RTW day 32-33: sfrecciando nel nulla

È tutto pronto. Il dream team è sulla jeep 4×4 in formazione ideale.

Alla guida: Marcial, boliviano doc, tarchiatello e dotato di 5 polmoni, amante del reggaton e della musica folk.

Sedile davanti: Thibault, francese, traduttore ufficiale del viaggio, esperto di miele e di tecniche di allevamento delle api, spacciatore di pappa reale.

Fila centrale: Stephan, teutonico imbianchino, amante della birra; Ivonne, tedesca pure lei e medico del lavoro, speranza di tutto il gruppo in caso di cedimenti fisici; Léa, francese e compagna di Thibault, specializzata in vinicultura.

Fila posteriore senza finestrini: Paolo, bergamasco doc, chiamato a tenere alto l’onore degli alpini sopra i 5.000 metri; Vale, milanese imbruttita in fase di purificazione dalla fretta cittadina.

Siamo in seconda posizione al confine del Cile per il timbro sul passaporto in uscita, la levataccia alle 6:00 è servita! Ci prepariamo con i passaporti in mano e con i foglietti volanti dell’immigrazione… Che mannaggia a loro, tutte le volte che apro sto benedetto passaporto, tremo e un brivido dietro la schiena mi pervade per la paura che siano usciti a farsi un giro pure loro.

  • coppia italiana Vale-Paolo: tutto a posto
  • coppia francese Léa-Thibault: tout va bien
  • coppia tedesca Stephan-Ivonne: Panik! Foglietto sparito!

Fase uno: iniziano a cercare in ogni dove, saltano fuori nell’ordine: lo scontrino del pane, una penna che non trovavano da mesi, un cacciavite (!?) e un perizoma. Niente da fare!

Fase due: panico elevato alla seconda! Svuotano tutti gli zaini senza un criterio logico, un po’ come quando io “perdo” (apparentemente) le chiavi di casa e svuoto la borsa sul pianerottolo, un filino isterica. Frugano ovunque, anche nelle mutande… Alla fine eccoli, accartocciati, ma eccoli! Salvi tutti! Tutti i passaporti del dream team vengono timbrati in uscita e si passa il confine.

Si riparte e dalle casse dell’impianto stereo si diffondono le note di Eros Ramazzotti che canta in spagnolo… infatti, dopo neanche 20 minuti, l’auto cede di schianto, con un fumo nero che esce dal motore. Un’altra vittima di Eros, ma meglio l’auto che noi… Veniamo prontamente trasferiti su un pulmino che ci porterà alla frontiera. Ci arriviamo in circa un’ora. Mi guardo in giro e, come sempre, il nulla cosmico.

Mi chiedo a chi sia venuto in mente di tracciare una linea di confine proprio lì, nell’Hito Cajon. Ci mettiamo in fila per i controlli alla frontiera, tra raffiche di vento, sole a picco e con un freddo becco, poco dopo abbiamo il nostro timbro della Bolivia fresco di inchiostro!

Si cambia di nuovo auto e Marcial carica i nostri bagagli, i viveri e soprattutto i bottiglioni di acqua da 5 litri che ognuno di noi si è procurato a seguito del terrorismo psicologico in agenzia. Guardiamo felici il nostro timbro della Bolivia… Quello di Paolo illeggibile, sbiadito e storto, come da tradizione ormai! Cerco un bagno, Marcial mi dice: “no hay baño aqui, ve a la naturaleza!”. Mi guardo intorno: non una duna, non un cespuglio, non un masso… Solo un bus abbandonato. Mi dirigo verso quella direzione, ma neanche a metà strada ho un fiatone che tutti i miei pudori, a quasi 4.500 metri, svaniscono per magia! Io do il via e, piano piano, tutti sono accucciati a favore di vento (per ovvi motivi)… Siamo ufficialmente tutti in Bolivia a spisciottare nella naturaleza.

Colazione in frontiera e poi via verso l’arido Desierto blanco. Alla terza buca vediamo un boccione da 5 litri di acqua partire dal tetto dell’auto ed esplodere nel deserto. Disperazione dei tedeschi: moriremo tutti di seteeeee! Noi, furbi come faine (e da veri italiani che senza cibo e senza acqua non si muovono), abbiamo in più 32 bottigliette da mezzo litro infilate in ogni anfratto, quindi siamo salvi e tranquillizziamo la brigata.

Tra le varie mete, situate all’interno della Riserva nazionale Eduardo Avaroa, abbiamo le Lagunas Coloradas, cioè laghi salmastri di un’intensa colorazione, che conferisce a ciascuno il nome caratteristico.

Dopo un po’ di ore di sola sabbia, ai piedi del Vulcano Licancabur, ci appare all’improvviso la Laguna Blanca, con le sue acque, appunto bianche, a causa del sale che si trova in sospensione; una sottile striscia di terra la separa dalla Laguna Verde, il cui colore deriva da sedimenti di rame… La natura è qualcosa di fantastico!Regola numero 1: bere molto per contrastare gli effetti dell’altitudine. Io sono già a 2 litri, ma ora il mio pensiero fisso è la naturaleza.

Regola numero 2: salire di massimo 500 metri al giorno. Bene, siamo passati dai 2.400 di San Pedro ai 4.300 qui, tutto a posto direi… ah, 500 al giorno? Non 5.000?! Il problema è che veramente non esiste un posto dove acclimatarsi su questo tragitto: non un villaggio, non una goccia d’acqua, nulla… Solo sabbia e pensieri che volano con il vento!

Arriviamo al deserto di Salvador Dalì, chiamato così perché simile ad alcuni paesaggi dipinti del pittore spagnolo, anche se non ha mai saputo dell’esistenza di questo posto. Ovviamente siamo saliti ancora, 4.750 metri.

Procediamo fino alle sorgenti di acqua calda e alle pozze termali, passiamo dal piumino al costume: ci spogliamo in 12 secondi e in un nano secondo siamo già in acqua farci bollire a 40°… E chi si muove più? Stephan propone di passare i prossimi 3 giorni qui, Paolo nel frattempo è riuscito a brasarsi le spalle dopo solo 5 minuti e a pucciare l’asciugamano in una pozza di fango. Alla fine qui il vento tira così forte che siamo asciutti in un attimo.

Pranziamo qui, ma iniziamo ad avvertire qualche cedimento: l’acqua calda ci ha tagliato le gambe, abbiamo tutti gli occhi a fessura… pisolino? Giammai! Si riparte e arriviamo a 5.260 metri, ai geyser di Sol de Mañana. Dove Paolo completa l’opera e si fa abbrustolire pure le chiappe da un getto di vapore e si fa spruzzettare la giacca da una pozza di fango che ribolle… tanto ci resta solo un cambio pulito per 3 giorni. L’adrenalina corre a fiumi in questo posto inospitale, non sentiamo la fatica, ci divertiamo e scattiamo foto a raffica.

Chi sarà quell’omino in mezzo ai fumi di zolfo? Sempre lui!!

Appena risaliamo in macchina, il trio femminile del gruppo accusa mal di testa. Per fortuna ora scendiamo a 4.650 metri (ah beh, allora siamo a posto) verso la Laguna Colorada con i suoi fenicotteri andini… rosa pure loro, tutto coordinato qui!

Un fenicottero ci sorride…

Arriviamo in ostello che ormai è sera, siamo tutti bolliti come galline. Nell’ordine cadono sul campo di guerra: Ivonne, la prima a cedere. Io, a ruota. Stephan, che alterna attacchi di sonno a svomitazzate. I francesi, che sono in un’altra costruzione e di cui abbiamo perso le loro notizie. E infine Paolo, che si fa portare barili di mate di coca! Distribuiamo Plasil (per il vomito) e Diamox (per il mal d’altura), senza preoccuparci troppo che per i prossimi giorni forse non basterà per noi… la solidarietà tra viaggiatori ha le meglio e anche se io e Paolo siamo due catorcini cerchiamo di tenere alto l’umore dei tedeschi, che sono in evidente stato di ansia, infatti la loro idea sarebbe quella di guidare su strade inesistenti, solcate solo dalle ruote delle jeep, e senza illuminazione per 6 ore fino a San Pedro: follia pura!

Abbiamo tutti una saturazione dell’ossigeno ottima, quindi si tratta solo di attendere che il terribile mal di testa, le nausee e il vomito passino.

Il mate non ci fa effetto, Marcial arriva verso le 22:00 con quella che chiama hyerba buena… guarda Paolo e strizza l’occhio… trattasi di mate di chachacoma y muña, varietà super, coltivata sopra i 5.000 metri. Caccio giù pure quella, ormai le provo tutte. La nottata è decisamente agitata: sveglia come un grillo, sogni vigili, parole in spagnolo e in inglese si mischiano nella mia testa. Paolo dice che sono le sinapsi, ma le mie proprio di notte si devono attivare? La sicura dell’ostello ha concesso ai moribondi delle stanze singole, al posto delle camerate, solo che qui fa veramente freddissimo, troviamo una soluzione anche per questo: dirmiamo in due in un letto singolo (e per fortuna siamo magri) con 12 coperte. I nostri respiri ci rilassano, ma nonostante ciò non chiudiamo occhio per via del malessere.

La sveglia suona alle 6:00, peccato che non abbiamo corretto il fuso orario e con orrore ci accorgiamo che in realtà sono le 5:00. Improperi in italiano e in tedesco si alzano nel cielo di Soniquera, il paesino in cui siamo accampati. Vestiti di tutto punto ci rituffiamo nel letto per provare a chiudere occhio almeno un’ora: illusi!

Ci guardiamo tutti in faccia e siamo pallidi, ma a me il mal di testa è passato, anche Paolo è stanco ma tiene botta. L’espressione della brigata è molto simile al lama di sinistra…

Guardo fuori dalla finestra, Marcial si è arrampicato sul nostro 4×4 come uno stambecco per caricare le valigie di nuovo, io sorseggio il mio mate de coca e guardo un ragazzo in braghine corte lavarsi con l’acqua versata in un piccolo catino. Non posso non pensare a come molto spesso io dia per scontato tutto quello che ho. Qui è tutto razionato, tutto prezioso: l’acqua potabile in primis, poi l’acqua calda e il riscaldamento sono un lusso.

A colazione i due medici che italiano che sono in viaggio nell’altro gruppo sono dotati di ogni possibile medicina e strumentario, dal saturimetro alla camera iperbarica portatile da 20 persone, siamo in una botte di ferro! I nostri amici tedeschi sono proprio ko, distribuiamo plasil e diamox insieme al pane e marmellata. Il karma è dalla nostra oggi: i medici, sapendo che staremo in giro 6 mesi e che ci siamo privati di un po’ di pastiglie, ci regalano le loro, così ne abbiamo per ogni evenienza!

La seconda giornata in queste terre si svolge tra lagune, rocce dalle forme più svariate e allevamenti di lama, proprio qui Paolo si è messo in mente che ne vuole abbracciare uno. Abbiamo appena scoperto che sono usati come cani da guardia, perché sputazzano gli acidi dello stomaco e possono arrivare a caricare l’intruso… Già me lo vedo Paolo: tutto spatarrato di bava di lama che corre in mezzo al campo mentre la simpatica bestiola lo insegue… Questa scena proprio non me la voglio perdere e io tifo per il lama!

A fine giornata ci fermiamo in un paesino famoso per la birra cilena, non ricordiamo il nome, ma se raggiunge le 20 case è tanto, sembra quasi un paese fantasma. Assaggiamo la birra alla quinoa e cactus, l’espressione di Stephan, che al solo sentire birra rinsavisce, è da antologia… le sue parole sono chiare: “saporita questa acqua… acqua di ottima qualità!”

Villa Candelaria è all’orizzonte, qui dormiremo in un hotel completamente di sale. Alle 19:00 ci aspetta la “super luna”. Oggi la luna sorge esattamente al calar del sole e questo fenomeno fa sì che sembri molto più grande del solito. Armati di macchine fotografiche, sfidiamo il freddo per immortalare lo scatto del secolo e goderci lo spettacolo. Intorno a noi solo steppa, sabbia, il nostro hostal e una casetta in costruzione. Sarà l’ambientazione, sarà che siamo tutti qui, insieme, in trepidazione come quando sei piccolo e aspetti la notte di Natale per vedere se dentro quei pacchi c’è proprio quello che desideravi… Beh, la super luna si è fatta attendere, è comparsa prima timidamente dietro ad una nuvola, per poi esplodere con tutto il suo splendore. Fantastica!

Un lampione di super luna…

La giornata si conclude con una doccia-lampo cronometrata, come accade da settimane, ma qui 6 minuti mi sembrano un’eternità… canticchio la canzone di Samuele Bersani: “in America lo sai che i coccodrilli vengon fuori dalla doccia” e continuo con “beati loro, perché qui non scende neanche l’acquaaaa”, poi mi tuffo sotto pile di coperte. Domani si parte all’alba, siamo quasi al Salar de Uyuni, la grande meta di questo viaggio.

Ai posteri il profilo altimetrico della prima parte del viaggio (nella seconda anche Google Maps ha gettato la spugna non riuscendo a trovare strade degne di questo nome). Prego notare la leggera salita nei primi 50km.

P.s.

Una nota per tutto il parentado che dopo questo articolo probabilmente sta già pianificando l’invio delle forze armate per l’evacuazione immediata: stiamo bene, questa pagina è stata scritta una settimana dopo a 3.000 metri. Chiamate Alfano e ditegli che gli alpini non servono più e possono tornare a casa.

Questo viaggio sta mettendo alla prova fisico e testa e abbiamo capito che la cavesa comanda tutto! Ci pieghiamo ma non ci spezziamo e siamo ancora più determinati a continuare!

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. NINO ha detto:

    Chi la dura la vince!!!😜😜😜p.s.ho intorno due tizi letteralmente imbiancati….

    1. la Vale ha detto:

      Mai mollare!

  2. Caterina ha detto:

    Ore 22.30 niente naturaleza……..io e lei in bagno. Tento di asciugarmi i capelli da almeno 25 minuti ma se solo provo ad accendere il phon rischio di essere buttata nello scarico del wc……..lei accovacciata per solitarieta’ con le trottolenelmondo sul WC e legge “le sue trottole ” “mamma è la Vale che scrive”. In effetti aveva ragione legge tutto d’un fiato girando ogni tanto il telefono per mostrarmi le foto soprattutto la Big Moon e i lama ……… ci fate sognare ogni volta e ogni racconto arricchisce anche noi. ……. la vostra meta più importante è un po’ anche la nostra ma è in Kenya e si chiama Gollo. Aspettiamo di leggere le vostre emozioni. GRAZIE. Buona vita.

    1. la Vale ha detto:

      Per una volta non vi facciamo arrivare tardi a scuola che poi ci vengono i sensi di colpa! 😜 l’Africa ci manca all’appello, ci farete sognare voi questa volta! Un abbraccio a voi!… e per fortuna hai i capelli corti Cate!

  3. ros ha detto:

    il più avvincente dei racconti fin’ora letti! siete supersonici e in questi due giorni ci ho ritrovato l’idea dell’immenso che offre la natura e delle forze che l’essere umano è in grado di tirare fuori.
    le foto sono spettacolari!
    vi adoroooooo !!!

    1. la Vale ha detto:

      ❤️ Mi sembra già passato un secolo da quel l’avventura ma se ci ripenso mi serve subito un diamox. Natura sconfinata e il motto era “naturaleza”!

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