RTW day 182: sua maestà l’Everest

Il volo con cui lasciamo il Bhutan parte alle 6:30. Quindi ci troviamo con Sonam davanti all’hotel che ancora non è sorto il sole. Una ragazza dell’hotel ci porta la colazione al sacco. Non ci meravigliamo di non trovare il nostro amico della sala buffet, colui che ieri ci ha chiesto a che ora avremmo fatto colazione. Alla nostra risposta: “partiamo alle 4:30 del mattino”, per poco non sveniva e si tirava una vassoiata in testa per cancellare dalla memoria quella notizia!

È l’alba e stiamo per salutare il Bhutan. Sin dai primi post su questo Paese, in molti ci hanno chiesto: “Ma dove diavolo siete finiti? Esiste questo Stato? Perché proprio lì?”

Andiamo con ordine… questo paese è “grande” quanto la Svizzera, incastonato tra due colossi come la Cina e l’India; quasi nascosto tra i picchi della catena dell’Himalaya, questo piccolo regno buddista è davvero un gioiello degno di essere scoperto. Anche il significato del suo nome spiega la sua posizione geografica, infatti Bhutan deriverebbe dal sanscrito Bhotant che significa “fine del Tibet” o da Bhu Uttan, il cui significato è “terra alta”.

Quindi sì, esiste e sembra, per certi versi, uscito da un libro di fiabe. I paesaggi sono incredibili: picchi innevati, foreste incontaminate e sentieri tra le colline fanno da sfondo a un vero e proprio viaggio nel passato, dove antichi templi (o ricostruiti con tale maestria da sembrare vecchissimi), monasteri e fortezze la fanno da padroni. I miti e le leggende ambientati qui li rendono ancora più affascinanti e irresistibili alla nostra curiosità. Le bandiere con i mantra e le ruote di preghiera compaiono in ogni angolo, evocando una spiritualità ed una calma indescrivibile.

Perché proprio il Bhutan? In realtà non ricordo esattamente per quale ragione, un anno fa, durante la nostra pianificazione, lo scegliemmo. Sicuramente un motivo derivava da tutto ciò che avevamo letto: il Bhutan non sembrava un posto ordinario. Pochi post di blogger, poche foto su internet e un alone di mistero intorno a questo luogo. È nostro, vai andata! Così riempimmo un altro post-it.

Ci sembrava anche il posto giusto per chiudere il cerchio di questo viaggio fuori e dentro di noi… affascinati dall’idea che un piccolo regno buddista persegua la Felicità Nazionale e la misuri con un indice specifico, il GNHI (Gross National Happiness Index). E così al termine di questi sei mesi ci siamo diretti proprio qui.

L’unica cosa che ci ha fatto vacillare fino all’ultimo è il fatto che qui non siano permessi viaggi indipendenti e non sapevamo quanto avremmo retto con una guida al seguito h24. Capiamo allo stesso tempo che forse questo è l’unico modo per non permettere al turismo incontrollato di trasformare questo paese, come è avvenuto in tanti altri luoghi visitati in questo nostro viaggio, che sono stati totalmente stravolti, perdendo completamente la loro identità e bellezza. Per quello che abbiamo visto, l’obiettivo del governo di conservare la cultura e l’ambiente del Paese, ci sembra pienamente raggiunto.

Per due come noi, il rapporto con le persone rimane al primo posto e le “chiacchiere” con la gente del luogo sono ciò che ci hanno salvato in questi mesi e senza le quali in questo viaggio non avremmo imparato assolutamente nulla. Questo è ciò che ci è mancato tremendamente in Bhutan… nessuna richiesta di informazione che poi si trasforma in un invito a bere un tè, nessun bimbo che disegna Paolo con gli occhi da pesce lesso, nessuna nonnina che si avvicina per toccarmi il braccio e poi mi spara un sorriso indimenticabile, nessun tentativo di comunicare a gesti come mimi… I luoghi, seppur meravigliosi, senza le parole e senza un sorriso, col tempo si trasformerebbero in semplici foto. Ma aggiungendo le persone allora sì che avremo nei nostri ricordi delle storie indimenticabili.

La guida, seppur brava, è stata la nostra ombra e avevamo pochissima libertà, nessun fuori programma, nessuna avventura delle nostre da matti suonati; è andato tutto liscio, tutto perfetto, forse troppo perfetto (tranne il cibo). Per tutti questi motivi il Bhutan ci è sembrato asettico, nonostante la spiritualità e i posti incantevoli.

Lasciamo il Bhutan dall’aeroporto di Paro: facciamo i controlli, con gli adesivi di rito appiccicati ovunque e con tanto di perquisizione corporale per Paolo. Lo vedo riapparire solo mezzora dopo dai controlli. Giuro che questa volta non è colpa delle mie mandorle.

Chiediamo esplicitamente di sederci sul lato destro dell’aereo per intercettare la catena montuosa dell’Himalaya, che sfugge alla nostra vista da una settimana. Dopo pochi minuti dal decollo vedo un piccolo monastero immerso nel nulla e mi convinco che a questo monaco qualcuno deve avergliele fatte proprio girare, per trovarsi un posto così sperduto.

Il panorama non tarda a disegnare sui nostri volti un’espressione di stupore. Prima compare qualche timida cima sotto una coltre fitta di nubi e i nostri occhi sono sgranati, nonostante il sonno.

Ad un certo punto sentiamo un gruppo di cinesi urlare a più non posso e il capo banda incita la folla gridando: “akatooooo-ooooh-zuuuun-ooooh”. Guardiamo l’orizzonte e “wow” è l’unica cosa che riesco a dire, anche perché tutte le parole le ha già dette quello davanti a noi.

Stiamo sorvolando l’Himalaya: ci lascia senza fiato, sia per la sua immensità che per i vuoti d’aria che fanno abbassare l’aereo fino a quasi sedercisi sopra. Ora però capisco perché l’Himalaya voglia dire “dimora delle nevi”.

Continuiamo il viaggio e il pilota ci comunica che proprio sotto l’ala c’è l’Everest. Finalmente quest’ala per una volta non ci intralcia solo la visuale… il monte, che con i suoi 8.848 metri è più alto del Mondo, è ad un palmo di naso, anzi dopo un altro vuoto d’aria, oserei dire ad un palmo di chiappe. Stiamo guardando il tetto del Mondo!!

In tutto questo non ho ancora scritto dove stiamo andando! Sarà anche ora di tornare a casa?!… i sei mesi sono scaduti da due giorni!

BANDIERA

Di bandiere in Bhutan ne abbiamo viste davvero tante, quelle di preghiera con i mantra, colorate, sbiadite, orizzontali, verticali, tutte sventolanti nel vento.

Quella nazionale secondo noi è tra le più belle esistenti. Storicamente, la popolazione del Paese si riferisce alla propria terra con la denominazione di Druk Yul, ovvero “terra del dragone del tuono”, dal momento che la tradizione vuole che il tuono sia il ruggito dei draghi cinesi, creatura che decora anche la bandiera nazionale.

La bandiera è rettangolare e divisa in due triangoli rettangoli; il giallo rappresenta la secolare monarchia, l’arancione invece la religione buddhista. Sopra di essa campeggia un drago (chiamato Druk o Drago del Tuono) che stringe tra gli artigli dei gioielli, che rappresentano il benessere.

La bandiera del Bhutan è l’unica, tra tutti gli stati sovrani, a mostrare un drago, mentre spartisce questo merito con il Galles riguardo alle nazioni; inoltre è l’unica bandiera, sempre di stato sovrano, ad avere l’arancione come colore prominente, avendone altre non più di un terzo (come l’Irlanda o la Costa d’Avorio). La suddivisione diagonale ricorda la bandiera della Sicilia.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. ros ha detto:

    WOW !!!!

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