RTW day 178-179: in cerca di cicogne nella valle di Phobjikha

Oggi salutiamo Punakha, ma prima di prendere la strada per le montagne visitiamo, nel primissimo mattino, un monastero di monache, il Sangchhen Dorji Lhuendrup Lhakhang. L’atmosfera è tranquilla e la vista sulla valle da qui è ottima. Ci siamo solo noi, come sempre, e scorgiamo una monaca che medita guardando la vallata. Ha scelto proprio un bel posto.

Due occhietti ci scrutano… sulla cupola dorata sono dipinti gli occhi di Buddha, che guardano verso i quattro punti cardinali. E’ una tipica caratteristica dei templi nepalesi e questa cosa fa impazzire la Vale che starebbe qui per ore.

Autoscatto time, mano nella mano come in tutti questi sei mesi, mentre la nostra guida gira per tre volte la ruota della preghiera.

La Vale oggi è carica e riempie di domande Sonam. Sembra una bimba di 4 anni. Perché? Perché? Percheeeeé? Sonam risponde come può ed incredibilmente non la butta giù dalla rupe. Inizio a pensare che la mia dolce metà lo stia portando all’esaurimento, così da poter girare il Bhutan in libertà.

Gli chiede se possiamo raggiungere gli stupa che circondano il monastero. Sonam risponde che non lo sa, perché nessuno gliel’ha mai chiesto in 6 anni che fa la guida… caro mio sei capitato male, questa qua è una nomade, mica si accontenta delle tratte già tracciate da mille persone passate prima di lei!

Manco a dirlo, alla fine siamo giù, l’occhio di lince aveva adocchiato già da sopra l’unico stupa con tante finestrelle incise e vuole sapere perché è diverso dagli altri e cosa significa. La guida risponde che è lo stupa dalle tante porte, poi con una scusa si dilegua.

Un’ultimo incrocio di sguardi con questi occhi socchiusi e poi via, prima che venga giù il diluvio.

Facciamo una sosta al mercato per curiosare tra i cibi del luogo e quelli provenienti dalla vicina India, che ormai mangiamo da mesi, senza sapere cosa siano. Scopriamo i loro nomi: il melone amaro, detto karela, che assomiglia alla pelle di un drago e le melanzane sottili.

O questa verdura selvatica buonissima tipica delle montagne bhutanesi, dal nome impronunciabile.

Le nuvolette di riso fritte vendute a sacchettoni.

Mi vorrei comprare una collana di formaggio essiccato di yak, ma la nostra guida mi dice che con un pezzetto vai avanti a masticare anche per 3 ore. Desisto dato che ieri ho mangiato due pezzi di carne secca di yak e ancora non l’ho digerita.

Si parte, lasciamo definitivamente Punakha. Sulla strada ci fermiamo a visitare un vecchio villaggio di indiani, che negli anni 50 si trasferirono qui per contribuire alla costruzione delle strade di questa nazione. Le case sono molto caratteristiche e arroccate sulla collina. Neanche la fogna cielo aperto e la spazzatura per strada riescono ad intaccarne il fascino.

Sulle case sono dipinti i 4 animali mitologici del Bhutan in segno di portafortuna: il leone, la tigre, il dragone e il garuda.

Sonam ci mostra come i fiori di questo posto possano diventare delle freccette pronte all’uso, inserendo un sasso al loro interno. Ci divertiamo insieme a chi le tira più lontano.

Discendiamo per un sentiero da cui si vede il Wangdue Phodrang Dzong, distrutto da un incendio cinque anni fa, ora quasi completamente ristrutturato… belle e tradizionali queste candele a burro, ma qui piglia fuoco tutto! Ammiriamo i campi di riso, all’ombra dello dzong, con i primi steli che emergono dal pelo dell’acqua.

Si riparte e ci inerpichiamo per la montagna, lungo strade tortuose, destinazione Valle di Phobjikha. Sulla strada incontriamo una signora che vende abiti di yak e ci fermiamo per due chiacchiere, Ugyen traveste Sonam mettendogli un cappello e una campana dello yak al collo. Vendetta per le prese in giro di questi giorni.

Facciamo sosta in un ristorante sulla strada. In attesa di mezzogiorno, ci rilassiamo nel cortile da cui si vede la vallata. Tutto molto sereno e poetico, se non fosse per un cane strabico che mi sta ciucciando la tasca della giacca (strana usanza dei cani di qui). E se non fosse per il vicino del ristorante che ha pensato bene di tagliare con la moto sega 2 tonnellate di legname proprio ora.

Credo che nemmeno in cima all’Himalaya riusciremmo a trovare la quiete… Come minimo troveremmo lo yeti che fa i gargarismi o Messner che urla “Altissimalevissimapurissima” ai quattro venti.

Arriviamo nel villaggio di Phobjikha, famoso per la presenza nella valle delle cicogne dal collo nero, che migrano qui d’inverno. Peccato che siamo in primavera. Quindi delle nostre amiche cicogne, neanche l’ombra. Come sempre siamo fuori tempo pure qui. Sembra che siano tutte in ferie in Nepal, salvo una che, avendo un’ala irrimediabilmente menomata non può più volare ed è ospitata in una voliera nel centro visitatori. Si chiama Karma. La nostra delusione evapora subito a pensare a questa cicogna: tutte le sue amiche se la stanno godendo sull’Himalaya e lei è lì a farsi due maroni da sola e in gabbia!

Arriviamo al nostro hotel, dove, per correttezza, ci avvisano che, siccome l’elettricità è roba nuova qui, potrebbero esserci dei guasti frequenti. Veniamo equipaggiati di candele e cerini. Speriamo solo di non fare la fine dello dzong che abbiamo visto stamattina! Abbiamo anche 12 strati di coperte sul letto, deve far piuttosto freddo qui di notte.

Nel pomeriggio piove a più non posso, così ci rintaniamo vicino alla stufa e ci dedichiamo a scrivere il nostro diario e il blog. Le ore passano e i nostri piedi scalciano, non vogliono star fermi per troppo tempo e al decimo messaggio con le parole: “quando tornate? Ma ce la farete a stare 8 ore seduti ad una scrivania e a ricominciare nella frenesia di Milano?” la Vale inizia a dare segni di cedimento. Il countdown non era ancora partito nella nostra testa e questo ci ha fatto riflettere che siamo agli sgoccioli. Per darsi una mazzata in testa la Picanella inizia a riguardare le foto partendo dal primo giorno… alla fine di questa carrellata di immagini di quasi 6 mesi, con due lacrimoni agli occhi, esclama: “voglio tornare in Perù dai piccolini!”

La nottata ne risente, è agitata per entrambi, pensando a come sarà il nostro rientro, cosa sarà cambiato e cosa ci aspetterà.

Ci svegliamo non molto riposati, entrambi sentiamo un gran peso sul petto, saranno i 12 kg di coperte? O forse no… Per fortuna siamo al piano terra, perché a vedere la faccia della Vale, che pensa al rientro, chiusa tra 4 mura con vista strada, probabilmente sta pensando di buttarsi dalla finestra come la cicogna sciancata.

La nostra guida deve aver intuito che oggi abbiamo bisogno di libertà, infatti ci propone un giro all’aria aperta nonostante il tempo minacci acqua. Facciamo una passeggiata per rinfrescarci la mente e schiarirci le idee, ma soprattutto per tornare presenti nel momento che stiamo vivendo, senza preoccuparci di quello che verrà.

Camminiamo fino ad arrivare ad un piccolo tempio su una collina, ci piacciono questi posti unici e intimi.

Proseguiamo oltre, in questi campi tra yak e bandiere con mantra in bhutanese che sventolano senza sosta al vento e che continuano a far volare le preghiere e i desideri dei fedeli.

Se Sonam non dà fastidio almeno ad un toro al giorno non è contento, che poi lo innervosisce e quello incorna me!

Dal fianco della valle su cui ci troviamo si vedono due fiumi. Uno, più sinuoso, che scorre lungo la valle chiamato il fiume serpente.

L’altro, più diretto, che scende da uno dei due versanti, chiamato il fiume cinghiale.

Si racconta che per decidere cosa coltivare nella valle, riso o patate, i due animali si sfidarono. Chi avesse raggiunto prima il fondo della valle avrebbe deciso. Secondo la nostra guida vinse il serpente, secondo Google il cinghiale, che essendo meno tortuoso arrivò prima. Google vince per logica, Sonam per poesia. A noi piace chi parte in svantaggio e poi alla fine vince, sfidando le aspettative di tutti, quindi votiamo per il serpente. Porcello setoloso mi dispiace.

Attraversando i boschi, arriviamo al Gangtey Monastery, ovvero il monastero sopra cui le cicogne, quando ritornano in Bhutan e quando partono per il Nepal, fanno sempre tre giri volando in cerchio. Secondo i monaci lo fanno per rendere omaggio al luogo sacro e per salutare la valle. Secondo gli scienziati questo è dovuto alle correnti del vento. A dirla tutta, ci piace di più la versione poetica della storia.

Ora ci sono solo corvi che scagazzano, ma noi ci perdiamo nei nostri pensieri, immaginando questi nobili volatili dal collo nero prepararsi per un lungo viaggio e salutare il luogo che li ha ospitati per i mesi invernali.

Anche noi abbiamo deciso di fare lo stesso. Faremo altri 3 giri intorno al mondo per ringraziare tutti i posti che ci hanno accolto in questi 6 mesi. Ovviamente solo col pensiero. Ci tengo a precisarlo per tutti quelli che sono svenuti all’affermazione sopra.

La Vale ha ritrovato le energie e chiede alla nostra guida come mai i Buddha del Bhutan hanno i capelli blu. Ecco, l’ha messo in crisi un’altra volta; dice che c’è una ragione ma non la sa e che nessuno gli aveva mai posto questa domanda. Aaaaah, aridaje!

Ci incuriosisce un dipinto con quattro animali disegnati: un elefante, una scimmia un coniglio e un pavone. Lo si trova spesso nei templi e rappresenta i quattro amici fedeli, simbolo del valore della diversità e della collaborazione. Infatti i quattro amici collaborano per far crescere la pianta: il pavone trova il seme e lo pianta, il coniglio lo bagna, la scimmia lo concima, l’elefante protegge i germogli. Una volta che la pianta è cresciuta, i quattro si alleano di nuovo, per poter prendere i frutti ormai troppo alti per ciascuno di loro singolarmente. Ovviamente la versione della nostra guida è leggermente diversa, ma per par condicio questa volta diamo ragione a Google.

Ad un certo punto vediamo i monaci correre a ripararsi dalla pioggia imminente; i corvi gracchiano più forte e ci riportano alla realtà. Anche noi ritorniamo sui nostri passi prima di beccarci il temporale.

Sul cammino incontriamo due bambini monaci. Avranno all’incirca 7 anni. Uno dei due è visibilmente più irrequieto, con un bastone colpisce alberi e radici, correndo come un matto. La guida ci spiega che è figlio di una coppia divorziata e la sua matrigna l’ha spedito qui sperando potesse essere educato. Inutile dire quanto la cosa non abbia prodotto i frutti sperati.

Mentre attraversiamo la valle glaciale con la sua caratteristica forma a U, Sonam ci chiede di noi e delle nostre usanze. Resta particolarmente stupito del fatto che il Papa venga eletto e non venga indicato da un astrologo. Ci confrontiamo su paradiso e reincarnazione. Ci racconta che il suo bisnonno si è reincarnato in un bimbo del suo villaggio. Lo hanno capito poiché sapeva dei dettagli personali particolari. Ad esempio, giunto vicino alla casa di famiglia, si era messo a piangere poiché erano stati tagliati (20 anni prima) degli alberi che lui stesso aveva piantato nella sua vita precedente. Entrato in casa aveva chiesto i suoi occhiali indicando proprio il cassetto in cui il nonno li teneva. X-files levati. Restiamo stupefatti e colpiti di fronte a questa storia che sembra uscita dal Piccolo Buddha di Bertolucci.

Tra una chiacchiera e l’altra arriviamo quasi senza accorgercene in hotel, proprio quando la pioggia inizia a cadere incessantemente. Meditiamo su questi giorni strani e su quelli che verranno a breve. Che persone saranno quelle che sbarcheranno a Malpensa tra un paio di settimane?

Siamo venuti qui a cercare le cicogne, ma in realtà siamo finiti a cercare noi stessi.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. NINO ha detto:

    E così anche il nostro viaggio volge al termine. Sì, avete capito bene perché Angela ed io vi abbiamo accompagnati in questa meravigliosa avventura con entusiasmo, emozione, curiosità, complicità e, perché no, anche con un pizzico di apprensione dovuto ad un istintivo senso di prudenza tipico della nostra età. Ciò non ci ha impedito di partecipare e di godere, pur in forma indiretta, delle vostre esperienze. Per quel che mi riguarda, tutta questa vicenda mi ha riportato con la mente al tempo dell’adolescenza allorquando ebbi l’occasione di vedere il film “Il giro del mondo in 80 giorni” ispirato all’omonimo romanzo di J.Verne. All’epoca, parlo del 1956, fu un successo memorabile interpretato da un cast strepitoso. Mi avevano accompagnato dei cugini più grandi e ci piacque così tanto che restammo a vederlo per ben due volte (allora si poteva restare in sala con lo stesso biglietto per tutte le proiezioni giornaliere). Io, che non avevo ancora letto il libro, rimasi incantato e letteralmente incollato al sedile affascinato dalle avventure del protagonista Mr Fogg, seguito dal fedele maggiordomo Passepartout, intorno al mondo. Bè, non ci crederete, da allora si accesa in me la curiosità e il desiderio di poter fare una cosa simile. Diversi anni dopo, in piccola parte ci sono riuscito, ma sono nato un pochino in anticipo e mi sono dovuto accontentare di escursioni in Paesi più o meno nei paraggi ed affidarmi di norma ai consueti canali turistici. Ciò non mi ha impedito, soprattutto con Angela, di viaggiare per terre suggestive trascorrendo momenti intensi ed indimenticabili.
    Voi, che appartenete alla generazione successiva, quella dei voli low coast per intenderci, che disponete di mezzi tecnologici e congrue risorse economiche, tali da permettervi di raggiungere ogni angolo del mondo, e che potreste addirittura mettere in programma in un futuro non molto lontano un viaggio interplanetario, avete avuto questa possibilità. Nel contempo avete il merito di averci dato l’opportunità di arrivare in luoghi che molto difficilmente rientreranno nei nostri prossimi itinerari facendocene percepire fortemente l’atmosfera e dando sfogo alla nostra immaginazione, quasi fossimo lì. Dalle cascate Iguazu alla Patagonia, dai deserti andini al Perù, in Nuova Zelanda , in Australia, nei Paesi del Sud Est asiatico, in India e per finire in Bhutan vi abbiamo seguiti passo dopo passo leggendo il vostro appassionante diario ed immedesimandoci nelle varie situazioni. Su quell’ autobus alla frontiera Argentina-Cile, sul sentiero ai piedi del Cerro Torre, tra i bambini del Perù e dell’Honduras, a Los Angeles con i 4 cani, all’isola di Pasqua, nel camper con la batteria a terra, tra gli aborigeni Anangu e a mangiare tonno a Sidney, su quei treni carichi di umanità variopinte, semplici ma autentiche, del Myanmar, coi Budda, sulle mongolfiere, cogli elefanti del Laos, ad Ha Long in barca con le vongole nelle scarpe, a Nuova Delhi nella casa di Varun con i simpatici parenti, ad Agra (non quella italiana), tra i forti e le havele del Rajasthan, sulle colline del te, con gli indigeni di Kakkathuruthu, nei monasteri di Punakha …..c’eravamo anche noi!!
    Abbiamo apprezzato la vostra capacità di vivere ogni istante senza cali di interesse e/o segni di stanchezza, con grande spirito di adattamento che secondo noi ne è l’elemento essenziale; inoltre avete saputo cogliere tutte le occasioni per approfondire il tema dei rapporti umani il che, nell’attuale congiuntura internazionale, dove impera l’autoreferenzialità, non è poco, per non parlare dell’impegno con la Fondazione Rava. E’ nostra convinzione che il bagaglio di esperienze accumulate in questo lungo percorso, nonché il grande arricchimento culturale che sicuramente ne avete tratto, trasformando quello che nella premessa avete definito il “concepimento di una pazzia” in uno strumento di vera e propria catarsi interiore, vi daranno gli spunti necessari per affrontare le difficoltà del ritorno alla quotidianità riscoprendone gli aspetti più autentici e stimolanti e al tempo stesso vi sosterranno nelle pratiche relazionali, anche le più faticose. In attesa di poterlo fare dal vivo, vi abbracciamo intensamente.

    1. Pablo ha detto:

      Se un giorno mai decidessimo di trasformare il blog in un libro questa sarebbe la degna prefazione… grazie per le commoventi parole e per il supporto in questi 6 mesi… 👐

    2. la Vale ha detto:

      Inizialmente ho pensato che aveste scritto un post pure tu e Angela. Poi Paolo ha detto: “dai, leggilo, ad alta voce”. Dopo le prime righe la voce si è un po’ rotta e poi giù lacrime… inutile dire che Paolo se l’è letto da solo. Ci siamo commossi, tutti e due. Se mai scriveremo un libro questa sarà la prefazione, anche perché, in un post che non è mai stato pubblicato, scrivevo proprio che questo desiderio di fare il giro del mondo è nato dal libro di Verne, che però io ho letto da grande. Grazie per averci regalato queste belle parole, perché lo spirito di questo viaggio non è stato solo prendere, ma anche donare… piccole cose, piccoli gesti e grandi sorrisi, come questo commento bellissimo che ci avete regalato! Crediamo nella “nostra pazzia” ora più che mai!!

    3. la Vale ha detto:

      E ormai non mi stupisco neanche più che io e Paolo pensiamo e scriviamo le stesse cose! 😂 vedi il commento… 🤔

  2. ros ha detto:

    “Che persone saranno quelle che sbarcheranno a Malpensa tra un paio di settimane?

    Siamo venuti qui a cercare le cicogne, ma in realtà siamo finiti a cercare noi stessi.”

    ecco…e come se queste frasi non bastassero a far scendere le lacrime….Nino (piacere di conoscerti !) ci ha messo il carico da novanta.

    Finisce una banale ora di pausa, tra commozione e poche parole che riescono a trovare la scrittura riesco solo a dirvi…Grazie ragazzi…!!!

    1. la Vale ha detto:

      Cara Ros, ci fai commuovere pure tu!

    2. la Vale ha detto:

      Grazie a te per le tue parole. ❤️

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