RTW day 186: a Kathmandu c’eri ancora tu

Il giorno 186 inizia con il sole. Ma anche con la consapevolezza che è l’ultimo giorno del nostro viaggio. Non ce ne curiamo troppo, ci vogliamo godere il Nepal fino all’ultimo minuto.

Di prima mattina siamo già al Swayambhunat, detto Tempio delle Scimmie, chiamato così per la folta colonia di scimmie che ci vive. È uno dei più suggestivi luoghi di culto tibetani in Nepal e si raggiunge spingendosi fino all’estremità occidentale della città, attraversando il fiume e salendo fino al tempio.

Appena entrati ci accolgono dei candidi stupa con degli occhi un po’ accigliati e delle scimmiette impertinenti e sull’isterico andante.

Tradizione vuole che lanciare le monete sul mondo nello stagno, all’ombra della statua di Buddha, porti fortuna… la nostra mira, soprattutto quella della Vale, non è proprio quella di un cecchino, quindi per evitare che la sfiga ci colga saliamo diretti verso la cima del tempio.

Man mano che saliamo quei due grandi occhi, che ci scrutano da quando siamo arrivati, diventano sempre più rassicuranti, l’oro della sua cupola scintilla e le bandiere di preghiera danzano al vento al ritmo di musiche zen. Si dice che in questo stupa dorato induista siano contenute reliquie dall’alto valore simbolico e che lo sguardo di Buddha vegli su di esse e sui fedeli.

Il grande complesso buddista domina tutta Kathmandu, con gli occhi vigili del Buddha che controlla la valle in ogni direzione.

La collina sulla quale sorge il tempio era, secondo la leggenda, un’isola emersa sopra un grande lago che sommergeva l’intera valle di Kathmandu, le sue origini storiche risalgono al 460 d.C.

Il complesso di stupa è molto affollato per essere mattina presto. In particolare, dei monaci si danno da fare per pulire dei portacandele spazzolando di maledetto… con tanto di fiamma ossidrica ad un palmo dai passanti! Ci manca poco che si incendino i peli del naso a vicenda, comunque visto come maneggiano goffamente sto affare, meglio stare alla larga. Con la 626 tuttoapposto!?

Gironzoliamo per il Tempio tra statue, ruote di preghiera e bancarelle assaporando questa atmosfera incredibile.

Scendiamo verso il centro di Kathmandu e attraversiamo i suoi vicoli, ricoperti di graffiti colorati.

Qualche dettaglio ci ricorda che le vite che abbiamo lasciato 6 mesi fa ci stanno aspettando….

Seguono 100 metri di depressione e scarpe che “strusciano” sull’asfalto, quel mattone con la scritta “job” ci manda un messaggio inequivocabile: tra due giorni si ritornerà dietro ad una scrivania, ce la faremo a stare seduti per 8 ore?!

Arriviamo a Durbar Square (stesso nome di quella di ieri ma città diversa) ed ammiriamo i suoi palazzi e la gente che si raduna qui. Ci sono ragazzi che suonano la chitarra (un riff dei Metallica, miti!), vecchietti che pregano, bambine vestite a festa, un’umanità raggiante.

Il mercato qui si muove in bicicletta… e in salita.

Momento “attacco bottone”, basta un saluto dall’altra parte della strada per far partire una conversazione tutti seduti sui gradini…

Ci perdiamo tra le vie di questa città piena di calore e colori!

Un cartello, che cattura la nostra attenzione (non solo per l’opera d’arte di ingegneria) , ci giunge nuovo, ma non è nuovo per noi vedere le donne cariche di sacchi pesanti sulle loro schiene.

Il caldo si fa sempre più intenso, quindi ci dirigiamo verso un’oasi di tranquillità tra le piante, il Giardino dei Sogni.

Questo giardino recintato sembra proprio tenere fuori i clacson e il traffico di questa caotica città. Pranziamo al Caffe Kaiser, scelto appositamente per il suo nome, il Barkha era troppo banale, vuoi mettere mangiare al Caffe del Kaiser, tra l’altro a base di polenta e formaggio di yak? La Vale ovviamente non abbandona i suoi mo-mo e gliene arriva una badilata.

In un angolo di questo paradiso una ragazza piange a dirotto, mentre il suo fidanzato la consola. Secondo la Vale, anche lei sta per rientrare a lavorare dopo un lungo viaggio.

Noi oggi ce la ghignamo a più non posso, non so da dove prendiamo questa energia. O forse è solo una risata isterica. Ma sto caffè del kaiser ci ha messo di buon umore.

Torniamo a Patan giusto in tempo per un altro tramonto, l’ultimo in terra straniera. Domani si parte e noi siamo ancora al Durbar Square. Seduti a guardare il cielo, qualcuno ci schiodi da qui, altrimenti qui resteremo.

Ripensiamo a questi mesi, ripensiamo all’ultima settimana nella valle di Kathmandu. Insieme come quando siamo partiti. Per tutta l’America Latina avevamo nelle orecchie la canzone di Rino Gaetano. “A Kathmandu! Non c’eri più tuuuu!”… e invece eccoti qua, hai tenuto duro. Abbiamo tenuto duro! Eccoci qua, nonostante tutte le gufate, le sfighe, le disavventure e dopo tutti gli incontri, i colpi di culo, le risate e le avventure. Eccoci qua, carichi di sogni nel cassetto da far uscire, con tante paure perse, con un’idea più certa di chi vogliamo essere da “grandi”. Ancora qui, in questa ultima giornata, mano nella mano, esattamente come siamo partiti, sei mesi fa. 186 giorni di mondo.

Scriviamo l’ultima pagina del nostro quinto diario di bordo alla luce di una fioca lampadina, vicino ad un piccolo Ganesha in piombo fuso che pesa quanto noi. Andiamo a letto, l’indomani ci aspetterà un lungo viaggio di 24 ore.

Valigia fatta e becco la Vale a guardare i voli per la Mongolia, per la Cina, per il Tagikistan, per l’Uzbekistan… non mi tentare mascherina!

Un giorno intero di viaggio e stiamo per mettere piede in terra Italiana. Ci siamo, la scritta “exit”, sopra di noi, non lascia alcun dubbio.

Abbiamo toccato 23 paesi e preso un’infinità di mezzi, ma solo in Italia i bagagli non escono dal nastro trasportatore, così la Vale non perde l’attimo fuggente per esclamare: “se i bagagli non arrivano, io prendo il primo volo e riparto.” Aspettiamo un bel po’ e le valigie, zozze da far schifo, arrivano… sono le più piccole di tutte.

Arriviamo al controllo passaporti e attendiamo trepidanti la frase che abbiamo sentito rivolta ai viaggiatori locali in tutti gli aeroporti toccati in questi mesi: “bentornati a casa!”. Invece, madre patria ci spiazza con: “siete ancora del volo da Delhi?” – “eh, sì, non arrivavano i bagagli e poi mi scappava la pipì e sono andata in bagno” – “Vabbuò, vada, vada.”

Noi andiamo… e sentire parlare in italiano ci sembra così strano.

Arriviamo a casa e il frigo vuoto ci fa venire voglia di cucinare, per tutto il tragitto casa-super elenchiamo una serie di piatti super golosi che vorremmo mangiare, alla fine vincono la pasta alla carbonara e le meringhe al cioccolato.

Non sappiamo esattamente a quel fuso orario siamo sincronizzati ora, sta di fatto che non riusciamo a stare in casa, così giriamo per Milano finché non troviamo il posto giusto in cui rifugiarci… la libreria! Io vado a destra e la Vale a sinistra, non ci siamo persi tra le strade del mondo, ma qui sì, presi dalla lettura e dagli scaffali.

Ci troviamo dopo un po’, nell’unico posto in cui potevamo ritrovarci: nell’angolo dei viaggi, perché “alcuni luoghi sono un enigma. Atri una spiegazione.”

Finiamo questa lunga giornata ascoltando la canzone che ci ha fatto da colonna sonora nei primi quattro minuti di questa fantastica avventura. Allora, come adesso, ci commuoviamo ancora, soprattutto a riguardare, nelle foto che scorrono, quegli occhi che tanto hanno visto, quei piedi che tanto hanno camminato, quelle mani che tanto hanno salutato e quei cuori che battono all’unisono!

I Picanellis.

P.s.

Se pensate che il viaggio sia finito, vi sbagliate, il viaggio non finisce mai, quindi… alla prossima trottolata (i bookmakers danno i Balcani per certi)!

“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.”

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. ros ha detto:

    A due viaggiatori speciali….il mio grande abbraccio e immensa stima!

    1. Pablo ha detto:

      😍

    2. Pablo ha detto:

      Grazie Ros, ti abbracciamo! Sei sempre in prima linea!

  2. NINO ha detto:

    E’ proprio vero: vedere il mondo, se lo si può fare, è la migliore esperienza, specie se si condivide con chi si ama…alla prossima. 💋💋dai vostri fedeli lettori Angiolina e Nino

    1. Pablo ha detto:

      Grazie seguaci! 😘 ormai gli zaini li prepariamo in un battibaleno, potremmo ripartire da un momento all’altro. 🤪

  3. TARCI MANZONI ha detto:

    Grazie ragazzi, mi avete fatto tanta compagnia, ogni giorno viaggiare con voi: a volte ridevo e a volte piangevo… lr emozioni che mi avete trasmesso sono state tante! Un abbraccio

    1. la Vale ha detto:

      Ciao Tarcy, ci siamo persi il tuo commento e ora, ritornando a scrivere, lo abbiamo visto. Grazie mille x aver viaggiato con noi. Da oggi se vuoi puoi ricominciare per qualche settimana. Un abbraccio forte!

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