RTW day 29-30: e la luna bussò…

Salutiamo Rapa Nui, come viene chiamata l’isola dai suoi abitanti polinesiani e voliamo a Santiago, con noi c’è anche Lilian. I ragazzi dell’ostello ci salutano regalandoci una collana di conchiglie… già mi vedo alla frontiera a spiegare che non le abbiamo trafugate illegalmente e mi immagino Paolo che, per depistare, esclamerà: “esta droga no es mía”!

Mentre raggiungiamo l’aeroporto ci raccontano che una volta hanno sbagliato a calcolare i litri di carburante e… poi per fortuna non ho capito il finale, ma ora sono proprio tranquilla!

Giornata di trasferimento tra ritardi di voli e fuso orario che ci riporta le lancette in avanti di 2 ore. Visto che nei nostri due passaggi precedenti a Santiago, sempre nel solito hotel-da-incubo siamo stati quasi avvelenati da colazioni improbabili, bolliti da impianti di raffrescamento che sputavano fuoco e le nostre valigie quasi venivano vendute al mercato nero, abbiamo deciso di cambiare location, obbligatoriamente in zona aeroporto perché come da tradizione i nostri voli sono sempre prima delle 5:00 del mattino. La situazione la prende in mano il mio eroe: “Vale ho trovato una super offerta a 40 centesimi a notte all’Hilton Garden Inn, che praticamente salti giù dal letto e sei in braccio al pilota!” Come sempre la mia faccia parla più di mille parole, ma gli lascio il beneficio del dubbio.

Atterriamo, lui si dirige baldanzoso all’hotel di fronte all’aeroporto, io noto una fila lunghissima e la location non mi sembra quella giusta… non faccio in tempo a proferire verbo che l’eroe sfoggia la tessera platinum dell’Hilton per la corsia preferenziale. Il ragazzo alla reception lo guarda in silenzio, fa un respiro profondo e, con sguardo compassionevole, lo accompagna alla porta, indicandogli la direzione per i transfer. Ci trovavamo all’Holiday Inn super-sborone, la nostra prenotazione invece era per il Garden Inn super-barbone… Eh, sempre Inn è! Prendiamo il pulmino che ci porta all’hotel e, beffa delle beffe, la nostra stanza ha la vista sull’hotel delle notti insonni e delle colazioni scadute.

L’indomani ci aspetta una sveglia alle immancabili 3:30, approfittiamo così del Wi-Fi in aeroporto e del fuso orario favorevole per chiamare il parentado…sbiascichiamo qualcosa, viste le 4 ore di sonno all’attivo e facciamo rifornimento di biscotti e cioccolato (pagato una tuonata, ma sono in astinenza di cioccolato fondente da troppo tempo).

Guardiamo il calendario e ci accorgiamo che siamo già al primo mese di trottolamento e che le meraviglie del mondo hanno curato le ferite e le paure che ci portavamo dall’Italia… ora il nostro bagaglio sulle spalle ci sembra più leggero! Atterriamo a Calama e da lì un pullman ci porterà a San Pedro de Atacama. Dopo chilometri di rocce, polvere e lunghi rettilinei su strade sterrate, la cittadina ci appare all’improvviso, con le sue casette basse in calce bianca e mattoni, addossata l’un l’altra, con le vie in terra battuta che si contano sulle dita di una mano. La giornata è limpida e tra i tetti delle case si nota il profilo del vulcano Licancabur, dalla forma simmetrica, alto 5.916 metri e situato al confine tra Cile e Bolivia.

Arrivati al nostro ostello, se il conducente del bus non mi avesse indicato la porta dell’ostello ancora sarei lì a cercarla…

Ci accoglie Estephan, un ragazzo simpatico e molto molto tranquillo che per prima cosa ci mostra la combinazione per aprire la porta: 4 giri a destra con la chiave 1, 3/4 di giro a sinistra con la chiave 2, una spallata, parola magica e la porta si apre!

Beviamo insieme a lui un mate de coca (foglie di coca in infusione): questa mi mancava, ma combatte il mal di montagna… lo proviamo e nessun effetto strano!

Salta fuori un cagnone un po’ matto, ci dice che el perro se llama Renga… come il cantante. Ci spiega che significa zoppo, perché l’ha trovato per strada dopo un incidente. Il cagnone ci fa mille feste e ad ogni carezza si alza una nube di polvere!

All’ora comfort delle 13:00 facciamo un giro per questo minuscolo villaggio del Cile, situato quasi al confine con la Bolivia e l’Argentina a 2.400 metri di altitudine. Sole, vento e terra ocra la fanno da padrone, tanto che al rientro in ostello sono più impolverata di Renga, che se mi tirano una pacca alzo una nube che si dissipa dopo 20 minuti. Ci accorgiamo che la gente è molto molto molto calma, sarà anche l’altitudine che ti obbliga a rallentare i ritmi, sfoggiando un’espressione pacifica. Si dice che i ricchi giacimenti di quarzo e di rame della regione conferiscano agli abitanti al loro caratteristica energia positiva.

La Chiesa di San Pedro incuriosisce sin dall’ingresso: i cancelli d’ingresso sono fatti con rami e con legno di cardón (cactus) uniti da strisce di pelle. Il cortile è cinto da mura che richiamano il colore della terra e L’interno è sobrio, lo sguardo cade subito bellissimo soffitto, anch’esso in legno di cactus e, al posto dei chiodi, sono state usate robuste cinghie di pelle.

La regione non è ospitale dal punto di vista climatico ed è desertica, una tra le più aride al mondo, quindi per i prossimi giorni siamo obbligati ad usare dei tour locali per visitare la zona. Il suono della parola tour organizzato a me fa venire già l’orticaria, ma lascio da parte i miei pregiudizi e ci buttiamo nelle mani di Pedro, un calmo, manco a dirlo, señor, che appena entriamo in agenzia ci accoglie con una coscia di pollo in mano ed esclama: “Estoy comiendo como un puerco“, lui si accorge che abbiamo capito e scoppiamo in una grassa risata!

Ore 16:00 si parte con Papas Fritas (patata fritta): è il soprannome della nostra guida, un ragazzo super solare e appassionato del suo lavoro!

Entriamo nella Valle della Luna, non molto distante dalla cittadina, qui la fanno da padrone enormi dune di sabbia e formazioni geologiche, create dal vento e dall’acqua che disegnano un ambiente lunare, i colori vanno dal rosso intenso della terra al bianco candido del sale.

Ci fermiamo alle Tres Marias, tre rocce che ricordano tre Madonne che pregano, ma dopo che un intelligentissimo turista russo da premio Nobel ci è salito sopra e ne ha rotta una (no comment perché potrei esprimermi solo con parolacce) è stata trovata un’altra interpretazione: lo Spirito Santo, ovvero la statua rotta, che non ci vede ma che protegge Gesù che guarda in cielo e la Vergine Maria che prega. Di notte le Tres Marias si trovano esattamente nella posizione della cintura di Orione. La natura mi affascina e mi meraviglia sempre!!

Ci improvvisiamo scalatori ed entriamo in una piccola cava di sale con tanto di torcia, Patas Fritas ci dice dove mettere i piedi, prima dentro alla roccia a forma di zoccolo di guanaco, poi in quella di vertebra di nandù… e la scena è questa: “ecco, non posso più né scendere né salire, né scendere né salire!” La citazione è presto fatta e l’immagine parla da sè.

Raggiungiamo il Mirador per osservare il tramonto su tutta la Valle della Luna, il vento è fortissimo e, nonostante ci troviamo in una zona desertica e arida, si gela; ci intabarriamo tutti e ci godiamo il sole calare dietro alle montagne.

Momento autoscatto…

Come la precedente, ma nel bel mezzo di una nube di sabbia, ora siamo belli impanati e pronti per la frittura.

Tour buono e guida fantastica, torniamo in ostello per cucinarci qualcosa e Paolo sfoggia la sua pietra focaia per accendere il gas: di scintille neanche l’ombra. Gli propongo di uscire per comprare i fiammiferi… Mai! L’uomo delle caverne come faceva?! Morale della favola la pasta decide di cucinarsi da sola!

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