di dragone.

Un gruppo di giovani monaci, aspiranti motociclisti, si diverte a bordo di una motoretta realizzata con degli pneumatici.

Continuiamo il nostro percorso tra fiori e visi espressivi.

Il clou della giornata arriva però al pomeriggio, quando ci spostiamo di qualche chilometro fuori dalla città, nel villaggio di Sopsokha. Famoso per essere un paese della minchia. Nel vero senso della parola, in quanto qui la vita scorre fra i lavori quotidiani dei campi e falli volanti, dipinti sui muri di tutte le case, in diverse dimensioni, infiocchettati con nastri colorati, con occhi ammiccanti, denti da Dracula e sorrisi simpatici. Non c’è da sconvolgersi, visto che qui il fallo è benedetto, scaccia i demoni e protegge le famiglie.

Anche il benvenuto nella città è piuttosto inusuale.

Tutto ciò non è un caso, i dipinti hanno la loro origine nel monastero di Chimi Lhaklang, che sorge a pochi minuti a piedi dal villaggio. Qui si trova quello che è considerato il tempio della fertilità, dove si recano le coppie bhutanesi e anche straniere che non riescono ad avere figli. Ricevono la benedizione e una volta nato il bambino, il nome del nascituro dovrà contenere il nome del monastero in segno di rispetto.

Questo tempio è dedicato al divin folle Lama Drukpa Kuenley, anche conosciuto come “il santo delle 5000 donne”, per motivi che non fatico a capire. Questo inusuale monaco amava descrivere il suo membro come il “tuono di fiammeggiante saggezza”. Marketing allo stato puro. Già nel 1500, quando il santo gironzolava e si ubriacava da queste parti, le donne venivano qui in pellegrinaggio a cercare la sua “benedizione”. E a chi invece si recava qui per apprendere i suoi insegnamenti, veniva richiesto di presentarsi con una donna e una bottiglia di vino. A lui risale l’usanza di dipingere falli sulle case, per scacciare gli spiriti malvagi. Dentro al tempio è custodito ancora oggi il suo arco, con cui sconfisse un potente demone, e un fallo di legno enorme, con cui i fedeli vengono benedetti, per assicurare loro la fertilità. Mentre stiamo ammirando i dipinti (particolarmente casti, visto quello che abbiamo trovato sul cammino), il monaco del tempio ci benedice e senza neanche accorgercene io e la Vale ci troviamo appoggiato in testa 50 centimetri di scultura artistica. Vale occhio che qui ci scappano 7 gemelli. Ritorniamo all’auto, anche perché sto monaco ha l’aria fin troppo da furbetto e non vorrei abbia mantenuto le usanze del suo maestro.

Ripassiamo tra i campi di ritorno al villaggio e con una temporanea fuga seminiamo la guida e ci scattiamo qualche foto tra grano, stupa e bandiere.

Qui le bandiere di preghiera sono verticali e si trovano sempre appese ad alti pali, situate in luoghi spirituali come stupa e templi, ma si vedono in qualsiasi luogo in cui la gente voglia essere benedetta o protetta.

Al villaggio qualcuno decide di fare la simpatica e di chiudere il rullino fotografico della giornata con una foto-rebus da settimana enigmistica: (5,2,5). Per solutori più che abili.

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