RTW day 23-24: giochi senza frontiere verso l’Isola di Pasqua

Col senno di poi abbiamo appurato che questa giornata sarà una gara di “Giochi senza frontiere” e chi è nato nei mitici anni ottanta come noi, saprà esattamente di cosa sto parlando.

Ci dà il via l’arbitro con il suo: “attention! un, deux, trois! fiiiiii”…non credo che gli italiani abbiamo mai vinto un’edizione, e forse nemmeno una puntata, erano sempre i più sfigati. La tradizione si ripete anche oggi!

La giornata non è iniziata con i migliori auspici: nottata in bianco per il clima tropicale che avevamo in stanza, Paolo ha dormito vicino ad un serpente a sonagli ed io abbracciata a una volpe del deserto.

Prova numero 1: la sveglia delle 3:50.

Ci guardiamo, tutte e due sudati e con due occhiaie mai viste, ma confidiamo in una bella ronfata sull’aereo. Abbiamo davanti ben 6 ore di volo con destinazione Isola di Pasqua… siamo ancora gasatissimi all’idea, quindi l’adrenalina prende il sopravvento, scaraventiamo il serpente a sonagli giù nel water, liberiamo la volpe nella steppa e via a far colazione.

Prova numero 2: colazione scaduta

Apparentemente ci troviamo davanti ad un buffet abbastanza vario, ma la sfida è trovare l’alimento scaduto da meno tempo. Paolo pesca male, si ritrova nel piatto un croissant del Triassico, a me va meglio, il mio miele, di Apesaurux Rex, risale solo al Giurassico. Cerchiamo di lavarci il gargarozzo con la spremuta di arancia, ma realizziamo troppo tardi che è diluita col collutorio misto al wc-net. Sicuramente non avremo la gola incrostata ora.

Prova numero 3: controllo bagagli in aeroporto.

Passa lo zaino di Paolo: tutto ok. E se ne va. Ma dove scappa sempre? Aspettami un attimo, no?!

Passa il mio zaino: suonano le sirene. Tolgo tutto, ma il tizio dei controlli ancora non è soddisfatto. Tocca il diario di viaggio e lo sguardo della tigre prende possesso di me (non ci provare perché non lo mollo qui!), poi si sposta sull’astuccio, amabilmente cucito dalla mia amica Simo, e quasi gli azzanno un braccio. Via i panini, le immancabili banane, le mele, le mandorle, i biscotti, poi trova il marcador e penso: “non sai cosa puoi scatenare!!”. Ad un certo punto, da una tasca salta fuori un fodero (a me sconosciuto fino ad allora), contenente un unico arnese di metallo con la funzione di forchetta-coltello-cucchiaio-apribottiglie-accendifuoco, facente parte del kit di emergenza del giovane Rambo-rimba alla mia sinistra, che alla vista dell’oggetto esclama: “servir para spalmar el burro!“. La guardia, con sguardo allibito, scuote la testa e ci lascia andare.

Burro in spagnolo è l’asino, quindi la mia dolce metà gli aveva appena comunicato in spagnolo maccheronico: “serve per spalmare l’asino”… non possiamo essere di certo dei dirottatori! Forse era meglio se continuava con il filone di “esta droga no es mía“.

Prova numero 4: missione acqua

Paolo compra due bottiglie d’acqua per il viaggio, il ragazzo al bar gli dice: “queres un vaso?” (si pronuncia “baso” e significa “vuoi un bicchiere?”). Paolo, che è ancora sotto gli effetti narcotici di Prince Royce, teme un improbabile avance del tizio baffuto in cerca di baci calienti… sgranando gli occhi, gli risponde di no e chiede alla sottoscritta astinenza dalle canzoni del principe della bachata almeno per una settimana!

Prova numero 5: sopravvivere ad un esercito di bambini urlanti

Appena preso posto sull’aereo capiamo che il nostro piano di recuperare il sonno perduto fallirà miseramente! Dobbiamo fare i conti con 5 bambini indemoniati, che hanno corso ininterrottamente per tutto il viaggio e hanno urlato il nome dei loro amichetti, ad intervalli regolari, ogni 10″. Ricordo perfettamente i loro nomi e non grazie al corso di memoria: Santiago (il capo banda), Pedro (il braccio destro), Rosita (l’insospettabile), Ramirez (il cecchino) e Fränco (il cugino argentino ma con chiare origini sarde).

Finalmente atterriamo, ci viene a prendere il ragazzo dell’ostello per portarci alla nostra cabaña, ci dà un bel benvenuto mettendoci al collo una collana. Notiamo che quella dei resort fighi abbonda di fiori sgargianti, invece noi abbiamo porri e teste di aglio appesi, ma non ci formalizziamo, anzi apprezziamo il gesto! Ci carica sopra un furgoncino, alla Pechino Express, noi preghiamo che non piova proprio durante il tragitto!

Siamo cotti dal nuovo fuso orario e dalle 24 ore insonni, baracchina per noi sei bellissima, soprattutto per quel letto che ci aspetta per sognare!! Domani, come da regolamento di “giochi senza frontiere”, ci giochiamo pure il jolly!

La mattinata seguente passa tranquilla: facciamo colazione e, per recuperare le forze, facciamo un pisolino dopo colazione e dormiamo anche dalle 9:00 alle 12:30. Ora siamo carichi per scoprire dell’isola dei suoi giganti guardiani.

Qui, uno iorana (ciao) non te lo nega nessuno e la tranquillità regna sovrana. Riconosciamo in questi visi più i tratti somatici dei polinesiani che dei cileni: gli uomini hanno lunghi capelli raccolti e le donne portano grandi fiorelloni dai colori sgargianti nelle loro acconciature, dai vestiti di ognuno di loro fanno capolino elaborati tatuaggi tribali.

Non è periodo di alta stagione, ma questo vuole anche dire pochi turisti! Il tempo cambia repentinamente, insomma chi fa le previsioni qui ci caccia un bel variabile: sole, nuvoletta con fulmine ed è a posto. Non molto distante dal nostro ostello c’è il centro, facciamo la spesa e nella cucina in comune l’arrivo degli italiani si riconosce subito: il nostro box quale sarà?

L’ingresso ai siti si paga il primo giorno, non è buon mercato, ma dato che la zona è curata molto bene e che la storia ha un valore inestimabile, si pagano più che volentieri 80 dollari… ovviamente scatta la morsa del budget, quindi per questi sei giorni ci concederemo solo qualche cena fuori in un paio di posticini consigliati dai locali, fuori dalle mete turistiche, per assaggiare le prelibatezze e le specialità di pesce del luogo.

Raggiungiamo il porto, dove le barche per la pesca sono allineate, una accanto all’altra…

Proseguiamo fino a raggiungere i primi gruppi di Ahu: centri cerimoniali e luoghi di sepoltura dei defunti.

Nell’Ahu Tahai, il primo Moai, solitario, ci dà il benvenuto!

A pochi passi, troviamo l’Ahu Ko Te Riku: un moai con tanto di acconciatura e l’unico restaurato, con due occhi grandi che ci guardano. Un archeologo intuì che le cavità oculari vuote dei Moai in origine fossero dipinte, in quanto ai piedi di molte statue furono trovati frammenti di corallo bianco utilizzati per la sclera e pietre tondeggianti rosse impiegate per le pupille.

Con uno sfondo di cielo e di mare da non voler più staccare i nostri di occhi, ci divertiamo a creare giochi di prospettive con le nubi, nelle nostre foto.

Il Moai che respira…

Sempre lì vicino l’Ahu Vai Uri, sostiene cinque moai di varie forme e dimensioni, che per noi sono questi meravigliosi giganti di pietra che riflettono sotto le loro nuvole di pensieri…

Proseguiamo più a nord dell’isola per cercare il Moai sdraiato, ma con il nostro fiuto immancabile da esploratori non lo troviamo, ovviamente.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Carla ha detto:

    Ma…siete proprio sicurisicurisicuri di voler rinunciare all’inaugurazione del Citylife shopping district???😂

    Scherzo ovviamente. Beati voi 😊

    1. la Vale ha detto:

      Mmm…fammi pensare… 🤔 stiamo ancora con i Moai!!

  2. Nicola ha detto:

    Grande Vale, spettacolo!! Proprio un gran bel viaggio e finalmente ho capito come seguirvi attivamente 😉

    1. la Vale ha detto:

      😘 abbiamo l’adrenalina a mille! Quando tornerò mi sa che ne avrai anche tu un bel po’ di viaggi da raccontarmi, conoscendoti! 🤙🏻

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