RTW day 180-181: lo sguardo e la tana della tigre

Questa mattina ci aspettano 6 ore di viaggio tutte curve, che già solo a scriverlo mi torna la nausea. Riattraversiamo il passo Dokhula, una nostra meta di qualche giorno fa, facendo nuovamente una sosta nel punto in cui si dovrebbe vedere la catena dell’Himalaya… scrivo “dovrebbe”, perché a noi non è pervenuta. La stiamo rincorrendo da giorni, niente da fare, fa la timida e si nasconde pure oggi dietro una fitta nebbia. Riusciranno i nostri occhi a vedere il monte più alto del mondo in tutto il suo splendore?

Visto che mangeremo tardi, ci facciamo prendere (o meglio, mi faccio prendere e poi convinco Paolo) dall’astinenza da dolci e ci scofaniamo una pasticcino grande come una pagnotta. dal peso specifico di un mattone. Per fortuna fa “fondo” e riusciamo a placare il vomito impellente per le successive 3 ore di curve continue.

Pranziamo a Paro, la nostra meta, dove ci propinano il solito buffet e oggi saltano fuori, a sorpresa, dei noodle con il ketchup, si sono inventati sto piatto in onore del fatto che siamo italiani… Ehm, mi date il solito pollo, please? Anche se mi sono già spuntate le prima piumette sulla schiena?!

Nel pomeriggio la guida ci concede mezz’ora di libertà al mercato, che è uno dei nostri posti preferiti in tutti i paesi che abbiamo visitato, quindi ci fiondiamo immediatamente. Ci regala sempre quella sensazione di verità e spontaneità.

Il mercato di Paro è animato ma tranquillo, (niente a che vedere con la concitazione di quelli italiani) grazie anche al piccolo Capitan America che mantiene l’ordine!

Nella via principale invece ci sono solo negozi turistici, di artigianale non c’è veramente nulla, nonostante la scritta “handicraft” appesa ovunque. Scovo un quadro dipinto sulle bandiere di preghiera che mi chiama, ma lo spazio in valigia è terminato, quindi rimane appeso al muro della bottega del pittore. Ho pure scoperto perché i Buddha di qui hanno i capelli blu: questo colore sembra che abbia il potere di trasformare la rabbia in saggezza. Il blu è il più freddo, il più distaccato e il meno “materiale” tra le varie tonalità e quindi di dice che permetta una lucidità per un elevato grado di riflessione e aiuti la meditazione.

In più, in pieno tour negozi, si mette a piovere, così torniamo in hotel con le mani vuote.

Ma ciò non ci tange. In realtà noi abbiamo in mente solo una cosa: la Tana della Tigre, un monastero in cima alla montagna, ma non uno qualsiasi, è considerato il più sacro del Bhutan e lo visiteremo domani.

Usciamo per cena, alziamo gli occhi al cielo e Paolo esclama: “cielo a pecorelle, domani acq…”. Non fa in tempo a finire di parlare che gli lancio lo sguardo della tigre incazzosa! “Oh, domani non può e non deve piovere, non iniziare a fare il gufo, eh!”

Ci alziamo di buon ora e… piove! Ecco, la profezia dell’uccello del malaugurio si è avverata. Non ci facciamo scoraggiare, indossiamo l’abbigliamento da palombari e via, nulla ci distoglierà dal raggiungere la cima della montagna sacra. Partiamo dal fondovalle, dove la guida tenta di rifilaci due ombrelloni da spiaggia per proteggerci dalla pioggia; non so qui come funziona, ma a me hanno insegnato che in montagna, quando piove, se usi un ombrello rischi di fare da parafulmine umano. Ci precede un gruppetto di cinesi con ombrelli corredati da tremende punte di ferro. Li lasciamo andare e ci teniamo a debita distanza di sicurezza. All’inizio del sentiero ci sono dei nonnetti che ti affittano i bastoni per la salita… “macché macché”, dice Sonam. Fidiamoci… delle nostre gambe.

Il sentiero che si imbocca per il monastero si trova a 2.500 mt di altitudine, il tempo stimato per arrivare alla cima della montagna a 3.120 m di altezza è tre ore di camminata. All’inizio del sentiero si trovano i muli e i cavalli che aiutano i turisti a salire fino in cima. Anche qui il nostro mantra è lo stesso: “macché macché!”… Però cari cavalli, voi tenetevi pronti che, se mi pianto come un mulo, vi faccio un fischio e mi venite a recuperare.

Il sentiero è piuttosto ripido e, salendo, i tornanti si fanno sempre più impegnativi. Alla seconda curva già arranco, ho l’affanno e il respiro di un facocero. La nostra guida, in compenso, è uno stambecco e ci dà la paga. Dopo mezz’ora inizio ad avere le visioni di costine e polenta… come dici Paolo? Non c’è il rifugio in cima? Niente polenta concia? Basta, lasciatemi qui a morire!

Quando finalmente mi sto per convincere che ce la posso fare, Sonam mi comunica una notizia che è peggio di un’incudine in testa: la strada lunga è impraticabile, in quanto i cavalli e la pioggia hanno creato un paciugo di fango incredibile ed è troppo scivoloso. Quindi lasciano la strada delle sabbie mobili e imbocchiamo la strada corta. Ehm, caro Sonam, immagino che sia anche più ripida! “Noooooo”, risponde. La sua affermazione va contro ogni logica di fisica teorica, a meno che a metà strada ci sia un buco nero che ci teletrasporti in cima, mi sa che ci sta fregando. Come se non bastasse, il meteo non accenna a migliorare e il monastero è sempre più avvolto dalle nebbia, che gli conferisce però ancora più mistero!

Proseguiamo attraverso una foresta decorata con bandiere di preghiera e i loro mantra ci accompagnano nel nostro cammino, contrastando gli “accipicchia” che escono dalla nostra bocca ad ogni scivolata. Morale della favola, abbiamo preso la strada corta, scivolosa e più ripida. Ce la faremo?

A tratti questo bosco appare incantato, il muschio che pende dagli alberi gli conferisce un’atmosfera surreale e stregata.

Tra un albero e l’altro ogni tanto appare la nostra meta, già ci sembra bellissima da qui, quando non è celata dalle nubi almeno… si nasconde poi in un secondo, tanto che ci pare di aver avuto un miraggio.

Pausa per riprendere fiato ad un tempio ricavato da una caverna nella montagna, dove i piccoli stupa, con all’interno le preghiere, seguono le irregolarità della roccia.

Ci sembra di rivivere il remake del Machu Picchu: arriviamo in uno spiazzo da cui si “dovrebbe” vedere la Tana della Tigre, ma ci troviamo davanti ad un muro lattiginoso di nebbia densa che sale dalla foresta sottostante. Ma i tocchi delle sue campane ci chiamano e ci confermano che almeno un monastero c’è! “Ecco, è proprio lì dove punta il dito Paolo”, ci dice Sonam. Con un po’ di fantasia cerchiamo di immaginarcelo.

Sta diventando una questione d’orgoglio personale e quindi proseguiamo, certi che avremo la meritata ricompensa una volta arrivati in cima.

A metà strada finalmente il monastero spunta dalle nuvole. Proviamo uno scatto artistico, ma la nostra guida è specializzata nel mettersi sempre nel punto sbagliato al momento sbagliato.

Segni di cedimento da attesa..

Approfittiamo dell’attimo in cui sia dietro alla ruota, ma io me la sto ancora ridendo e non riesco a mettermi in posa.

Giunti nel punto più alto del sentiero, siamo esausti, anche a causa della pioggia battente. Giriamo attorno ad un grosso masso e inaspettatamente il monastero è lì, in tutto il suo splendore, arroccato contro la montagna come a sfidare le leggi della gravità. Siamo senza fiato e questa volta non è colpa del sentiero. Staremmo qui ore, sotto la pioggia, o il sole, o la grandine, o la neve ad osservarlo (questa frase l’ha scritta Paolo, ma io preferirei il sole, onestamente). Siamo finalmente davanti alla tana della tigre, il Taktsang Palphug, carico di magia e di leggende. Permettetemi questa affermazione molto poetica: semplicemente figo! Tra le pieghe della montagna, ci troviamo davanti agli occhi il motivo che merita da solo un viaggio in questa terra, con il suo complesso di templi in cui dominano il colore rosso, il bianco candido delle mura in mattoni e l’oro dei tetti.

È costruito completamente addossato al fianco della montagna, da cui sembra fuoriuscire in modo innaturale, a strapiombo, 700 metri sopra la valle di Paro e a 3.200 metri sul livello del mare. La roccia lo sostiene dal 1692, quando venne posata la prima pietra e il tempio ricambia proteggendo la grotta in cui Padmasambhava, uno dei più grandi maestri bhuddisti, meditò per 3 anni, 3 mesi, 3 giorni e 3 ore. Già che c’era poteva stare lì altri 3 minuti e 3 secondi.

È il posto giusto per immortalare il leggendario sguardo della tigre… temuto da tutti, in particolare dai bambini casinisti e da Paolo, quando ne combina una delle sue.

Prima di poter varcare la sua soglia, dobbiamo però arrivare dall’altra parte: scendendo e risalendo una milionata di gradini, resi ancor più scivolosi dalla pioggia fitta. Per fortuna siamo partiti presto e non c’è molta ressa. Una cascata d’acqua, considerata sacra, ci accoglie con il suo salto di 60 metri. Alla sua base un ponte colorato da un’infinità di bandierine ci trasmette l’energia giusta per l’ultimo sforzo.

Entriamo in una piccola porta dorata, in quel momento la pioggia aumenta d’intensità, mi copro meglio la testa con l’impermeabile, ma Sonam mi avverte che la testa deve restare scoperta qui. Mi giro e vedo una moltitudine di gente con cappellino e sciarpa sul capo, vabbè… eseguo prima di far incazzare Bhudda. Togliamo le scarpe ed entriamo in alcuni dei molti templi che compongono il complesso. Il pavimento è la roccia stessa della montagna. Ci troviamo all’interno della vera e propria tana della tigre, in quanto si racconta che Padmasambhava, colui che portò il Buddhismo in Bhutan, giunse qui dal Tibet nell’ottavo secolo, proprio cavalcando una tigre volante. Tutto qui è mistico: la storia, i pochi monaci che ci vivono, la natura attorno, il panorama, gli edifici e pure le statue al loro interno. Nella tana si trova quella del leggendario monaco. Fu costruita in un luogo molto lontano, ma ci si rese conto che era impossibile da trasportare sino al tempio, vista sia la sua dimensione sia il sentiero non agevole. Decisero allora di tagliarla a pezzi e di rimontarla una volta giunti qui, ma la statua parlò e avvertì il suo creatore che sarebbe arrivato uno spirito a trasportarla su per i monti. E così fu, una figura nera si materializzò davanti a tutti e spostò l’impotente scultura senza che venisse smembrata. Quando il monastero fu distrutti dal fuoco nel 1998 (candele al burro pure qui?) la statua non fu neanche sfiorata dalle fiamme, ma non fu nemmeno possibile spostarla durante il restauro, poiché divenne innaturalmente pesante, tanto che neanche venti uomini riuscirono a muoverla di un solo centimetro. Si racconta, inoltre, che parlò di nuovo, ordinando di essere lasciata dove si trovava.

Si narra che anche colui che anticamente costruì il Taktsang Palphug fosse santo e scongiurò ogni sorta di incidenti durante i lavori: in quel tempo gli abitanti di Paro videro formarsi sopra al tempio figure di animali, simboli religiosi e fiori caddero dal cielo scomparendo prima di toccare terra. Ancora oggi guardando il tempio dal fondo valle si può vedere una delle 8 facce di Padmasambhava, quella incazzosa per la precisione, con cui sottomise il demone che qui abitava.

Ad occhio nudo è più semplice scorgerne le fattezze, ma in foto non rende, così abbiamo trovato questa immagine su internet per aiutare l’immaginazione.

Se nel 1692 piovevano fiori, ora invece piove solo acqua! E purtroppo è ora di tornare. Ci rigiriamo a guardare la tana della tigre un’ultima volta, scattando la millesima foto (corredata da pantaloni e scarpe smerdate), per assicurarci che il suo ricordo non sbiadisca mai dalla nostra memoria. Non so se è stata la fatica per raggiungerlo che l’ha reso ai nostri occhi ancora più bello, fatto sta che ne è valsa veramente la pena.

Sono le 11:30, Sonam evidentemente deve aver fame, perché se all’andata aveva il turbo, ora ha acceso due razzi nelle chiappe. In poco più di un’ora siamo a fondo valle (a salire ce ne abbiamo messe 2 e mezza!). Saltiamo in auto e Ugyen ci accoglie festante, visto che gli è capitato di aspettare dei turisti fino al calar del sole! Tutti a mangiare a Paro.

Ci sarebbe ancora lo Dzong della città di Paro da visitare, ma siamo saturi e appagati dalla vista di questa mattina. E poi io devo trovare il bastone con la rotellina per le preghiere, quello che Paolo ha soprannominato “la mazza chiodata”. Sono tutte delle cinesate qui, nulla che valga la pena di essere comprato. Prendo solo uno stupa in miniatura, come quelli che abbiamo visto nella caverna, per ricordarmi di questa fatica. Paolo ha rischiato di portare in valigia il sacro tomo bhutanese con le scritte in sanscrito, che ci sarebbe costato la galera a vita.

Mancano solo i francobolli da spedire a Varun per la sua raccolta. Gli abbiamo fregato per errore le tessere della metro di Delhi e ne approfittiamo per rimandargliele. Certo il francobollo con il rattone non è proprio il massimo… e dire che i francobolli di qui sono ritenuti i più belli… in realtà c’erano tanti animali e Paolo ha scelto quello. Cosa gli dice la testa a volte, non lo so?!

Io invece scelgo per noi il dragone, che finirà dritto dritto nel diario!

Missione compiuta! Valigia in fase di esplosione, ma in fondo siamo agli sgoccioli no? Anche Paolo ha ammorbidito i veti!

Ritorniamo in hotel e dopo l’ennesima cena a buffet ci buttiamo a letto, ancora con il fantastico Taktsang negli occhi, nella mente e nel cuore.

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